Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

giovedì 1 ottobre 2026

Donne di Romagna


Otto donne nobili 
e famose del ‘400

Ricerca di Claudio Mercatali




Il Quattrocento qui da noi fu un secolo ricco di personaggi e vicende. Passioni e pretese esagerate si accavallarono nelle corti dei signori romagnoli: i Manfredi a Faenza, gli Ordelaffi a Forlì, gli Alidosi a Imola, con tante storie di cappa e spada alternate a intrighi, amori e avvelenamenti.
Queste che seguono sono le vite di otto donne, diverse come più non si potrebbe. Tre o quattro di loro furono vittime della famiglia o dei consorti ma, per par condicio, le altre tiranneggiarono e ammazzarono il marito in vari modi. Leggiamo:


Lucrezia Ordelaffi figlia di Cecco Ordelaffi signore di Forlì nel 1403 sposò per sua sventura Andrea Malatesti, signore di Cesena, Bertinoro, Meldola. Il matrimonio attenuava l’astio fra i Malatesti e gli Ordelaffi, che non accettavano la presa di Bertinoro (1393) da parte del trentunenne Andrea Malatesti, che per questo pensò di impalmare la quattordicenne Lucrezia. Negli Annales Forliviensis del 1403 si legge: “Malatesta venit ad videndum dominam Lucretiam, filiam domini Cecchi de Ordelaffis et sponsam suam cum onorabili societate”.

Lucrezia era una ragazzina innamorata del trentunenne gagliardo Andrea, che però l’aveva sposata solo per interesse. Andrea le fece aprire la porta della fortezza di Ravaldino, a Forlì, con la scusa di visitarla e se ne impadronì. Il padre di Lucrezia si sentì tradito dalla figlia e il 19 ottobre 1404 la avvelenò con una minestra di ceci. Poi si pentì ma erano lacrime di coccodrillo e i forlivesi lo cacciarono dalla città.


Passiamo ad altro: Lucrezia Alidosi era figlia di Ludovico, signore di Imola. Nel 1412 sposò Giorgio Ordelaffi, signore di Forlì che morì nel 1423 e lasciò il governo della Signoria sotto la tutela del duca di Milano Filippo Maria Visconti. Pessima scelta perché il duca di Milano vide l’occasione di conquistare la Romagna intera. Lucrezia fuggì da Forlì con il piccolo Teobaldo, suo figlio ed erede della Signoria sulla città. I Fiorentini, temendo l’espansione dei Visconti, inviarono in aiuto a Lucrezia il condottiero Pandolfo Malatesta ma dopo varie vicissitudini patirono una cocente sconfitta a Zagonara, vicino a Lugo, il 28 luglio 1424. Lucrezia si rifugiò a Rimini, alla corte dei Malatesta ma lì suo figlio Teobaldo morì di peste. Allora si ritirò nel monastero del Corpus Domini di Ferrara dove morì circa nel 1460, da Superiora.



Andiamo avanti: Barbara Manfredi (Faenza 3 aprile 1444 – Forlì 7 ottobre 1466) era figlia di Astorre II, signore di Faenza. Il padre promise in sposa lei a Pino III Ordelaffi e sua sorella Elisabetta a Francesco IV Ordelaffi, signore di Forlì. Era un doppio matrimonio politico molto importante perché si sperava che le due sorelle faentine maritate con i due fratelli forlivesi potessero sanare le tante dispute fra queste due città. Non fu così: Barbara era gelosa di sua sorella e Pino III odiava suo fratello Francesco IV che ad un certo punto tentò di avvelenarlo. Però fu ricambiato e Barbara tentò di avvelenare lui. Si era scatenata una lotta per il potere e in seguito ad una congiura Francesco IV fu pugnalato e ucciso.
Così Barbara e suo marito divennero signori della città. 
Donna bellissima e volitiva imbastì una relazione con il Podestà di Firenze ma suo marito se ne accorse e la uccise con il veleno. Suo padre Astorre II di Faenza lo sospettò e lo minacciò e Pino III per fugare i sospetti fece costruire un bellissimo monumento funebre da Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole. E’ nell’ abbazia di San Mercuriale di Forlì, con una dedica struggente (ma poco sincera) incisa nel marmo.


Francesca Bentivoglio (1468, Bologna – 1504, Milano) era figlia di Giovanni II, signore di Bologna. Come al solito per motivi politici andò sposa a Galeotto Manfredi signore di Faenza. Forse era anche innamorata, almeno nei primi tempi. Invece suo marito continuò la sua relazione con Cassandra Pavoni come se nulla fosse. 



Francesca ebbe Astorre a diciassette anni, non accettò la presenza dell’amante del marito e nel 1487 tornò a Bologna piena di rancore. L’anno dopo tornò a Faenza in apparenza rassegnata, ma in realtà aveva assoldato alcuni sicari che assassinarono Galeotto. Si dice che lei stessa diede le ultime pugnalate al marito.


Cassandra Pavoni era l’amante di Galeotto Manfredi del quale abbiamo appena letto. Venne a Faenza da Ferrara, i cronisti la descrivono bellissima ma non abbiamo nessun ritratto certo di lei. Di sicuro Galeotto la amò e fece tre figli con lei. Dopo la morte di Galeotto si ritirò nel convento di San Maglorio, a Faenza.



Lucrezia Borgia nacque a Subiaco il 18 aprile 1480, figlia di Rodrigo Borgia, (Papa Alessandro VI). Si sposò a 13 anni con Giovanni Sforza di Pesaro e poi suo padre (… il papa) annullò il matrimonio e a 18 anni si sposò con Alfonso d'Aragona, (che due anni dopo fu ucciso da Cesare Borgia, suo fratello). Fra i due matrimoni ebbe una relazione con Pedro Calderòn, uomo di fiducia del padre (Pedro fu trovato morto nel Tevere). Poi Lucrezia si risposò con Alfonso d'Este, primogenito del duca Ercole I. Dati questi precedenti all’ inizio il duca di Ferrara era un po' scettico, ma le ragioni politiche ebbero il sopravvento. Poi si rassicurò: Lucrezia rimase a Ferrara per 17 anni, ben voluta dalla famiglia del marito e amata dai sudditi. Ebbe sette figli e si circondò di artisti e letterati fra i quali il cardinale Pietro Bembo. Morì a 39 anni. Le rimase una nomèa di donna spregiudicata che da giovane aveva eliminato gli amanti che non le interessavano più con il veleno che teneva nell’anello, ma forse questa è una leggenda.





Caterina sforza (Milano 1463 circa – Firenze 28 maggio 1509) . Intelligente, capace e vendicativa, sposata e vedova tre volte, amata da tanti uomini, scrittrice di ricette con erbe salutari, signora di Imola e di Forlì, capiva la complicata politica della agitata Romagna dei suoi tempi più dei maschi del suo tempo. Nelle sue tante lettere ogni tanto parla di Marradi, invitando i Fiorentini a difendere il paese dai Veneziani. Da lei sappiamo che Marradi nel 1498 fu incendiata dai Veneziani in ritirata.
Era madre del condottiero Giovanni dalle Bande Nere, avuto da Giovanni de’ Medici, il terzo marito. Fu sconfitta da Valentino Borgia dopo il duro assedio di Forlì del 1501 ma costui non ebbe il coraggio di ucciderla durante la prigionia a Castel S. Angelo, come fece con Astorre Manfredi signore di Faenza e la liberò. Così lei finì i suoi giorni a Firenze.


Questa è l’estrema sintesi della sua vita e ancora oggi è ricordata con rispetto a Forlì, il che non è poco. Si narra che un giorno, assediata nella rocca di Forlì, fu minacciata dai nemici, che avevano preso i suoi figli in ostaggio. Per risposta salì sulle mura, sollevò la sottana e disse che …
Leggi il fatto qui accanto.


Diamante Torelli era una ragazza che durante l’assedio di Faenza del 1501 salì sugli spalti con la mazza in pugno a contrastare i soldati di Valentino Borgia che salivano sulle mura. Non si sa altro di lei, però è rimasta la sua memoria e a Faenza le è stata intitolata la via lungo le mura dove lei agì, dalla parte di Borgo Durbecco.




sabato 12 settembre 2026

1619 Gli archibusieri

La nuova milizia
della Romagna Toscana

Ricerca di Claudio Mercatali




Nel 1609 il Granduca Cosimo II passò da Marradi per andare incontro alla sua promessa sposa Maria Maddalena d'Austria, che era sbarcata a Ravenna e si avviava verso Firenze. In questa occasione lui stesso e i suoi consiglieri si resero conto che la cosiddetta Provincia di Romagna, formata dai quattordici comuni del versante romagnolo aveva bisogno di una gendarmeria e di una forza pubblica che potesse agire in caso di necessità. Fu così che nel 1619 venne istituita la Compagnia degli Archibusieri a cavallo. Chi erano costoro? Leggiamo il bando:


Cosimo Gran Duca di Toscana

"Conoscendo noi di quanta comodità, o sicurezza degli Sudditi, e Stati nostri possa essere, e farà l'introduzione nella Provincia nostra di Romagna d'una Milizia d'Archibusieri a cavallo,nella quale si arrolano fedeli sudditi nostri originarij, habitatori, non indebitati sopra le forze di loro patrimonio, non forestieri, non
 lavoratori di terreni d'altri, non mezzaioli, garzoni, né guardiani di bestiame, ma honorevoli habili à gl'ufizi pubblici delle Terre, e Castelli,né quali ò loro Territorio possiedono beni e facultadi proprie, quieti, non interessati ad inimicizie ò faziosi, atti ad essere esercitati disciplinatamente e perciò da trent'anni in giù e facultosi di maniera che possino nutrire il cavallo da briglia, o da sella, quale converrà loro tenere ..."

Quanti erano gli archibusieri?

" ... abbiamo risoluto che se ne faccia, descriva e arruoli una Compagnia di numero cento ... e si intendino in virtù di questa nostra ordinazione liberi e sottoposti solo come archibusieri a cavallo all' obbedienza, governo e comando del Capitano con Luogotenente ...".

Che obblighi avevano?

" ... di presentare e tenere di continuo presso di sé cavallo sano, libero di ogni impedimento, con sella, briglia e staffe di ferro bene in ordine, atto a tutte le fazioni di questa milizia ... e restando senza di esso sia castigato in conformità dei capitoli della Cavalleria di lancia ...".

Ogni squadra stava nel suo paese ed era di dieci o dodici persone. Si riuniva una volta al mese, in un luogo distante non più di dieci miglia e il Granduca volle che:

" ... almeno nel mese di maggio o giugno, facciasi una mostra e rassegna generale di tutta la Compagnia ... e il luogo di questa rassegna non sia sempre il medesimo ma si vada variando ogni anno ...".

Gli archibusieri avevano una specie di porto d'armi e:

" ... la facoltà di tenere e usare, per tutta la Provincia della Romagna l'archibuso a ruota, con palle, polvere e muinizione fino a Dicomano, Scarperia, Borgo S.Lorenzo e Vicchio di Mugello, nei quali luoghi devono sempre lasciare le predette armi, e per tutto lo Stato di Siena fino alle porte della città, ma però quando andranno in Maremma siano tenuti a levar le ruote lontani per venti miglia dalla città di Firenze ..."

Per loro non c'era compenso, però si stabilì che:

" ... a loro competa la facoltà di poter senza gabella portar fuori dello Stato tutte le castagne, i marroni freschi in farina non ridotti, che in terreni di loro proprio patrimonio coglieranno, data però che ne habbia la nota del ricolto gli Uffiziali dei luoghi ...".



Tutto ciò venne deciso con il bando del 23 febbraio 1618. Gli archibusieri avevano anche dei privilegi e degli obblighi:






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Chi non rispettava le Regole e procurava danni e impicci veniva punito dal Capitano di Marradi soprattutto con delle pene pecuniarie. Per questo a Domenico d'Antonio da Marradi fu comminata una multa per un motivo che non conosciamo e lui umilmente si rivolse al Granduca chiedendo che gli fosse cancellata ... e fu accontentato ...




Reverendissimo Granduca

Domenico d’Antonio …. dal poggio di Marradi humilissimo servo di V.A.S. (vostra altezza serenissima) descritto nella sua onorata milizia li espone come dal Capitano di Marradi è stato condannato in lire due … … per danno dato e che è povero contadino non ha il modo a pagare pertanto supplica Vostra Altezza a volerli far grazia di tal condannazione offrendosi pregar il Signor Iddio per ogni sua maggior felicità …

ACCORDATO, per il danno abbi grazia,      Andrea Cioli 6 luglio 1635



Fonti
Documenti dell'Archivio storico del Comune di Marradi





martedì 1 settembre 2026

1873 Una descrizione del fiume Lamone

Rapporto 
del Genio Civile 
di Ravenna
sul fiume Lamone

ricerca di Claudio Mercatali



Il fiume Lamone ha un bacino molto ampio e raccoglie anche le acque del torrente Marzeno. Per questo le sue piene sono temibili, se piove contemporaneamente su tutta l'area e il rischi di straripamenti diventano reali nella bassa Romagna.

Il questa descrizione del 1873 l'ing. F. Lanciani, capo del Genio Civile di Ravenna, riassume le tappe salienti della storia del fiume mettendone in risalto i rischi.


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Però si deve anche ricordare che assieme all'acqua il Lamone nel corso dei secoli ha portato milioni di metri cubi di terre fertili nei dintorni di Ravenna e ha contribuito in modo notevole a colmare le paludi attorno alla città.















Ref :Scienze della Terra


mercoledì 12 agosto 2026

La riesumazione della salma di Campana

"In ogni caso né da vivo 
né da morto si avrà ragione 
di me" (Dino Campana a Diego Novaro)

Ricerca di Claudio Mercatali


La Badia a Settimo oggi.


Nel 1942 erano trascorsi dieci anni dalla morte di Dino Campana ed era venuto il tempo della rimozione della salma, come prevedevano le regole cimiteriali di allora per i defunti non richiesti dalla famiglia. Bisognava provvedere, altrimenti i resti sarebbero andati nell' ossario comune. Piero Bargellini, un letterato che poi divenne sindaco di Firenze, si era mosso per tempo e aveva raccolto qualche soldo per una nuova sepoltura, ma soprattutto era riuscito a coinvolgere il Ministro della Cultura Bottai. Così i resti del Poeta non finirono nell' ossario. Ecco come andarono le cose il giorno dell' inumazione dei resti,  secondo il racconto di Vasco Pratolini sul periodico Primato del marzo 1942:




Una settimana fa, il 2 marzo, il Caffè delle Giubbe Rosse, a Firenze, era affollato più del solito ai tavoli dei "letterati". Molti di costoro appena scesi dal treno, gente che in un passato remoto o prossimo era stata di casa alle Giubbe Rosse, e anche gente che pur stando a Firenze frequenta ormai raramente il caffè. E tutti con in tasca un telegramma o una lettera di Bargellini che li convocava per la mattina dopo alla tumulazione dei resti di Dino Campana. Dicevano: "Sei venuto per Campana? " e poi nemmeno più: "Anche te ..." dicevano, e basta; una consumazione e il discorso altrimenti avviato. (va riconosciuto subito che il significato più vero e segreto della commemorazione fu dato dal pudore con cui ciascuno tenne per sé il nome di Campana, rifuggendo dal parlarne, dandosi appuntamento per la mattina dopo con disinvoltura, quasi un obbligo di amicizia reciproco). Solo in un cerchio più stretto di persone, a tarda sera, in casa di Donatella e Piero Bigongiari, s'avviò un cauto dibattito sul valore degli Inediti come poesia in sé o come documento, ma fu facile lasciarsi distrarre dai pericolosi esercizi del pittore Tomea sul cornicione della terrazza, e abbandonare l'argomento in cui era implicita una punta di mondanità. Quando uscimmo dalla casa di Bigongiari era una notte stupenda. Forse potevamo ricordare:

"L'Arno presago quietamente arena - Azzurro l'arco dell' intercolonno - Trema rigato tra i palazzi eccelsi ...";

ma tacemmo, nella gran luce azzurra e bianca.

Questi versi si riferiscono al Lungarno degli Alabardieri, vicino a Ponte Vecchio, dal quale si gode questa visuale.




Il frontespizio della rivista Primato





Campana fu rinchiuso negli ultimi quattordici anni dentro il manicomio di Castelpulci: dal 1918 al 1 marzo 1932 giorno della sua morte. In un primo tempo con accessi di follia, ribelle, e poi per anni e anni docile e buono. Campana, come ritrovando nell' ambito del suo corpo massiccio la quiete, morto a sé stesso, con i baleni di una ragionevolezza a cui lo inducevano i colloqui con il medico Pariani, e dai quali ci è pervenuta la testimonianza estrema della sua poesia, quella precisamente di tempo e di luogo di tanti suoi componimenti che l'ineffabile del canto ci aveva simboleggiati. (Ricordo che a me ragazzo Ferdinando Agnoletti parlò di Campana che egli si recava spesso a visitare). A me ragazzo le parole di Agnoletti suonavano vangelo. Usciva allora la ristampa dei Canti Orfici a cura di Bino Binazzi: fu il secondo libro di poesia che lessi, dopo la Vita Nova. Tenni a mente questi versi: "D'ignota scena fanciulla sola come una melodia ...". Agnoletti affermava che Campana in manicomio scriveva scriveva, poesie scriveva; ma non era vero. Ed oggi ancora, la mia incapacità e l'occasione mi costringono a parlare di Campana ripetendo l'aneddotica di cui è volgarmente piene la sua bibliografia.




Come un pazzo dei tanti, Campana fu sotterrato nel cimiterino di San Colombano, prossimo al manicomio. Anni fa Piero Bargellini si fece promotore di una sottoscrizione che riunisse il sufficiente a riscattare i resti del Poeta dalla fossa comune cui erano destinati. Ma la questua fu misera e il progetto sarebbe rimasto tale se non fosse intervenuto il Ministro Bottai a far restaurare una cappella della vicina chiesa di Badia a Settimo, a disporre tutto e per tutto affinché le ossa di Campana avessero la loro degna sepoltura, affinché il Segno della sua tomba restasse. (Ora come a una passeggiata festosa tra gli orti e le colline e le case misere e sonore della periferia fiorentina, potremo approdare a una cappella di mattoni a fianco della Badia, trovare ai piedi del piccolo altare una lastra che reca il nome di Campana).

Una settimana fa, il 3 marzo, dieci anni dalla sua morte, Bargellini aveva convocato i fedeli di Campana alla sua tomba. E sulla piazza della Stazione di Firenze, Bottai aveva dato loro appuntamento. Alle nove. Quasi un'alba protratta nel cielo, il fresco umido dell'alba, il sole ancora celato dietro le case. Con Bottai era Lazzari. E c'erano Papini e Attilio Vallecchi, Bargellini, E.Montale, Russo, De Robertis, Falqui, Timpanaro, Lisi, E.Rosai e Fallacara, con Papini, i soli a ricordare il volto vivo di Campana.

Giacomo Manzù Crocefissione
da Primato marzo 1942





E poi Gatto, Luzi, Parronchi, Bigongiari, Bo, Seroni, Berti, Santi, Hermet, Contri. Poi, una settimana è passata, ho viaggiato in questa settimana, mi sono distratto. Poi, tanti. Ma non tanti. Trenta, quaranta. E i più in autobus giungemmo a Badia a Settimo. Questo è bello da ricordare, questo è bello che ci ricordiamo: che mai si parlò di Campana, o lo facemmo per esternarci il timore di una profanazione, d'essere già in troppi così. 



C'era il sole ora, l'erba del sagrato bagnata (proprio c'era l'erba sul sagrato a Badia a Settimo, poca poca) umida di rugiada pareva. E un momento, quello solo è bello ricordare. Eravamo pigiati nella piccola cappella, a semicerchio di contro all'altare, ai pedi di questo una cassetta, di noce, con due maniglie dorate, e una targa sopra, con scritto: Dino Campana 1885 - 1932. Quel momento è bello ricordare. Il sacerdote recitò una semplice, breve orazione, fece il segno della croce, si portò su un lato. Anche noi ci facemmo il segno della croce. Poi Montale e Gatto si mossero, presero la piccola cassa ciascuno da una maniglia, la deposero nel loculo aperto sotto i due gradini dell'altare: uno spazio appena sufficiente. Gatto indugiò un attimo come indeciso, parve, che tutto fosse così semplice a fare. Montale con lo sguardo abbassato tornò fra noi. Allora Bottai si mosse dalla sinistra ove si trovava, fu per alcuni istanti dinanzi all'altare (altri s'erano mossi con lui) si volse, uscimmo. La visita alla Badia. Ritornammo alla cappella: i manovali avevano murato la lastra: Rosai e Bo vi deposero la corona di Bottai.


Il sagrato fu allora popolato. C'erano gli studenti di lettere fiorentini, gli allievi di De Robertis. E c'era un gruppo di bambine di quattro cinque anni nemmeno, tutte in bianco, col fiocco azzurro, che tennero le manine alzate per tanto tempo, messe in fila da una suora in omaggio al ministro. Questi si recò a visitare la scuola, non so che altro. Mica si parlava di Campana. Era bello anche questo tener tutto per noi il sentimento del perché ci trovavamo lì riuniti. E senza dircelo, uno alla volta, tornavamo a rivedere la cappella con la pietra murata di fresco. La gente di Badia, che non era stata avvertita di nulla, si teneva ai margini del prato, diceva: "Sono venuti per la tomba del Poeta".





Vasco Pratolini Firenze 1913 - Roma 1991) fu scrittore e romanziere. Nel 1938 fu uno dei fondatori della rivista di critica letteraria Campo di Marte, chiusa quasi subito dai Fascisti.

Fonte
 Rivista letteraria Primato. Le illustrazioni in bianco e nero provengono dai numeri della rivista del 1942.





sabato 1 agosto 2026

A Fido esempio di fedeltà

La commovente 
storia di un cane

Ricerca di Claudio Mercatali



Una sera di inverno del 1941 Carlo Soriani di Luco del Mugello, operaio alle Fornaci Brunori di Borgo San Lorenzo, trovò in un fosso un cucciolo di cane ferito. Lo portò a casa e lo chiamò Fido. Il cane si affezionò talmente al suo padrone che ogni mattina lo accompagnava da casa alla piazza di Luco, dove Soriani prendeva la corriera per Borgo San Lorenzo. Fido tornava a casa, ma alla sera era di nuovo alla fermata della corriera, attendendo l'arrivo del padrone.

Il 30 dicembre 1943 Borgo San Lorenzo fu bombardata, le Fornaci Brunori furono colpite e Carlo Soriani morì. Quella sera Fido non vide scendere il suo padrone dalla corriera. Per quattordici anni, fino alla sua morte, si recò ogni giorno alla fermata, nella speranza di veder scendere Soriani.



Colpito dalla straordinaria fedeltà di Fido, il sindaco di Borgo San Lorenzo dispose che potesse girare senza museruola e gli conferì, il 9 novembre 1957 una medaglia d'oro, alla presenza di molti concittadini e della commossa vedova di Soriani. Nel medesimo anno il Comune di Borgo San Lorenzo decise di omaggiare Fido con un monumento, collocato nella centrale Piazza Dante, ove si trova tutt'oggi. Fido morì il 9 giugno 1958. La notizia fu diffusa al pubblico dal quotidiano La Nazione con un titolo a quattro colonne. 


Il 22 giugno La Domenica del Corriere lo ricordò in una copertina firmata da Walter Molino. Fido fu sepolto all' esterno del cimitero comunale di Luco, dove era stato sepolto Carlo Soriani.

domenica 12 luglio 2026

Una medaglia per le filandaie

Il premio per le filandaie 
della Romagna Toscana

Ricerca di Claudio Mercatali




La Trattura della seta ossia la lavorazione del bozzolo per ottenere il filo tessile è una tecnica di antica industria cinese, segreto ben custodito per secoli. Fra’ Giovanni da Pian del Carpine (l’odierna Magione, Perugia) monaco itinerante del Duecento, protagonista di un interminabile viaggio a Oriente scoprì il segreto: il Bombix Mori, il baco da seta, è monofago cioè mangia solo le foglie di gelso e se non le trova muore di fame. Perciò il frate mise nel cavo del suo bastone dei semi di gelso e li portò in Europa. Così i Cinesi persero il monopolio della seta e gli Europei aprirono tante filande. Nell’Archivio storico di Marradi ci sono molti documenti che parlano del mercato dei bozzoli del baco da seta, a partire dal Seicento. Nei paesi vicini accadde lo stesso: nell’  '800 a Palazzuolo era in attività la Filanda Zavagli e a Modigliana una lunga serie di opifici.





Nel 1862 trattura della seta qui nella Romagna Toscana era diventata una vera e propria arte e riconoscimenti per le filandaie furono tanti. Questa che segue è la cerimonia di premiazione fatta all’ Accademia degli Incamminati di Modigliana. La sede era alle Logge del Municipio del 1861 (quello odierno fu edificato nel Ventennio).




Fu una bella cerimonia, con la banda e le autorità. Chissà come erano orgogliose le filandaie. I premi erano per categorie: fra le Direttrici e le Addette furono premiate Bandini Anna, Bandini Filomena, Bassani Pierina, Cappelli Anna, Fabbri Settimia, Ferri Anna, Graziani Marianna, Mercatali Metilde, Solaini Anna, Tarabusi Maria. 





In un altro elenco compaiono anche Ciani Teresa, Poggiolini Rosa, Scheda Teresa, Vanni Maria, Vinci Maria. Tutto questo to è importante, perché dimostra che già allora le Marradesi erano inserite bene nel mondo del lavoro e non solo in agricoltura.


La regola principale della Memoria Storica dice che il ricordo tramandato si perde dopo la terza generazione, cioè di solito arriva al racconto dei nonni, e quindi si va indietro solo di circa 70 - 80 anni.


Qui siamo a più di 150 anni di distanza e sarà difficile che qualcuno abbia in famiglia una memoria tramandata di questi premi, anche se ha lo stesso cognome delle premiate. In caso contrario ne riparleremo.


Per approfondire

Su questo blog ci sono altre ricerche di Luisa Calderoni:
Le Filande (archivio alla data 4.05.2011)
L'Expo della seta del 1850 (01.06.2011)
L'allevamento domestico del baco da seta (20.11.2011).


mercoledì 1 luglio 2026

Due rubriche del Messaggero del Mugello

Le barzellette e 
i proverbi del 1894

ricerca di Claudio Mercatali



Il Messaggero del Mugello era un settimanale pubblicato dalla Tipografia Mazzocchi di Borgo San Lorenzo. Arrivava anche a Marradi ed era uno dei fogli più letti. Le edicole non c’erano e veniva depositato presso una drogheria o un tabaccaio e poi distribuito, specialmente ai benestanti.

Possiamo immaginare il garzone di bottega che portava il periodico a casa di chi lo aveva prenotato e così guadagnava qualche mancia. Questo foglio era una creatura di Alessandro Mazzocchi e il primo numero uscì nel 1883. Poi gli eredi continuarono la tradizione fino al 1932, anno in cui fu chiuso d’autorità dal Fascio e cessò per sempre. In prima pagina c’erano sempre degli editoriali di buon livello su fatti nazionali, all’interno una fitta serie di notizie locali inviate dai corrispondenti da ogni comune del territorio. C’erano anche varie rubriche di agraria, cucina, sport e anche raccolte di poesie, proverbi e barzellette. Ecco, ora interessano questi due temi. Leggiamo:

LE BARZELLETTE





Il nome allusivo della Rubrica è Sotto zero
e sta a significare che queste sono delle freddure.











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a tutta pagina



















I PROVERBI TOSCANI


E' difficile stabilire la regione di nascita di un proverbio, perché se ne trovano quasi sempre delle varianti in posti diversi e ognuno assicura che la sua è la forma originaria. Questi che seguono vengono da una raccolta di Giuseppe Giusti.



Sant' Antonio abate è il 17 gennaio,
San Lorenzo è il 10 agosto.