Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
Visualizzazione post con etichetta Archeologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Archeologia. Mostra tutti i post

venerdì 25 gennaio 2019

Un trekking indietro nel tempo

 Dal Torretto a Lutirano
per una via breve e insolita
Resoconto di Claudio Mercatali

Il bivio per il Gattoleto
al Passo del Torretto


Alla metà dell’ Ottocento i Comuni di Marradi e Modigliana erano impegnati a costruire la strada del “Torretto” e le spese erano tante. Si discusse sul tracciato perché al valico di Beccugiano ci sono tre modi di scendere nel fondovalle dell’Acerreta: 1) la direttrice Gattoleto – Taverna – Lutirano 2) La strada di Pian di Sopra 3) Il percorso attuale. Però se non ci fosse stata la necessità di collegamento con Modigliana la via più diretta da Marradi all’Acerreta non sarebbe stata qui ma dal Passo della Cavallara, antichissima perché porta all’Abbazia di Badia della Valle (anno 1055).

A Lutirano si faceva un gran discutere su questi percorsi e anche il parroco di Badia della Valle volle dire la sua, suscitando qualche protesta dei suoi parrocchiani. Leggiamo:

Al Gonfaloniere del Comune di Marradi e al suo Magistrato

“E’ giunta ai sottoscritti la singolare notizia che il sig. Don Bartolomeo Laghi, parroco della Badia di Valle Acereta, dopo aver per lunga pezza titubato sulla linea Cavallara o Taverna ora nell’un senso e ora nell’altro, ha finalmente preso un partito ancora peggiore della contraddizione in cui si è posto fin qui, domandando che, postergato ogni altro progetto, questa strada si faccia risalendo l’ Acereta fino al Ponte della Valle, varcando quivi i monti dirupati che dividono quel sito dalla Terra di Marradi (… cioè passando da Gamogna). La stranezza di tale proposta non ha senso commentare. I sottoscritti perciò ritengono di cogliere questa occasione per rinnovarle la memoria delle ragioni che sono a vantaggio della linea della Cavallara. Se il miglior requisito di una strada è la brevità, quella della Cavallara merita certo di essere proposta. Le strade si fanno per servire alle popolazioni e non viceversa. Dunque la strada più utile è quella che si presta all’uso del maggior numero di abitanti, e per questo la Cavallara sopravanza le altre. Inoltre detta strada riunisce due cose raramente conciliabili, cioè il massimo dell’utilità con la maggiore economia”. 

2 giugno 1850   I possidenti della Valle Acereta


Le richieste dei lutiranesi in questa occasione non vennero accolte, perché per la strada Marradi – Modigliana si scelse il percorso attuale, però la Cavallara fu ammodernata in seguito, lungo l’antichissima via medioevale.


Invece la via Gattoleto – Taverna rimase una semplice campestre fra i poderi, nessuno chiese più di passare di lì e allora la percorrerò oggi. Parto da Marradi alla 10.30 con il pulmino per Lutirano e scendo al Passo del Torretto. Devo imboccare la via per Pian di Sopra, indicata chiaramente da un cartello e seguirla per quasi un chilometro. Passo dalla Collinella, dal bivio per Le Piane, dove c’è una laterale con la sbarra sempre aperta, e oltre fino ad una laterale con la sbarra sempre chiusa, che è la mia strada.
Il 23 gennaio è nevicato, devo camminare con le ciaspole e complicarmi un po’ la vita, però la neve cambia parecchio le forme del paesaggio e al Gattoleto c’è un panorama vastissimo. Il nome di questo podere è filtrato fino a noi dal longobardo attraverso il dialetto romagnolo e il gatto non c’entra. La Wahtha era il posto di osservazione, di guardia, come a San Martino in Gattara. I “Gattoleti” del Comune di Marradi sono quattro: al Passo del Torretto, del Peschiera e sopra Campigno e sopra Fantino, e hanno tutti e quattro una bella visuale. Mille e quattrocento anni fa i Longobardi insediati nel territorio di Marradi scrutavano da qui e da San Martino i loro nemici, i Bizantini dell’Esarcato di Ravenna, oltre il confine che era a pochi chilometri. La guerriglia fra i due durò per più di un secolo, poi i Bizantini crollarono, come del resto anche i Longobardi pochi anni dopo e tutto divenne dominio della Chiesa.

Da qui, seguendo una segnaletica molto chiara si potrebbe proseguire per il Passo della Cavallara ma oggi non è il mio scopo. Mantenendo il crinale scendo per qualche centinaio di metri e lì di sotto si vede Taverna.

Dal crinale si vede tutta l'alta valle Acerreta, fino al Passo dell'Eremo,
che porta a San Benedetto in Alpe.
Ecco Taverna. Ora si tratta di scendere fino in fondo alla valletta che si vede qui accanto.


  
Vado avanti e scivolo indietro nel tempo di altri sei o sette secoli perché durante gli scavi del Metanodotto Algerino in questa valletta e nelle altre accanto vennero alla luce i resti di alcune fattorie Romane, con tanti reperti che sono conservati al Museo di Palazzuolo sul Senio.


A quei tempi i legionari al congedo venivano premiati con un certa estensione di terreno fertile e comodo. Era una buonuscita per il servizio prestato.
Questa vallata in effetti ha degli ottimi terreni agricoli, coltivati con cura anche oggi, tanto che nel fondovalle non si trova nemmeno un metro quadro di incolto.
   
I ritrovamenti al tempo dello scavo per il Metanodotto non furono una sorpresa, perché i contadini di Pruneta, Taverna, Senzano e Vossemole avevano già trovato in tante occasioni dei mattoncini e dei contrappesi per i telai, come questi qui accanto.
  
Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire
  
Sono già a Lutirano, ho fatto solo tre o quattro chilometri e forse chi voleva una strada attraverso questi siti non aveva tutti i torti.




Mi piace girare nei monti quando c’è ancora la neve attaccata ai rami. Secondo una convinzione locale questo indica che l’aria non è cambiata e potrebbe nevicare ancora. Al momento non mi rimane che scaldarmi al camino nella casa di mia moglie, che aveva i nonni originari di qui, e aspettare il pulmino delle 15.00 per tornare a Marradi.


venerdì 26 maggio 2017

La necropoli di San Martino in Gattara

Una visita al Museo 
Archeologico di Ravenna
ricerca di Claudio Mercatali



Il complesso museale
di S.Vitale, Ravenna


In un primo tempo i reperti trovati nella necropoli di San Martino durante gli scavi degli anni Sessanta furono esposti a Brisighella in alcune sale che dovevano essere le prime di un museo. Poi tutto fu portato al Museo Nazionale di Ravenna, dove venne allestita una sala apposita. 


Che cosa si trovò di preciso a San Martino? Per avere una risposta non rimane che andare a Ravenna a vedere. Il Museo Archeologico ravennate fa parte del complesso di S.Vitale e quindi è nel centro della città. Dalla stazione ferroviaria dista poche centinaia di metri ed è facile da raggiungere anche a piedi. E’ una struttura immensa, proprio accanto alla famosa chiesa con i  mosaici.


... si entra da un primo chiostro ...







Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire
... e poi da un  secondo ...


Si entra in un primo chiostro, poi in un secondo e infine si arriva alla sala che ora ci interessa dopo averne attraversate molte altre, piene zeppe di reperti archeologici o antichi di ogni tipo, mirabilmente esposti.

Per carenza di personale di solito la sala della necropoli di S.Martino è chiusa, ma una gentile signora la apre apposta per me e aspetta che abbia finito di fotografare.


 




Accanto ai reperti c’è un pannello
con questa spiegazione:




La necropoli di San Martino in Gattara nel comune di Brisighella si estendeva su un terrazzo fluviale alla sinistra del torrente Lamone. Gli scavi archeologici condotti in modo non continuativo dal 1963 al 1972 hanno portato alla scoperta di sepolture che coprono un arco di tempo di circa 200 anni, dalla metà del VI secolo al IV secolo avanti Cristo.


Le tombe erano a inumazione dentro fosse rettangolari ricoperte da ciottoli e collocate immediatamente all’ esterno o all’ interno di un recinto circolare delimitato da lastre di pietra infisse nel terreno.






Altre tombe erano disposte a formare un altro circolo, secondo un costume funerario dell’ ambiente umbro e di quello adriatico.
  


I corredi sono caratterizzati da oggetti di ornamento personale come fibule, anelli, armille e collane, indossati dal defunto al momento della deposizione e da una serie di oggetti che si ricollegano al ciclo del banchetto:



Le tombe femminili hanno il classico corredo di fusaiole e vasi porta profumi in vetro o pasta di vetro.




Le tombe maschili invece si segnalano per l’insistente presenza di armi da difesa come elmi e schinieri in bronzo e da offesa come  coltelli, cuspidi di freccia e punte di lancia o di giavellotto in ferro, solitamente deposti sulla spalla dell’ inumato in numero di tre.

La caratterizzazione dei defunti come guerrieri è estesa anche ai bambini, il cui corredo è talvolta contraddistinto dalle piccole dimensioni degli oggetti. Il sepolcreto di San Martino in Gattara, assieme alle necropoli di Montericco di Imola, Casola Valsenio e Dovadola, è riferibile a genti italiche stanziate da Imola al mare, identificabili con gli Umbri della tradizione storica. Queste popolazioni, nelle quali l’elemento guerriero riveste una particolare importanza sul piano sociale, erano certamente in rapporto con le aree culturali limitrofe e in particolare con l’ Etruria Padana attraverso la cui mediazione commerciale importavano beni di prestigio: ceramiche attiche dalla Grecia, vasellame e ricche armi di bronzo dall’Etruria propria. Nei pressi della necropoli sono stati scavati anche resti strutturali fra cui parti di un muro in ciottoli contraffortato, riferibile a fortificazioni o terrazzamenti.

 
NOTA Il vaso greco è un corredo della tomba n°12 . La foto successiva è relativa alla tomba n°3 e quella dopo ancora alla tomba n°10.

venerdì 25 novembre 2016

I reperti di età Romana a Marradi

Breve rassegna 
dei ritrovamenti 
nel Comune
ricerca di Claudio Mercatali


Plastico dei pricipali siti
archeologici a Marradi
e a Palazzuolo


La valle del Lamone è stata abitata fino dalla preistoria, come del resto quasi tutte le valli dell' appennino romagnolo.
La buona qualità dei terreni del fondovalle e l'acqua del Lamone, discretamente attivo anche d'estate, rendevano apprezzabili queste terre. In più l'appennino qui da noi non è certo invalicabile e si poteva commerciare con l'Etruria o contare su un flusso di gente di passaggio. Ormai si sa che non c'era una via consolare vera e propria, però la valle del Lamone aveva una certa importanza nel sistema viario dell' Impero. 


I toponimi parlano chiaro: 
poco dopo Errano, per chi risale la valle, c'è Quartolo, confine fra Brisighella e Faenza, a quattro miglia (4 x 1500m = 6km) dalla Via Emilia. 
Al passaggio a livello di Sarna c'è il Rio Quinto e dopo Brisighella la Pieve di Thò (o in ottavo) quindi Ponte Nono e dopo Fognano la chiesa di S.Maria in undecimo.


Stele di età Romana augustea, 
conservata
nella chiesa di S.Martino 
in Gattara


Gli archeologi dicono che il nome Fognano, come spesso i toponimi che finiscono in "ano" viene dal nome del proprietario romano di quei siti, che forse  si chiamava Fannio. 
Allo stesso modo la parte di Marradi verso Faenza, fino al Lamone, per tanti secoli si è chiamata Marciana, da Marzio, e ancora oggi c'è il podere Marcianella, vicino al vivaio forestale del Consorzio di Bonifica. C'era anche il podere Marciana, dove ora c'è la stazione, ma la casa fu demolita per costruire la ferrovia Faentina.

Si stima che al tempo di Augusto l'Italia avesse circa 10 milioni di abitanti e quindi la pressione demografica non costringeva la gente ad abitare fra i monti, Perciò è del tutto probabile che le nostre montagne fossero disabitate e tutti vivessero nel fondovalle.



Stele di Calesterna, del sec. I a.C 
conservata in una abitazione 
privata a Marradi.


Che cosa ci è giunto da quei secoli lontani? 
E' noto che a S.Martino in Gattara c'era un insediamento di Galli Boi, con tanto di necropoli. Ognuno di noi sa che di fronte a S.Martino ci sono Galliana, Galliata e Boesimo e quindi questi sono i principali siti archeologici della nostra zona, ma si trovano cose interessanti anche altrove.
Dei reperti di S.Martino abbiamo già detto in un articolo in archivio su questo blog al 18 agosto 2012 e non è il caso di riparlarne ora.

Adesso faremo una visita al museo archeologico di Palazzuolo, nel Palazzo dei Capitani, che è il sito ufficiale in cui la Sovrintendenza archeologica della Toscana raccoglie tutto quello che viene trovato nell' Alto Mugello. 

Palazzuolo, Palazzo dei Capitani,
sede del museo archeologico.



Che reperti ci sono provenienti 
da Marradi?  Vediamo:


Le cose più interessanti vengono da Taverna, un podere vicino a Lutirano, verso Badia della Valle dove, a seguito degli scavi per il metanodotto algerino vennero alla luce dei resti di una fattoria romana.
Dai resti delle fondazioni, secondo gli archeologi chiamati a suo tempo per le necessarie indagini, l'edificio doveva avere circa questa forma (vedi qui sopra).

  


I frammenti rinvenuti sono tanti, ma nessun oggetto è intero. Forse la cosa più particolare sono i contrappesi per i telai della tessitura, che avevano la struttura illustrata qui accanto.




Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire













La fattoria aveva stanze pavimentate con elementi di cotto ad esagono o a parallelepipedo, che sono stati rinvenuti in buona quantità. Un certo numero di questi reperti viene anche dal podere Senzano, poco distante da Taverna.





Nel museo ci sono anche reperti di altri secoli e altre culture. Questo qui accanto è un martello litico rotto a metà, trovato nel podere di Scorzolino, di fronte a S.Martino in Gattara e probabilmente risalente al Neolitico.






Il reperto più bello è questo bassorilievo su arenaria, in cui si vede una grande croce su un cumulo, che dovrebbe rappresentare il Monte Calvario. 
Ai lati due croci su due poggi più bassi dovrebbero essere quelle del supplizio dei due ladroni condannati con Gesù.

Tutto attorno ci sono varie figure umane stilizzate, in atteggiamenti vari e una ricca serie di simboli misteriosi.

Questa pietra viene dal podere Le Lastre, sopra a Gamberaldi. La fattura del bassorilievo e il tema fanno pensare che sia una scultura medioevale.


domenica 10 aprile 2016

Un corredo di età Romana

Nella necropoli 
di S.Martino
 in Gattara
da un articolo di Giovanna Montanari Bermond (1993)



Panoramica del sito







Nei primi anni Settanta la Sovrintendenza di Bologna iniziò una nuova campagna di scavo nel sepolcreto celtico di S.Martino. Gli scavi erano condotti dall' archeologa Giovanna Montanari Bermond. Ad un certo punto venne scoperta anche una tomba romana di età imperiale, che a rigor di logica non avrebbe dovuto esserci.


Oggi la necropoli di S.Martino si individua solo da questo punto, circondato da una ringhiera di ferro.




L'archeologa la descrisse così, in questo articolo praticamente inedito, perché pubblicato solo nel periodico 
di archeologia OCNUS:



La tomba

"Nell'ottobre del 1970, a est del sepolcreto dell' Età del Ferro, alla distanza di poco più di un metro dallo stesso, si metteva in luce una tomba a cassa (n°42), costruita con mattoni di reimpiego. La cassa era formata da due corsi di mattoni, era alta 0,64m e lunga 1,30m. La chiusura superiore era costituita da una fila di cinque mattoni interi. All'interno furono raccolti pochi frammenti di ossa dello scheletro e alcuni denti che appartenevano a una bambina.
  


Il corredo era composto da un bicchiere di vetro deposto sul lato destro vicino ai piedi e all' altezza del bacino c'era uno spillone d'osso e un cammeo in castone aureo. 

... un bicchiere di vetro ...






Facevano ancora parte del corredo: una collanina di piccole perle di pasta vitrea gialla e blu, un balsamario di vetro, di cui resta solo il collo e una lucernetta a canale aperto. L'oggetto più importante del corredo è un cammeo in castone aureo.

... una collanina di piccole perle ...






ll castone aureo misura 3cm per 2cm ed è formato da una lamina d'oro che riveste tutta la parte posteriore ed è saldata ai lati del cammeo ... è verosimile che il cammeo e i suoi pezzi formassero un braccialetto.
Il cammeo è in calcedonio zonato e vi è scolpito un busto femminile con il volto di profilo a sinistra ... il tipo di pettinatura si trova nei ritratti femminili di età severiana e in particolare ha confronti con le acconciature portate da Iulia Cornelia e Aquilia Severa, mogli dell' imperatore Eliogabalo, la prima fatta assassinare nel 220d.C e la seconda in auge nei suoi ultimi anni di dominio. Il tipo di castone con la cornice di fiori di loto era diffuso nel III secolo d.C e perciò questa è di certo l'età del gioiello.

Gli altri oggetti del corredo funerario sono meno preziosi ma interessanti:

... uno spillone d'osso con la testa a disco bombato, decorato a cerchi concentrici incisi, una collanina a piccoli vaghi di pasta vitrea azzurri e giallognoli. La lucerna a canale aperto anepigrafe è un tipo prodotto alla fine del I secolo dal ceramista Fortis, un modello in produzione fino al III secolo, Per la qualità dell'argilla rossastra usata e il tipo di cottura si può datare il pezzo alla metà del III secolo.
Del balsamario di vetro ci è giunto solo il collo. Completa il corredo un bicchiere di vetro soffiato di forma cilindrica decorato con bolli blu e verdi.


  
Non c'è spiegazione per questi reperti, di età romana, in un cimitero gallico
di diversi secoli prima:

... Resta difficile spiegare la presenza a S.Martino in Gattara, dove mancano notizie di reperti archeologici di età romana, salvo un'iscrizione trovata nei pressi della chiesa e ivi conservata. La presenza di una sepoltura di questo tipo e il castone aureo con un cammeo di particolare raffinatezza ed elementi di ebano, che era un legno di gran pregio, sono indici di un ambente sociale e spirituale di un certo livello di prosperità, che ha consentito la composizione del corredo che avrebbe accompagnato il defunto nell'aldilà, a testimoniare la pietas dei superstiti.


Fonte: Corredo di età romana dalla necropoli di S.Martino in Gattara di Giovanna Bermond Montanari. Dal periodico OCNUS (Bologna) vol.1, 1993

  

domenica 31 gennaio 2016

La famiglia di Vocusia


Una lapide Romana 
a S.Martino in Gattara
Da una ricerca della dr.ssa Francesca Cenerini



Chi era Vocusia Pacata?
E' semplice: lei e Caio Primo Vocusio, erano i genitori di Vocusio Mansueto. Tutti e tre abitavano nella zona che ora si chiama S.Martino in Gattara e vissero ai tempi dell' Impero Romano, una ventina di secoli orsono. Sappiamo di loro da una lapide, che Mansueto fece scolpire per la tomba dei suoi.





La lapide oggi è fissa al muro nella chiesa di quel paesino e il ricordo della gente dice che fu trovata all' inizio del Novecento, spezzata, nei pressi della chiesa. Meno male perché dai due pezzi separati non si leggono i nomi.

La chiesa di S.Martino




La storia ce la racconta per bene l'archeologa Francesca Cenerini, dell' Università di Bologna, che a suo tempo studiò la vicenda ...

Chi erano i Vocusi?
Per l’occhio dell’ archeologa la lapide è chiara:
C(caius) L(libertus) Vocusius e sua moglie erano schiavi liberti, cioè liberati. Per il diritto romano il loro figlio Mansueto, liberto anch’esso, era un libero cittadino.






Secondo la regola generale delle epigrafi, l’ultimo che compare nelle lapidi (Mansueto) è quello che la commissiona e la dedica.
Dunque il figlio fece scolpire la lapide a memoria dei genitori Caio Primo e Vocusia.
La fattura della lapide, la grafica e le modalità dell’ incisione fanno ritenere che sia di Età Augustèa, cioè del periodo in cui visse Cristo.



Clicca sulle immagini
per avere una comoda lettura








Dai ritrovamenti di altri reperti nell’ appennino romagnolo sappiamo che in questo periodo nelle valli della nostra zona furono assegnate tante terre, con l'estensione massima di circa 200 iugeri per famiglia (4 iugeri fanno un ettaro, ossia un quadrato di cento metri di lato).
Era una riforma di Augusto, che voleva inserire nella società romana gli schiavi meritevoli, affrancandoli e assegnando loro delle terre, secondo il motto Vir bonus colendi peritus (l’uomo buono è esperto di cose da coltivare).







Mettendo insieme tutte queste notizie si può supporre che i Vocusi, plebei liberti, ebbero assegnato un podere di 40 - 50 ettari a S.Martino in Gattara.
E' possibile che la forma estesa del loro "cognome" fosse vox usi, ossia socievoli, discorsivi.
Il figlio era soprannominato mansueto, sua madre pacata, e quindi pare che i loro compaesani li considerassero persone calme, con le quali si può discutere e ragionare.
Probabilmente se la passavano bene, altrimenti il figlio non avrebbe avuto i soldi per far scolpire una pietra tombale per i suoi.






 


Fonte: Da un articolo della archeologa
Francesca Cenerini, impaginato da Claudio Mercatali.



martedì 22 aprile 2014

La stele di Calesterna

Storia di un nome 
o di un soprannome
di Claudio Mercatali e
Luisa Calderoni



La stele di Calesterna è una lapide tombale di età Romana rinvenuta a Marradi nel Settecento o forse prima, e descritta per la prima volta nel 1743 dall'archeologo Antonio Francesco Gori. Per tutto l'Ottocento se ne perse traccia e venne rinvenuta per la seconda volta nel 1892 nel fosso degli Archiroli, dove serviva come pietra da lavatoio. Oggi è murata lungo le scale di una casa in via Fabbrini, a Marradi.
Si tratta di una lastra d'arenaria alta 1,50 m e larga 0,74 m per uno spessore di 8 cm sulla quale è  questa epigrafe:

VIV
C.Calesternae. C.F.
Patri
Trabenniae. L.F.
Tanniae Matri
Sex Calesternae. C.F.
Fratri
C.Calesterna. C.F. fecit.

La lettura delle lapidi romane non è sempre univoca, per le frequenti abbreviazioni e le sigle. Secondo una regola con molte eccezioni,  la prima riga è una sorta di titolo e VIV sta per "Ai vivi" e l'ultima riporta il nome di chi la fece fare, che era Caia Calesterna. Oggi noi diremmo:

"Per i vivi: Caia Calesterna fece (questa lapide) per il padre Caio Calesterna  (o di Calesterna), per la madre Trabennia Tannia, per Sesto (di?) Calesterna, fratello".



Sopra: la prima descrizione della lapide fatta dall' archeologo Gori in Inscriptionum Antiquarum, 
un catalogo del 1743.

La lapide è importante perché è l'unica ritrovata nel Comune di Marradi e prova che la zona dove ora sorge Marradi era abitata anche in età romana. In particolare interessa la parola Calesterna, che è insolita nell' onomastica latina.
  
L'archeologo Francesco Orioli nel 1855, in un articolo pubblicato nel Giornale Arcadico (vedi qui accanto) avanzò l'ipotesi che la parola etrusca Caletra o Calestra non fosse un nome di persona ma significasse "città, paese". Dunque Calesterna sarebbe il nome di un antico insediamento, più vecchio di Marradi, di cui non è rimasta traccia né ricordo. Se le cose stanno così Calesternae significa "di Calesterna" cioè di questo paese di cui si è persa memoria.

Nel 1892, dopo il secondo ritrovamento della lapide nel fosso degli Archiroli, l'archeologo Gian Francesco Gamurrini in "Notizie di scavi di antichità" riprese questa idea motivandola a dovere. In particolare egli escludeva che Calesterna fosse un nome di persona, perché non si trova in nessuna delle migliaia di lapidi tombali che ci sono giunte.
Invece ci sono tanti nomi latini di località, con la stessa terminazione, derivati dall'etrusco, per esempio, Claterna, Literna, Cluserna ....




A fianco: Gamurrini parla
di Calesterna  in "Notizie
di scavi di antichità" (1892).


per cui, secondo Gamurrini, Calesterna era il nome di un posto abitato che doveva essere circa all' incrocio delle due valli del Lamone e di Campigno, cioè a Biforco. Questa conclusione venne accettata e ripresa da quasi tutti gli archeologi e gli storici successivi, però oggi ha dei punti deboli. Il fatto è che i campi attorno a Biforco, negli ultimi cinquanta anni sono stati scavati tutti, per costruire il paese attuale e non è mai stata trovata nessuna traccia antica. Al Castellaccio è stato sbancato addirittura il fianco del monte per costruire il campo sportivo e il palazzetto dello sport, senza incontrare resti archeologici o cimiteri. In più gli scavi di S.Martino in Gattara, nel corso degli anni Sessanta dimostrarono che l'alta valle del Lamone era abitata dai Galli Boi e si trovano facilmente toponimi come Galliana, Galliata, Boesimo, ma non ci sono nomi etruschi.
Per questo forse Calesterna non era una località ma il soprannome di suo padre, e anche il suo e di suo fratello, derivato dal greco: kallìste significa bellissima e stèrnon è il petto.
Dunque Calesterna potrebbe essere un nomignolo che vuol dire "dal bel petto". La prova? Nel vocabolario del greco antico si trovano le parole "callìsternos", dal bel petto, e "callìsteuma", di eccellente bellezza.

Il vocabolario del greco antico

La prima ipotesi, quella del paese chiamato Calesterna è quella più accreditata, però anche l'altra non è male. Quando Caia di Calesterna, o dal "bel petto" fece fare la lapide di certo non immaginava che dopo ventuno secoli ci sarebbe stato ancora qualcuno interessato a lei ... ma tant'è.


Fonti: Giuseppe Matulli, La via del grano e del sale, 1988. Atti degli Accademici dei Lincei.



La  stele agganciata ad una parete  della casa di via Fabbrini

Relazione del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali


....Considerato che la stele funeraria, sagomata a trapezio ( h cm.148, largh. cm 74, spess. cm 8), in pietra arenaria grigia, con qualche scheggiatura lungo i margini, recante l'iscrizione latina, non incorniciata, su 8 righe:
VIV (is) / CCALESTERNAI.C (ai) F(ilio)/ PATRI/ TRABENNIAE L(uci) F(iliae)/ TANNIAE. MATRI/ SEX.CALESTERNAE. C(ai) F(ilio)/ FRATRI/ C.CALESTERNA. C(ai) F(ilius) FECIT./,
databile nella seconda metà del I sec. A.C, in possesso del Sig. raffaele Becherucci, Casignano, Scandicci (FI), riveste interesse particolarmente importante ai sensi della citata legge, perché unica attestazione conosciuta della famiglia Calesterna, gens di origini umbro etrusche, e perché si configura, grazie alle sue peculiarità toponomastiche e per i suoi riferimenti topografici, come documento di grande importanza nell' individuazione del tracciato della via antica ricalcante l'odierna Via Faentina e nella definizione dell' omogeneità sociale ed economica dei due versanti appenninici già in età preromana, (...)

DECRETA
Art.1 - La stele funeraria, descritta nelle premesse è dichiarata di interesse particolarmente importante ai sensi della legge 1-6-1939 n. 1089 e come tale è sottoposta a tutte le disposizioni di tutela contenute nella legge stessa.

Il Ministro
Il Sottosegretario F.To Astori


 Roma, lì 22 Giugno 1991