Lanfranco Raparo, Marradi

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martedì 6 settembre 2022

Gli stemmi sulle case di Marradi

I blasoni d
elle famiglie signorili e delle autorità

ricerca di Claudio Mercatali



Stemma del comune
di Marradi

I blasoni nacquero nel Medioevo in tutta l'Europa come sistema di identificazione delle persone e delle famiglie ed erano esclusivi ed ereditari. Molti ritengono che l'uso degli stemmi sia cominciato durante le Crociate, perché i cavalieri cristiani avrebbero imitato l'usanza islamica di riconoscersi con emblemi per distinguersi dagli avversari. Qui a Marradi molte famiglie signorili scolpirono sulla facciata del loro palazzo o sopra al portone degli stemmi che, più o meno consunti, sono giunti fino a noi.


Non si può non cominciare dai Fabroni che avevano affisso blasoni in ognuno dei loro palazzi.












I loro stemmi hanno diversa foggia ma la costante sono i tre martelli da fabbro posti in diagonale e la sfera con la croce, che significa "cittadini di Firenze". Nella casa dell'erudito mons. Angelo non mancano le scritte interne in latino.







La casa all'inizio di via Fabbrini che si vede qui accanto ha diversi stemmi sulla facciata, ma sono stati murati in tempi diversi, anche recenti, e sono di diversa provenienza.

L'edificio in sé è citato come "magazzini di Enea Fabroni" in un documento del Seicento.


Il convento delle Domenicane di Marradi fu fondato nel Cinquecento.


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una comoda lettura

Nel caseggiato di Casa Carloni c'è uno stemma scolpito che mostra una mano che stringe una pannocchia. Potrebbe essere lo stemma della famiglia Carloni ma anche la famiglia Francini, proproetara dell'edificio accanto, ha un emblema simile.





Naturalmente i Pescetti avevano nel blasone un pesce.

I Piani non erano nobili e lo stemma non ce l'avevano. Avevano fatto fortuna con il commercio del grano alla fine del Settecento, quando il granduca Leopoldo liberalizzò il
commercio da e per la Romagna. 

I Pratesi vennero a Marradi dalla valle del Sintria, dove ancora oggi c'è Torre Pratesi. Si stabilirono a Gamberaldi e anche a Misileo. In questi siti si trovano i loro stemmi e anche alla chiesa di Popolano, dove uno di loro fu priore.


Gli Scalini della scala sono una famiglia di antica nobiltà fiorentina. Naturalmente il loro stemma mostra una scala. Ce n'è uno nell'ultima vetrata della chiesa di Fantino rimasta intatta.

Anche oggi i prelati di rango hanno uno stemma. Secondo la regola ecclesistica lo stemma è sempre sovrastato da un cappello verde
(i vescovi) o rosso (i cardinali).







La chiesa del Suffragio ha un fregio sulla facciata. E' il blasone di Alessandro Bandini, che la costruì nel 1732. Nel 1777 era la cappella privata della sua famiglia.









Non mancano gli stemmi dei Medici, con le tradizionali sei palle. Il più autentico è in una facciata a Casa Vigoli, dove aveva sede la dogana granducale di Marradi.


Lo stemma dei Torriani è una torre. Quello al portone del loro palazzo marradese sovrasta un mascherone che ride beffardo.







Ci sono anche stemmi di difficile attribuzione, spesso appartenuti ai Capitani, ai Vicari e ad altri funzionari granducali in servizio a Marradi. Ce ne sono due affissi nell'atrio del Comune ma di certo quella non è la loro posizione originaria. Nella facciata del Palazzo dei Capitani di Palazzuolo c'è uno stemma identico a quello qui a destra, con l'albero. 


Un altro è in un palazzo di Piazza Scalelle, che nell' Ottocento era la sede della Cancelleria, ossia dell' ufficio granducale dove venivano redatti i documenti ufficiali e rogati i contratti notarili di compra vendita.



 Un altro ancora, del primo Novecento, è sopra a un portone di Piazza Guerrini, che si vede qui accanto.
 




Nell'atrio del Comune c'è anche lo stemma degli Ubaldini, Questa famiglia fu protagonista della storia di Firenzuola e Palazzuolo, nel Trecento. Però un ramo era residente a Marradi e si trova citato nei documenti del Comune fino al Settecento. Poi la famiglia si estinse perché le ultime eredi sposarono dei Fabroni. Il palazzo degli Ubaldini fu venduto ai Pratesi e rimase a loro fino al 1925 - 26 quando, ormai decrepito, fu venduto e demolito per costruire l'edificio del Credito Romagnolo, oggi Unicredit. Lo stemma aveva un valore storico e fu staccato dalla facciata per essere conservato nell' atrio del Comune. 


Un altro stemma degli Ubaldini è nel palazzo di piazza Scalelle dove ora ci sono gli uffici della Comes. Campeggia sull'architrave di un bel camino.




Ci sono anche gli stemmi consunti e illeggibili, sui quali ha svolto la sua azione il tempo e spesso anche la mano dei nuovi proprietari. E' il caso dei due blasoni ai lati di Palazzo Cannone, che in origine molto probabilmente erano dei Fabroni e poi furono scalpellati quando il palazzo fu comprato dai Piani, alla fine del Settecento.





A volte il tempo e la mano dell'uomo non bastano per cancellare uno stemma che non si vuole più. E' il caso dei tre fasci che campeggiavano sul portone del Municipio, che vennero rimossi alla caduta del Regime ma dei quali è rimasta la traccia sulla pietra.







mercoledì 21 marzo 2018

I tabernacoli lungo le strade

Tracce di ricordi
e devozione
ricerca di Claudio Mercatali


Un tempo si usava costruire tabernacoli lungo le strade e i sentieri. Ci sono quelli “per grazia ricevuta” quelli per chiedere protezione, i beneauguranti e altri ancora. Ognuno ha una storia, che a volte si conosce ma a volte no. Oppure si possono raggruppare i “votivi” cioè dedicati a un santo o alla Madonna, e quelli “per memoria” che ricordano un fatto accaduto lì e dunque senza uno specifico riferimento religioso. Però ora raggruppiamoli in un modo un po’ insolito:

I TABERNACOLI  “CON LA STORIA”


San Rocco è un santo raffigurato spesso nei tabernacoli, perché è il protettore dei viandanti e degli appestati. Il suo tabernacolo di viale Baccarini era d’augurio per chi usciva dal paese e forse fu costruito alla fine dell’ epidemia detta “della Spagnola” del 1919 o quella di colera del 1855 (è qui sotto a sinistra).



A Casa Parigi, nascosto lungo il fosso che scende dalla Cavallara, c’è un tabernacolo (al centro qui accanto) con una dedica struggente, che dice: “ Qui Giovanni Fabbri fu rapito da una piena d’acqua. Fu ritrovato a Popolano. Io suo figlio Carlo faccio questa memoria il 19 novembre 1870”.

Il Fango è un podere oltre Campigno. Si raggiunge con una mulattiera che va al crinale dell’ appennino, ed era uno dei percorsi dei boscaioli e dei pastori transumanti. Nel fosso di Campigno (sopra, a destra) c’è il ringraziamento di un mulattiere salvo dopo essere stato travolto nel guado lì accanto da una piena. 

I  PIU’ RECENTI


Al confine tra il comune di Marradi e di Borgo S.Lorenzo, alla Balza dei frati, c’è la Madonnina di Romagna. E’ recente, del 1936, e la dedica è qui accanto...

La Faentina vecchia, più nota come Strada della Dogana, da Popolano verso Campora, da tanto tempo ha perso la sua funzione viaria perché il Ponte di Vasculla non è più praticabile.
Ora è una Via Crucis e in fondo c’è una quantità di immagini più o meno sacre o votive, murate nella pietra del monte.




Sono tutte recenti e dimostrano che qui da noi l’abitudine a questo tipo di evocazione non si è persa. Le iscrizioni sono varie e una delle più curiose è un ringraziamento al Signore per essere guarito dopo la caduta da un albero: “ L.B. per grazia ricevuta  10 agosto 1984”.






La chiesina della Madonna di Casa Gallo (1936) sorge dove c’era un vecchio tabernacolo. Un tempo si riteneva che facesse la grazia della pioggia e in caso di necessità si facevano anche delle processioni per invocare il suo intervento.


LUNGO LA STRADA PER GAMBERALDI





Forse il tabernacolo più bello è quello vicino a Casa Carloni, lungo la strada di Gamberaldi, che di recente è stato ristrutturato. Da qui passava la vecchia via di ingresso a Marradi, prima che il Granduca Leopoldo facesse costruire la strada attuale per Faenza (1830). Al tabernacolo di Pianello faceva capo una processione che partiva dal tabernacolo di Gamberaldi.

IL TABERNACOLO DI CASAGLIA




All’ingresso di Casaglia, dalla parte di Firenze, c’è il tabernacolo di Cristo Redentore, che si vede qui sotto. Fu costruito per ricordare il Giubileo del 1933 - 34.
La foto in bianco e nero è stata scattata all’inizio del Novecento e perciò il tabernacolo non c’è. Che cos’è il Giubileo? E’ l’atto di piena remissione dei peccati concesso dal Papa.

LUNGO LA STRADA PER SAN BENEDETTO




Questi tabernacoli sono quasi tutti moderni, perché la strada per San Benedetto è recente.
Quello all’imbocco della strada per Piansieve fu costruito dai molisani che si stabilirono nella valle della Badia del Borgo negli anni Cinquanta e per ferragosto era officiato come una chiesina. Il tabernacolo al Passo dell’ Eremo fu costruito al posto di quello vecchio, demolito quando la Provincia costruì la strada attuale.

 VICINO AI PONTI





All’imbocco dei vecchi ponti o lì vicino ci sono spesso dei tabernacoli. Ce n’era uno anche al ponte di Biforco, fatto come una chiesina, al ponte del Castellaccio, che venne distrutto da una bomba d’aereo e poi quello più famoso, al centro del ponte di Marradi, che fu demolito nel 1835 quando il Granduca costruì la strada faentina. Al suo posto si costruì il tabernacolo con la madonnina di cui parla Dino Campana nella poesia L’invetriata. Non c’è più nemmeno questo, distrutto durante l’ultima guerra mondiale.

 
 NELLA VALLE ACERETA

Forse i tabernacoli di Lutirano sono quelli più originali.



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se le vuoi ingrandire














sabato 14 giugno 2014

I ponti di Marradi

Come collegare 
le sponde
se un fiume 
ti attraversa
ricerca di Claudio Mercatali


 Il ponte Bailey (di ferro) montato dagli Inglesi sul Lamone in sostituzione di quello minato dai Tedeschi (1944)




Marradi è l'unico paese della valle del Lamone ad essere attraversato dal fiume. Gli altri paesi, fino a Faenza, hanno il Lamone accanto ma non all'interno. Questo fatto è una conseguenza della ristrettezza della valle in corrispondenza dell' abitato e giustifica anche l'esistenza stessa di Marradi, che appunto sorse alla confluenza di diverse valli laterali.
La presenza di un fiume condiziona l'urbanistica e in genere la migliora o la rende più suggestiva perché l'acqua è vita, rende rigogliose le piante tutto attorno e dà un senso di movimento all' ambiente. Però impone anche una serie di vincoli e di costi, per la gestione del territorio e i collegamenti. In questa ricerca le immagini mostrano come vennero risolti, nei secoli passati, i problemi di collegamento fra una sponda e l'altra dei corsi d'acqua all'interno del circuito urbano di Marradi.     


A voler essere precisi non è esatto dire che il nostro paese è "attraversato da un fiume" perché in realtà i corsi d'acqua dentro il perimetro di Marradi sono diversi. Si comincia subito a Biforco che, come il nome lascia intendere, è alla confluenza della valle di Campigno e della valle del Lamone.



Sopra: il ponte di Biforco nel progetto della strada granducale Faentina (1820 - 1830)

Accanto: il ponte effettivamente costruito 
nel 1830 circa e distrutto nel 1944.

Sotto:  il ponte Bailey montato dagli Inglesi in sostituzione di quello minato dai Tedeschi.



Nei primi anni dell' Ottocento, o forse prima, il problema venne risolto con un ponte a due arcate, una di seguito all'altra, come si vede qui sopra. Era il tempo della costruzione della strada granducale Faentina, l'autostrada per la Romagna a quei tempi, e la soluzione rimase valida fino al 1944, quando  i Tedeschi in ritirata minarono tutto. La ricostruzione del 1946 portò alla situazione attuale, con due ponti distinti, uno sulla strada principale e uno verso il Castellaccio.  

  
Il ponte successivo, scendendo verso il capoluogo, è quello dell' Annunziata ed è dei primi anni Sessanta. Qualche anno prima il Consorzio di Bonifica di Brisighella aveva costruito la diga dell' Annunziata e il Comune chiese e ottenne che le due sponde fossero collegate. L'ing. Bubani del Consorzio sfruttò la muraglia della diga stessa per fondare i pilastri del ponte, che è quello odierno.





 
Il Lamone prima e dopo gli anni Sessanta
nella zona dell'Annunziata. 









Dai tempi più remoti fino agli anni 1854 - 1858,  il Rio Salto correva a giorno, lungo l'attuale via Fabroni, come si vede in questa cartina. Per passare da una parte all'altra c'erano tre ponti e di ognuno è rimasto l'arco principale sotto la volta della galleria che corre al centro del paese.


Il centro di Marradi nel 1833 
(Catasto del Granduca Leopoldo)







A fianco: La volta del Ponte del Magazzino, 
ancora esistente sotto via Fabroni, in corrispondenea 
del palazzo che oggi è sede 
della Banca Popolare id Ravenna















A sinistra: l'arco del Ponte della Vasca, visibile 
solo se si scende nel greto del  Rio Salto



A questi bisogna aggiungere il Ponte della Vasca, tuttora agibile e nascosto fra le case di via Fabbrini che danno sul Rio Salto e il ponte degli Archiroli. Questo è il ponte più vecchio, perché non fu minato dai Tedeschi in ritirata nel 1944 ed è ancora come lo rappresentò il Giani in una sua stampa della fine del Settecento.






Tocca ora al Ponte Grande, che unisce il centro del paese con la periferia, un tempo detta Marciana.
E' il ponte storico di Marradi, raffigurato a schiena d'asino nelle stampe antiche e poi con l'arco fra le case prima del bombardamento del 1944.
Quello attuale, costruito subito dopo la guerra, è stato modificato diverse volte, come si vede qui accanto.



Il Ponte Grande dopo il 1944: 

1) senza i muri laterali lungo il fiume
(anni Cinquanta) 
2) con i muri lungo il fiume 
(anni Sessanta)
 3) oggi, con la ringhiera.








Subito dopo c'è un altro ponte, sul Fosso della Cappellina, proprio nella strettoia accanto alla casa di Dino Campana. Era detto Ponte dei Solaini, dal nome di una antica famiglia di esattori del dazio. I Solaini  avevano avuto l'ottima idea di piazzare qui il punto di riscossione del balzello, visto che questo era un punto d'accesso obbligato al paese, anche per chi veniva da Palazzuolo, perché la strada attuale non c'era e si doveva scendere dal Poggio.


Il Ponte dei Solaini








Sempre su questo fosso al tempo della costruzione della strada per Palazzuolo,  (1866 - 1870) fu costruito il ponte di Collecchio, a mio parere, il più brutto di tutti.


A destra:
Il ponte di Collecchio








Sotto: il Ponte del Vivaio





L'ultimo ponte dell'abitato è il cosiddetto Ponte del Vivaio, che permette di scavalcare il fosso di Gamberaldi. E' della fine dell' Ottocento, ai tempi della costruzione della Ferrovia.
Prima, per andare a Faenza,  si doveva passare da Casa Carloni e scendere alla Fornace di Marcianella,  passando dal podere che si chiama appunto La Strada. Là c'è ancora un muro dell' erta che portava giù nel fosso e lo stampo delle fondazioni del ponticello antico.







Il Ponte di Popolano, nel progetto 
del Granduca Leopoldo (1840) 
e com'era prima del 1970.


Se nel perimetro urbano di Marradi comprendiamo anche Popolano, come abbiamo fatto per Biforco, allora dobbiamo considerare il ponte sulla statale, che prima del 1944 era così come si vede qui accanto. Anche questa era una realizzazione fatta al tempo della costruzione della Strada Granducale Faentina.

Prima dove si passava per andare a Faenza? L'antico tracciato non attraversava il Lamone a Popolano ma seguiva la via ancora oggi nota come Strada della Dogana, fino a un ponticello di cui esiste ancora l'arco, pericolante, sepolto fra la vegetazione, accanto al viadotto della ferrovia. Si chiama Ponte di Vasculla.




Per approfondire: i ponti del Settecento, disegnati nelle stampe di Giani e Fontani
sono in archivio all' 8 novembre 2013.





mercoledì 14 maggio 2014

Palazzo Torriani

Una visita in una elegante residenza d'epoca
ricerca di Luisa Calderoni
e Claudio Mercatali



Palazzo Torriani nel primi anni 
del Novecento




Il Palazzo della famiglia Torriani è stato completamente ristrutturato e restaurato in questi ultimi anni. Ora è la residenza della sig.ra Annamaria Tagliaferri, discendente diretta della famiglia che ne fu proprietaria e che per diversi secoli abitò qui. Il Palazzo è sotto tutela della Soprintendenza per i Beni culturali, che lo descrisse così ...

Relazione storico-artistica del Ministero 
per i Beni Culturali e Ambientali  
dicembre 1987.

"Palazzo Torriani è situato nel centro storico di Marradi. Non è noto l'esatto periodo di costruzione ma si può, senza incorrere in grave errore, attribuirla alla seconda metà del 1600 con un prolungamento di lavori, per vari ragioni, molto probabilmente ultimati nei primi anni del '700.



La composizione architettonica della facciata è di impianto tipicamente toscano, semplice e chiaro: consta di tre piani fuori terra scanditi orizzontalmente da sue fasce continue in arenaria che corrono all'altezza dei bancali delle finestre del primo e del secondo piano. 

Nel mezzo della facciata è collocato il portale di accesso che si pone in chiara evidenzia nel disegno del prospetto adottato, essendo l'unica apertura ad arco, totalmente fasciata da stipiti in arenaria modanati ed al cui sommo è situato un elegante stemma della nobile e antica famiglia Torriani.
Purtroppo lo stemma, specie nella parte superiore, accusa con molta evidenza le ingiurie del tempo. A destra e a sinistra del portale vi sono due aperture i cui vani interni sono adibiti a negozio: le luci di queste aperture hanno stipiti e architravi in pietra arenaria e, al di sopra dell'architrave, una cornice sempre in arenaria.
Anche le luci delle finestre del primo e del secondo piano sono delimitate da stipiti dello stesso materiale arricchiti da modanature e da motivi decorativi sotto i bancali specie in quelli del piano nobile. Oltre a quanto sopra detto, queste finestre sono maggiormente evidenziate dalle altre del piano sovrastante, con un aggettante cappello la cui sporgenza è favorita dalle mensole poste in corrispondenza degli stipiti delle finestre stesse.
L'ombra dei coronamenti di dette finestre e la grande ombra del cornicione di coronamento del palazzo, (cornicione consistente in una spessa cornice e in una serie di mensole ben aggettanti), modellano plasticamente la severa architettura dell'edificio.
Da considerare nel suo giusto valore è pure il piano nord, nobilitato dalla lunga distesa del cornicione che come anche sulla testata ad est è in tutto uguale a quello della facciata.
L'atrio di accesso al palazzo conduce ad un cortiletto rettangolare in cui uno dei lati minori, quello a nord, porticato, viene a trovarsi in asse all'atrio stesso.


L'atrio di accesso al palazzo conduce ...


Il portico è composto da due arcate a tutto sesto sostenute da un pilastro: ai piani superiore lo schema architettonico si ripete e diviene loggiato; quello a livello del piano nobile conduce al giardino pensile.
Un certo interesse si prova nell'osservare il fondale dell'atrio rappresentato da una nicchia delimitata da lesene sormontate da un arco a tutto sesto il cui spazio è decorato da una conchiglia in rilievo.


Il portico è composto da due arcate a tutto sesto 
sostenute da un pilastro: 
ai piani superiori lo schema architettonico 
si ripete ... 



L'interno dell'edificio, sia pure nelle'attuali condizioni di degrado presenta la tipologia di casa da signore: in alcune sale sono presenti stucchi e decorazioni nei soffitti e nelle pareti eseguiti in epoche diverse. In una sala del piano nobile, racchiuso da ampi ante lignee, si trova un vano nel quale è collocato un altare di bella fattura con tutte le suppellettili necessarie al culto, con pitture eseguite nella parete di fondo.


... una nicchia ... il cui spazio è decorato
da una conchiglia in rilievo ...





In un'altra sala,  al centro del soffitto, é collocata una pittura a olio su tela che si ritiene opera di Silvestro Lega, rappresentante un'allegoria relativa a un evento tragico della famiglia Torriani.




Silvestro Lega: 
Zeus ed Ebe, la coppiera degli dei.
Sotto tre bambini: due portati via da un uccello nero che li trascina verso il regno delle ombre ad indicare che morirono prematuramente. Il terzo bimbo,  piangente, rappresenta Cesare Torriani.



Oltre lo scalone principale esiste un collegamento di servizio realizzato da una scala a chiocciola, eseguita magistralmente in pietra a rocchi sovrapposti.
Per quanto sopra esposto, il palazzo Torriani rappresenta un esempio particolarmente importante di architettura civile inserito nel contesto urbanistico del centro antico di Marradi e per tanto meritorio di essere sottoposto alle disposizioni di tutela ai sensi della legge 1.6.1939 numero 1089".

          Il soprintendente
                Arch. Angelo Calvani

La signora Annamaria Tagliaferri ci ha fatto visitare il palazzo e ha permesso 
di fotografare gli interni. Così ora parleranno molto le immagini. 


Il retro del Palazzo e l'edificio che ospitava la filanda di Cesare Torriani




L'edificio è stato residenza signorile per diversi secoli, praticamente dal Seicento. I Torriani, fuggiti da Milano alla fine del '400, acquistarono l'edificio ancora incompleto dalla famiglia Razzi.

Il palazzo era dimora signorile ma anche centro dell' attività, visto che i Torriani erano grandi proprietari terrieri.

Nelle vastissime cantine del piano interrato c'erano i magazzini dei prodotti agricoli e del vino.


Accanto al palazzo, nell'Ottocento, fu edificata la filanda della seta Torriani della cui attività si hanno notizie fino agli anni '20, anche dopo la morte di Cesare.


Panorama di Marradi nel 1958:
 a sinistra la Filanda Torriani, sopravvissuta ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, e parte del resede circondato da un muro di pietra




Carta intestata di Giuseppe Torriani


 Ora seguiamo  il percorso fatto con la signora Tagliaferri.


  • Il pianterreno 
In fondo all'atrio ci sono i locali delle antiche cucine. Questa parte del palazzo è del Cinquecento e sul camino c'è ancora lo stemma dei Razzi, che allora erano i proprietari della nobile dimora.

Il camino di arenaria scolpita è così grande che al suo interno, ai lati, ci sono le sedute per le persone che volevano stare al caldo.






Nel locale in fondo al cortile interno sono conservate le attrezzature più belle della cantina, cioè gli enormi tini, il torchio di legno, il vaglio, e una gran quantità di attrezzi.

Si dice che i Torriani avessero cento poderi e dobbiamo immaginare che qui, al momento dei raccolti, arrivasse una gran quantità di prodotti agricoli da immagazzinare.









Nella foto sotto, appeso al muro,  si vede un oggetto particolare, diverso da tutti gli altri. E' un piatto doccia del primo Ottocento, con il beccuccio per lo scarico.
La servitù versava l'acqua calda in una specie di annaffiatoio appeso al soffitto e il signore faceva la doccia tirando una cordicella che apriva lo spruzzo. Era un lusso all'epoca, perché il locale per il bagno allora era privilegio di pochi.




clicca sulle immagini
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Da una finestra sopra un acquaio scolpito nella pietra si vede uno scorcio dell'esterno, vicino al giardino, che è la prossima tappa della visita.



  • Il giardino


Sul retro del palazzo, all'altezza del primo piano, c'è un elegante giardino. Si arriva lì percorrendo questo corridoio.





















Il "giardino dei Torriani" è un posto ricordato spesso dai vecchi del paese, per l'eleganza e la presenza di una grande vasca e soprattutto di una ghiacciaia sotterranea, dove d'inverno si accumulava la neve per avere ghiaccio fino all'estate.





































  • La famiglia

Chi erano i Torriani? E' difficile rispondere qui, perché la storia della famiglia è lunga diversi secoli e le vicende sono state tante. Nell'Ottocento le loro fortune raggiunsero il massimo ed erano fra i più ricchi e i più brillanti proprietari di Marradi. Ecco, forse il bel vivere, la generosità, la facilità con cui spendevano il loro denaro furono, assieme alla passione per le belle cose, la loro caratteristica peculiare o almeno questo è il ricordo che più spesso si ha di loro qui in paese.

Il Castellone era una  proprietà entrata in possesso della famiglia in seguito alle nozze tra Emilia Torriani, figlia di Giuseppe, e Leopoldo Tagliaferri.  Oggi appartiene al Comune di Marradi  cui  la Signora   Annamaria lo donò circa quindici anni fa.  In una sala del palazzo c'è una stampa dell'Ottocento che lo rappresenta.

Un'altra proprietà storica della famiglia era la fattoria di Galliana, che fu venduta negli anni Trenta per pagare i debiti del fallimento della Fornace Marcianella, una fabbrica di tegole e mattoni di cui i Torriani erano soci, e che subì un rovinoso tracollo economico.


In questa fotografia degli annui Venti si vedono alcuni membri della famiglia in una elegante automobile,  in gita a Galliana, nella loro fattoria.


L'elegante caminetto della suite
L'auto di marca "Nazzaro"












Nel giardino del palazzo, dopo  una battuta di caccia: il terzo da sinistra  é Giuseppe Torriani. Il quinto, seduto, é Mario Tagliaferri, nonno paterno di Annmamaria, il primo da destra, seduto, è Filippo Fabroni.












la seconda da destra è Emilia Torriani, madre di Anna Maria 
















Emilia Strigelli e Cesare Torriani il giorno delle nozze
Emilia Strigelli adolescente


Cesare Torriani, che fu sindaco di Marradi nell' Ottocento, con i nipoti
Emilia (a sinistra) Cornelia e Carlo





  • I lampadari


Percorrendo le varie sale si va verso il centro del palazzo, in un crescendo di locali sempre più eleganti, tutti affrescati, con soffitti e lampadari da favola:



























































  • I dipinti di Pio Chini

E così,  di sala in sala,  si arriva alle stanze affrescate da Pio Chini, della nota genìa di artisti, decoratori e ceramisti di Borgo S.Lorenzo. Pio era lo zio di  Galileo Chini  che vedremo più avanti.
Questo artista della seconda metà dell'Ottocento era un raffinato decoratore di interni. Aveva tecnica, buon gusto, senso della prospettiva e cura dell'immagine, come si può vedere.










































A Pio Chini non mancava
certo la fantasia
e l'inventiva per le decorazioni.














  • I dipinti di  Galileo Chini

Galileo Chini

E siamo così giunti alla parte topica della visita, cioè alle sale decorate da Galileo  Chini. Senza fare tanti discorsi si vede che il livello artistico è cresciuto ancora e siamo al capolavoro. Questi dipinti perfettamente conservati e restaurati, sono il principale motivo per cui il Palazzo è sotto tutela delle Belle Arti.







Cesare Torriani venne sequestrato dai banditi a Galliana, negli anni precedenti al 1872. Qui da noi i sequestri per estorsione erano una rarità e il signor Cesare girava sicuro nella sua fattoria accompagnato dal fattore.
Ma i briganti li sequestrarono entrambi e chiesero un riscatto altissimo. Le trattative andarono avanti con alterne vicende e alla fine Cesare Torriani fu liberato. Sua moglie Emilia Strigelli, in avanzato stato di gravidanza, , spaventata da un colpo di fucile esploso da un bandito e stremata da questa vicenda, nei giorni seguenti partorì prima del tempo e morì.

Nel salone principale il soffitto è decorato con una allegoria attribuita a Silvestro Lega. Vi è rappresentata la morte prematura di due bambini e un terzo piangente, che sarebbe Cesare Torriani.



 L'affresco al soffitto è
accompagnato


da tante decorazioni
a corredo












Il queste stanze l'arte di Galileo Chini
è quella della piena maturità






In queste decorazioni si riconosce già lo stile che poi l'artista userà nelle decorazioni del palazzo del re del Siam (regno dell'Estremo Oriente).









Infatti la biografia dell'artista dice che nel 1910 il Re del Siam, Rama V, dopo aver ammirato i suoi lavori alla Biennale di Venezia lo invitò a lavorare a corte, a Bangkok.
Nel giugno 1911 Galileo Chini si imbarcò a Genova, diretto in Estremo Oriente. A Rama V, morto nel frattempo, successe il figlio, il coltissimo Rama VI, che accolse il pittore a Bangkok.

















 Questi decori d'angolo sono stati i più apprezzati dai critici d'arte, che parlano di arts nouveaux, liberty, influssi e rapporti con l'arte di Gustav Klimt ...












 Allo stesso modo in queste decorazioni si colgono degli spunti che poi saranno sviluppati nelle successive realizzazioni del Chini
















Per approfondire, digita
su internet "Palazzo Torriani"