Lanfranco Raparo, Marradi

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giovedì 2 gennaio 2025

Charles Godfrey Leland

L’americano innamorato
della Romagna Toscana


Dal sito tuttatoscana.net
e dal periodico on line Forlì notizie

Le frasi in grassetto sono di C.Mercatali

 

Charles Leland era uno studioso americano che visse per tanto tempo a Firenze e si appassionò al territorio della Romagna Toscana e al Casentino. Scrisse un libro sugli usi e le tradizioni della nostra zona che comincia con questa lapidaria affermazione:

 


C'è nel Nord Italia una zona montagnosa conosciuta come la Romagna Toscana, i cui abitanti parlano una forma grezza di dialetto bolognese.  Questi Romagnoli sono evidentemente una razza molto antica e pare abbiano preservato tradizioni ed usi quasi immutati da un periodo di tempo incredibilmente antico.

Secondo lui nel territorio della Romagna Toscana ci sarebbe memoria di antichi culti pagani, poi diventati stregoneria. Leland scrive:


Tra questa gente la stregheria o stregoneria o, come ho udito chiamarla, "la vecchia religione" esiste ad un grado tale che molti Italiani ne rimarrebbero stupiti. Questa stregheria, o vecchia religione, è qualcosa di più della magia e qualcosa di meno di una fede. Consiste nelle rimanenze di una mitologia di spiriti, i principali dei quali conservano i nomi e gli attributi degli antichi Dei Etruschi come Tinia o Jupiter, Faflon  o Bacco e Teramo (in Etrusco Turms) – o Mercurio. Accanto ad essi continuano ad esistere, nei ricordi di pochi, le Divinità rurali Romane più antiche come Silvanus, Palus, Pan ed i Fauni. A tutti loro vengono tuttora indirizzate - o almeno conservate - le invocazioni o preghiere in grezze forme metriche ...



Fantasie? Di certo qui a Marradi non ci sono tracce di tutto questo. Per saperne di più leggiamo questo articolo di Giovanni Caselli:

 

Charles Godfrey Leland
l’americano che scoprì l’essenza della Romagna toscana.
Articolo di Giovanni Caselli

Charles Godfrey Leland (1824-1903), esperto in religioni comparate e presidente della Gypsy Lore Society recuperò sul finire dell’800, nella Romagna toscana, uno straordinario retaggio di elementi del paganesimo etrusco - romano, inspiegabilmente sopravvissuti nella tradizione popolare vivente. Il fatto straordinario è che ciò non avvenne in regioni remote e marginali della nostra penisola, bensì nel cuore della campagna italiana più evoluta e ricca. É evidente, come appare attraverso il rigoroso ed ineccepibile lavoro del Leland, che nella Romagna toscana e in aree limitrofe della provincie di Firenze ed Arezzo, la “vecchia religione” era sopravvissuta intatta sino ai giorni nostri, a fianco di quella cristiana, relegata de facto in secondo piano e anche a fianco delle superstizioni notoriamente presenti nella cultura popolare. Il bellissimo ed esteso volume del Leland, Etruscan and Roman Remains in Popular Tradition, pubblicato a New York da C. Scribner’s Sons e a Londra da T. F. Unwin nel 1898, riporta in dettaglio credenze e pratiche segrete, raccolte quando queste erano ancora in piena voga, testimoniando la sopravvivenza, nel centro più civile dell’Italia cristiana, non solo di una forte fede in antiche divinità, spiriti, elfi, streghe, incantesimi, sortilegi, profezie, pratiche mediche ‘alternative’, amuleti, ma anche del paganesimo classico.


Quello miracolosamente tramandatoci dal Leland, è un mondo parallelo, celato o negato da benpensanti, che ben lo conoscevano e dal quale traevano forse motivo d’imbarazzo. Una cosa è, infatti, ammettere l’esistenza di stregonerie e superstizioni, peraltro condannate anche in epoca romana, ben altra cosa è ammettere la sopravvivenza del paganesimo ...

Tutte le notizie che avete letto finora sconfinano in fantasie e memorie remote non verificabili e quindi tenetene nel conto che vi pare. Invece quello che segue qui sotto è un complesso di considerazioni di tutto rilievo sul confine linguistico fra il dialetto Tosco e il Romagnolo. Leggiamo:

É interessante notare come il confine naturale fra Romagna e Toscana, ossia il crinale appenninico, che è stato confine politico soltanto fra il VI e l’VIII secolo d. C., costituisca uno dei più forti confini linguistici d’Europa. La catena appenninica che divide le due regioni non costituisce un baluardo naturale tale da giustificare la barriera linguistica che invece vi si osserva. Né le Alpi, né i Pirenei e nemmeno il Caucaso, o il Pamir, hanno segnato confini linguistici coi loro spartiacque; solo in epoca moderna i confini politici sono venuti sempre più ad identificarsi con gli spartiacque, che solo in quanto confini politici sono divenuti col tempo confini linguistici. Come spiegare il fenomeno tosco-romagnolo? Il dialetto romagnolo appartiene all’area linguistica franco - provenzale ed ha il suo confine meridionale sull’Adriatico con il fiume Cesano, in provincia di Pesaro. Questa area linguistica, come tutte le altre dell’Italia attuale, riflette indubbiamente una distribuzione precedente l’unificazione romana della penisola. Il dialetto romagnolo e i vernacoli dell’area limitrofa della Toscana, sono reciprocamente incomprensibili. I vernacoli del versante toscano hanno un preciso e netto confine solo lungo il crinale appenninico fra Pistoia e Cagli, essi sfumano, infatti, gradualmente nel ligure-parmense, nell’umbro o nel laziale altrove.


Questo marcato confine linguistico fu un confine politico militare fra l’Italia Longobarda e quella Bizantina, vale a dire fra la Tuscia, l’Esarcato e la Pentapoli, solo fra il VI e l’VIII secolo; né prima, né dopo fu questa linea geografica un confine politico rilevante. Sia in epoca etrusco - romana che in epoca medievale, la gente poteva traversare, senza remore di sorta, questo crinale in tutta l’area sopra indicata. Resta da spiegare perché un simile divario linguistico non si riscontri neanche su altri confini politici presidiati per secoli da eserciti contrapposti. Un altro rompicapo è causato dal fatto che tradizioni pagane, etrusche e romane e non semplici superstizioni e stregonerie, siano sopravvissute in maniera così evidente, non tanto in Etruria propria, ossia sul versante toscano, ma su quello romagnolo, che oltre ad essere area di cultura “gallica”, ha subito traumatici sovvertimenti genetici e culturali anche a seguito delle invasioni barbariche.

Sul versante toscano e in particolar modo attorno al Monte Falterona e in Casentino, la toponomastica dimostra una continuità culturale ininterrotta sin dal 1000-1200 a.C. Si badi bene, continuità culturale, non genetica. La sostituzione genetica avvenuta in questa area a seguito delle invasioni barbariche non ebbe luogo, evidentemente, in modo traumatico, ma graduale e fu distribuita nel tempo, in modo da consentire la trasmissione dei toponimi e di altri tratti culturali dagli autoctoni agli immigrati. Una così densa concentrazione di toponimi preistorici come si riscontra nell’area del Falterona e del Casentino non ha eguale in altre parti d’Europa.

E allora?

Rimane quindi un mistero come tracce di paganesimo etrusco - romano si siano potute conservare proprio in Romagna, dove già nel VI secolo la popolazione latina era ridotta al 50%, col 40% di Levantini (Siriaci, Armeni, Ebrei, ecc.) e il 10% di Goti, piuttosto che nel Casentino e in Mugello, dove la trasformazione genetica si realizzò in modo lento e culturalmente non traumatico. Potremmo postulare che dal Casentino e dal Mugello, questa tradizione possa essersi diffusa in Romagna, in secoli successivi alle invasioni barbariche, dove sarebbe sopravvissuta, mentre scompariva gradualmente dal versante toscano, più soggetto ad influenze ‘urbane’, almeno in secoli più vicini a noi. Questa è solo una delle possibili spiegazioni di questo fenomeno antropologico di straordinaria singolarità che caratterizza l’area della ricerca del Leland …


Le leggi della superstizione


Superstizione, in latino ‘superstitio’ deriva da ‘superstare’ o “star sopra”; potrebbe interpretarsi come una cosa che è “al di sopra della realtà terrena”, piuttosto che un’ aberrazione della religione. La superstizione è al di sopra ed è quindi inaccessibile; l’etimologia stessa del termine ne spiega quindi il concetto. La pratica della magia, invece, si perde nella notte del Paleolitico ed è basata su due principi senza i quali essa non può sussistere. Il primo principio consiste nel credere che una cosa ne produce un’eguale, ossia, che l’effetto assomiglia alla sua causa; il secondo nel credere che cose che sono state legate continuano ad avere effetto l’una sull’altra anche dopo essere state separate.
Il primo principio è definito “Legge della Similarità”, mentre il secondo “Legge del Contatto o Contagio”. Secondo la Legge della Similarità, il ‘mago’ assume di poter produrre qualsiasi effetto desiderato, imitandolo, mentre secondo la Legge del Contatto egli ritiene che una cosa fatta ad un oggetto avrà ripercussioni sulla persona alla quale l’oggetto apparteneva o che con tale oggetto ha avuto contatto.


Chi era Maddalena Taleni (o Talenti)?

Nel 1888 Leland giunse a Firenze dove avrebbe trascorso il resto della vita. Fu a Firenze che egli incontrò Maddalena Taleni o Zaleni, una cartomante che lavorava nelle retrovie delle città. Questa Maddalena sposò più tardi un certo Lorenzo Bucciatelli, col quale si trasferì negli Stati Uniti. Leland scoprì assai presto che Maddalena era una “strega” e la impiegò quindi come collaboratrice per intraprendere la sua ricerca sulla stregoneria in Italia. Dalle stesse parole del Leland veniamo a sapere che Maddalena era “…una giovane che in Inghilterra sarebbe passata per una zingara, ma nelle cui sembianze, essendo in Italia, si ravvisavano fattezze etrusche…” Maddalena proveniva dalla Romagna toscana, e che apparteneva a una famiglia in cui da generazioni e generazioni nascevano streghe. In una tale famiglia, si sarebbero tramandati, da tempo immemorabile antichi riti, leggende, incantamenti, ricette per filtri magici ecc.

Sin da piccola Maddalena era stata convinta dalla madre, dalla zia e dalla matrigna, di essere una strega. Le erano stati insegnati, nella foresta e lontano da orecchie indiscrete, intonazioni di canti prescritti dalla tradizione. Questi consistevano di incantamenti ed evocazioni degli antichi dei pagani, con nomi di poco mutati, noti allora come folletti, spiriti, fate o lari. Erano questi ultimi i Lares o spiriti domestici degli Etruschi. Maddalena presentò a Leland una certa Marietta, che la assisté poi nella raccolta del materiale etnografico discusso nel suo volume. Nel gennaio 1891, il Leland scrive: “Risulta che Maddalena è stata istruita come strega. Mi disse l’altro giorno che questa “stregheria” è incommensurabile. La sua memoria è inesauribile, ma quando ha bisogno di un particolare, ella consulta qualche altra strega e sempre lo ottiene. Come parte dell’istruzione di una strega vi è l’apprendere infiniti incantamenti, questi, ne sono certo, sono di origine etrusca. Non sono in grado di provarlo, ma credo di possedere più poesia etrusca di quanta ve ne sia nei testi sopravvissuti. Maddalena mi ha scritto circa 200 pagine di questo folclore, incantamenti e altre storie”.

Ancora, in un’altra lettera dell’8 aprile 1891, scritta a un certo Mac Ritchie, Leland fa riferimento alle streghe che lo assistono nella ricerca in questi termini: “…ma ancor più straordinario è il mio manoscritto sulla “Tradizione Toscana e Folclore Fiorentino”. Non solo ho trovato che tutti i nomi degli antichi Dèi etruschi sono ancora noti ai contadini della Romagna toscana, ma c’è di più, sono riuscito a provar ciò in maniera inconfutabile. Un giovane e intelligente contadino e suo padre (di famiglia di streghe) si sono recati, in giorni di mercato, presso tutti i vecchi di parti diverse del paese, non solo raccogliendo le loro testimonianze, ma facendo loro firmare certificati attestanti che il Giove etrusco, il Bacco, ecc. erano a loro noti, assieme a un certo numero di nomi di divinità minori romane ecc.”

 

NOTA    Aradia, o il Vangelo delle Streghe è un libro scritto nel 1899 da Charles Leland. E’ un tentativo di descrivere le credenze e i rituali di una oscura e remota tradizione religiosa stregonesca toscana che secondo Leland era sopravvissuta per secoli. Leland dice di aver ricevuto questo “Vangelo” da una donna di nome Maddalena. La figura centrale di questa religione è la Dea Adalia venuta sulla Terra per insegnare la stregoneria ai contadini perché si opponessero ai signori feudali e alla Chiesa Cattolica Romana.





 

Senza dubbio Leland  rimase affascinato dai paesi della Romagna Toscana, dal territorio e dalla sua gente. Però di certo le suggestioni e le sue fantasie presero il sopravvento sulla realtà. Ecco che cosa ne pensa Eraldo Baldini, scrittore e articolista del periodico on line Forlì Notizie:






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giovedì 30 novembre 2023

La conquista della Romagna Toscana

Quando l’abilità politica 
e il senso dello Stato
danno i loro frutti

Ricerca di Claudio Mercatali





E’ noto che nel Trecento i Fiorentini conquistarono 14 o 15 comuni nel versante romagnolo e si formò una provincia che rimase sotto Firenze fino al 1923. In quell’anno per volontà di Mussolini i comuni della Romagna Toscana passarono sotto Forlì esclusi Marradi e Palazzuolo che sono ora nell’ Area metropolitana di Firenze. 



Forse se Firenze nel 1424 avesse vinto la battaglia di Zagonara (vicino a Lugo di Ravenna) la Romagna sarebbe passata per intero sotto Firenze ma nel duro scontro prevalsero i Visconti di Milano e i Fiorentini in fuga si rassegnarono a mantenere solo il controllo della collina romagnola.

Quali sono i comuni della Romagna Toscana? In base alle Costituzioni del 1542 sono: Palazzuolo, Marradi, Modigliana, Tredozio, Castrocaro, Dovadola, Rocca san Cassiano, Portico, Premilcuore, Galeata, Santa Sofia, Verghereto, San Piero in Bagno, Sorbano, Badia Tedalda.


In più c’è Firenzuola, che ha una storia diversa perché non fu conquistata ma fondata dai Fiorentini nel 1306 per contrastare gli Ubaldini. La posa della prima pietra fu nel 1332 ma per tutto il Trecento il dominio dell’ alto Santerno fu una intricata contesa fatta di guerriglie, battaglie, tregue, tradimenti e quant’ altro. Il paese fu distrutto dagli Ubaldini almeno due volte ma nel 1410 la Città prevalse. 


La bella storia medioevale di Firenzuola non si può riassumere qui e basta sapere che il paese ha una cinta muraria riconoscibile (come Terra del Sole e Modigliana). Dopo queste premesse limitiamo l’ indagine, perché l’argomento è vasto e si rischia di divagare e di perdersi nelle mille vicende della storia locale del Duecento e del Trecento.

Perché Firenze si spinse oltre l’appennino? 
I motivi dello “sconfinamento” nel versante romagnolo sono tanti ma in particolare c'era la necessità di controllare i passi appenninici che portano nel Mugello, cioè la Futa, il Giogo, la Colla e il Muraglione, tutti a 900m di quota e quindi facilmente valicabili anche con i mezzi del Medioevo. C’era anche la necessità di controllare i passi della Calla e dei Mandriòli, che portano nella valle del Casentino e alcuni altri valichi verso la val Tiberina.


Il controllo dei passi era fondamentale in caso di guerra ma serviva anche per stendere una cintura sanitaria attorno a Firenze e impedire il libero transito dei pellegrini diretti a Roma, che portavano denaro ma anche contagi. Questo fatto divenne un obiettivo primario dopo la peste del 1349, che uccise la metà dei Fiorentini e non a caso l’azione della Città si intensificò parecchio nella seconda metà di questo secolo fino a giungere al risultato cercato.

Come avvenne la “conquista” della Romagna Toscana? 
Spesso si tende a spiegare il tutto solo con l’espansione a viva forza del Comune di Firenze ma in realtà non fu così. I Fiorentini dell’epoca avevano uno spiccato senso dello Stato e della politica e usavano la forza dopo che ogni artifizio diplomatico era fallito. Vediamo come andarono le cose in ogni Comune:



Palazzuolo di Romagna (oggi sul Senio)

Nel 1362 Giovacchino di Maghinardo degli Ubaldini da Susinana lasciò i suoi quattordici castellari di Palazzuolo al Comune di Firenze. Non fu un atto di bontà ma una necessità derivata dai suoi debiti, che i Fiorentini avevano saldato in cambio del tutto e di un “generoso” vitalizio. Lo sappiamo dallo storico Emanuele Repetti che ne parla nel suo Dizionario della Toscana (1830). Dopo la morte di Giovacchino i tanti membri di questa famiglia comitale, che sarebbero stati eredi senza questo atto, entrarono in agitazione per riavere i “loro” castellari. L’accusa principale a Firenze e alle sue banche era quella di aver prestato i soldi a strozzo a Giovacchino in difficoltà e di aver manipolato anche il suo testamento. Non sapremo mai chi aveva ragione, però la storia la scrivono i vincitori. 



Nel 1372 scoppiò una rivolta degli Ubaldini, che furono sconfitti, ripetuta alla Badia di Susinana nel 1386 e seguita da un’altra sconfitta. Per umiliarli il commissario Guido del Pecora tolse la campana dalla Badia e la fece portare a Figline Valdarno, e oggi è nel Museo Civico. A suo tempo le richieste di Palazzuolo per averla indietro non ebbero esito. Un’altra rivolta fu nel 1402 con esito identico alle precedenti, seguito però da una amnistia e un condono fiscale che pacificò gli animi.



Marradi

Nel 1428 il conte Ludovico Manfredi, signore del paese, entrò in contrasto con i Fiorentini, dei quali era vassallo, e fu invitato a Firenze per intendersi. Era una trappola e fu imprigionato nel carcere delle Stinche dal quale non uscì più. Le milizie di Firenze assediarono il Castellone di Marradi, nel quale si erano asserragliati i suoi fratelli e dopo un mese lo conquistarono. I Marradesi accettarono il nuovo dominio, ottennero uno Statuto, la parità di diritti con i mugellani e un mercato settimanale il lunedì, che si tiene anche oggi.



Modigliana

Nel 1350 i conti Guidi ormai in crisi chiesero protezione a Firenze per fare fronte all’ espansione di Faenza. Però questo non fu sufficiente e nel 1377 i Guidi furono cacciati dopo una rivolta capeggiata dal popolano Durante Doni. Nel 1378 Modigliana era già in accomandìgia, cioè sotto controllo fiorentino. L’atto di annessione definitiva fu nel 1428, assieme a Tredozio. Per evitare contrasti con Faenza doveva essere chiaro che i Fiorentini non avevano occupato di forza il paese e per accordi presi le campane di Modigliana suonarono a festa prima dell’ entrata delle milizie di Firenze, a significare che il popolo aveva espresso una preferenza.




Dovadola e Castrocaro

Dopo la crisi dei Conti Guidi del 1337 – 47 questi paesi furono presi da Francesco Ordelaffi signore di Forlì. Il cardinale guerriero Egidio Albornoz li riconquistò ed entrarono nel dominio dei papi nel 1357 - 1359. Però alla fine del secolo il pontefice Bonifacio IX in difficoltà economiche diede in pegno i due castelli a Firenze per un prestito di 18.000 fiorini d’oro. Il castellano Tommaso conte di Novi non permise ai Fiorentini l'accesso al paese ma ormai il più era fatto: il papa alla scadenza non trovò i soldi per onorare il debito e i relativi alti interessi e il 19 maggio 1403 i Fiorentini pagarono altri 2.000 fiorini e si presero tutto. Questa zona era amata dal granduca Cosimo I de’ Medici, che nel Cinquecento fece costruire una fortezza a stella e la chiamò Terra del Sole.





Rocca San Cassiano

Nel 1382 Francesco de’ Calboli lasciò Rocca San Cassiano in eredità a Firenze. La famiglia forlivese Calboli all’inizio del Trecento aveva avuto la peggio nei duri scontri con la famiglia Ordelaffi per la signoria di Forlì e si era rifugiata in parte a Firenze. E’ possibile che anche qui siano entrate in gioco le banche fiorentine a finanziare le necessità di questi signori, sconfitti ma ancora autorevoli. I Calboli a Firenze erano ben inseriti nella vita cittadina e nei documenti antichi si trova traccia degli incarichi conferiti a loro dalla Città. Nel 1424 dopo la battaglia persa dai Fiorentini a Zagonara il paese fu occupato dai Visconti, che lo diedero ai loro alleati Ordelaffi, ma i Fiorentini l’anno successivo se lo ripresero.




Portico, San Benedetto e Premilcuore

Il castello di Portico, assieme a Bocconi ha una storia simile a quella di di Rocca San Cassiano ed era un comunello a se stante, separato da San Benedetto in Alpe, dipendenza dei vallombrosani residenti nel monastero sopra al paese. I frati avevano un fitto intreccio di interessi con Firenze, e al declinare della forza del loro Ordine piano piano persero la sovranità del luogo. Anche Premilcuore ha una storia simile e passò sotto Firenze nei primi anni del Quattrocento. E' probabile che Portico sia il paese d'origine di Beatrice Portinari, la Beatrice di Dante. Suo padre Folco si trasferì a Firenze e ... per una serie di motivi che sarebbe difficile spiegare qui questa ipotesi viene ritenuta vera da tanti studiosi.


Galeata


La storia di questo comune si intreccia con quella del vicino comune di Civitella. Ambedue i paesi nel medioevo erano pertinenze del monastero di Sant’Ellero e furono amministrati da tante famiglie, più o meno dipendenti dai frati. Poi nel Quattrocento al declinare della forza del monastero a Galeata prevalse il Comune di Firenze e a Civitella lo Stato Pontificio, con pacifici accordi di spartizione. La cartina antica qui accanto chiarisce il fatto e mostra senza ombra di dubbio che qui c'era un confine di stato.

Santa Sofia, Verghereto, Bagno di Romagna, Badia Tedalda

Questa parte della Romagna Toscana nel Medioevo fu sotto il governo dei frati della Badia di Sant’ Ellero, a tre chilometri da Galeata e anche dei monaci di Vallombrosa e Camaldoli. Questi ricchi monasteri tendevano a sottrarsi all’autorità dei vescovi della zona, per gestire in proprio le rendite agrarie e il flusso delle donazioni e dei lasciti. Però i monasteri avevano bisogno di protezione e il comune di Firenze era quello che ci voleva, perché era interessato al controllo del territorio più che al suo governo. Si sviluppò così un intreccio di interessi che durò per quasi due secoli fino all’inizio del Quattrocento, quando il declino di questi Enti religiosi consentì a Firenze di avere il pieno dominio. Il dominio fiorentino fu accettato con favore dalla popolazione, perché come in tutta la Romagna Toscana la Città governava direttamente, con un gonfaloniere in ogni paese e un consiglio comunale sorteggiato fra i cittadini più abbienti, in carica per sei mesi. La giustizia era affidata a un funzionario forestiero, il Vicario, in carica per un anno o due e soggetto a giudizio popolare a fine mandato. In più la forza della Città dava sicurezza. 


Invece nei secoli precedenti non erano mancati gli eventi truci e drammatici: nel 1267 a Sant’ Ellero i Guelfi fiorentini fecero strage dei Ghibellini ostili a Carlo d’Angiò: quattrocento di loro furono uccisi ed il castello di Sant’ Ellero fu raso al suolo. L’abbazia vecchia fu ceduta ai Vallombrosani che la trasformarono in ospizio. Alla fine del secolo il territorio divenne un dominio del condottiero ghibellino Uguccione della Faggiola (1250 – 1319) nativo di Casteldelci, un paese al confine con le Marche.

Anche Santa Sofia, come Galeata, era un paese di confine contrapposto a Mortano, dall' altra parte del fiume Savio, che ora è parte dell' abitato del capoluogo ma allora era parte del Feudo di Pondo e Spinello, pertinenza dello Stato della Chiesa.


Sorbano

Sorbano, ora frazione di Sarsina, fino al 1964 era un comune autonomo. Qui agli inizi del Quattrocento si fermò la penetrazione fiorentina e Sarsina rimase sotto l’autorità pontificia. Forse in previsione di una successiva espansione i Fiorentini contrapposero Sorbano a Sarsina, distante solo 1,5 Km. Il territorio di Sorbano era frammentato in diverse porzioni che erano quanto Firenze aveva potuto conquistare. Nei secoli i tentativi di Firenze per ottenere Sarsina dallo Stato Pontificio furono tanti: proposte di acquisto, di scambio, di pagamento per favori fatti e altro, ma non ottennero l’esito sperato.

Dunque ciascuno dei quattordici comuni della Romagna Toscana ha una storia sua e venne “conquistato” da Firenze in modo diverso nella seconda metà del '300 e nel primo '400, più che altro con l'arte della politica e con qualche imbroglio.



Per ampliare

30.01.2018    L’ampliamento della Provincia di Forlì
26.12.2018    I Visconti contro i Fiorentini, 1324 La rotta di Zagonara
20.04.2019   La conquista di Palazzuolo sul Senio
24.10.2020   Lo storico Cavalcanti parla dei fatti di Marradi




domenica 12 novembre 2023

La Romagna Toscana

Mille anni di storia
Lungo l’ appennino

Ricerca di Giovanni Caselli


Non può esservi dubbio alcuno che la Romagna toscana era tale per motivi economici e non politici. L’area montana e collinare della Romagna, avara e spesso ostile, era abitata, in epoca antica e anche nel medioevo, da pastori che nessun interesse potevano avere per la pianura ravennate gravitando verso la Maremma per il loro sostentamento, anzi per la loro stessa sopravvivenza. Nessuno sa se il confine politico di epoca augustea collimasse col crinale, ma vi sono motivi di dubitarne, per i motivi sopra addotti.




Il Passo della Calla (= della conta) va da Stia (nel Casentino) a Santa Sofia (nella Romagna Toscana)

La storia ci consegna la Romagna montana come territorio legato alla Toscana ed i Guidi che se ne impadroniscono e traggono la loro ricchezza soprattutto dai movimenti delle greggi e dal controllo delle “Calle” (dal teutonico Kalla = conta o chiamata), i punti di passaggio obbligato dove si contavano le pecore.


Il fatto che i Guidi controllassero fino al basso medioevo tutti i passi d’Arno delle transumanze conferma in maniera irrefutabile quanto suggeriscono i fatti e la logica. Fra il V e VI secolo, l’Appennino tosco romagnolo fu campo di battaglia di Greci e Goti, Longobardi e Bizantini, durante la seconda metà del VI secolo si stabilì lungo il crinale una larga fascia militarizzata le cui tracce si rilevano ancora oggi in vari punti strategici il più eclatante dei quali è la fortezza di Monte Castel Savino (1200 m) fra l’Alpe di Serra e La Verna.


La montagna della Verna

La zona chiamata “Alpes Apenninae” che estendendosi dal Modenese al Montefeltro divideva la Tuscia Longobarda dalla regione tardo romana denominata “Flaminia”, divenne in epoca bizantina dipendenza di Ravenna col nome di Esarcato o Romània, da cui deriva Romagna. Questo confine militare non deve essere stato però una barriera invalicabile poiché l’influenza ravennate oltre il crinale è diffusa lungo tutto il confine durante tutto il periodo in questione. 

I crinali dell’alta valle del Bidente, furono un nodo viario importante che già in età ostrogota vide flussi migratori provenienti da Ravenna occupare la montagna che probabilmente era rimasta disabitata per qualche secolo. Giungevano qui cavalieri, chierici, monaci che fondarono castelli, rocche, torri, oratori, eremi e cenobi, chiese battesimali. 
Leggendo fonti di età longobarda si può ragionevolmente ritenere che questa fascia appenninica fu percorsa dal VI all’VIII secolo da un flusso di risalita da parte delle popolazioni bizantino - ravennati di origini levantine, mentre minori sono le infiltrazioni verso la Via Emilia e l’Esarcato da parte di Longobardi di Tuscia.

Fra il IX e X secolo dovevano essere importanti i collegamenti da Casola Valsenio a Pieve di Ottavo, da Modigliana a Dovadola, da Tredozio a Portico di Romagna, da Predappio a Meldola, da Rocca San Casciano a Galeata e soprattutto da Santa Sofia a San Piero in Bagno. Quest’ultimo divenuto poi il principale itinerario romeo per l’Alpe di Serra, come attestato dai documenti tedeschi ed inglesi. 
La caduta dell’Esarcato e la fine della dominazione longobarda ebbero luogo nell’VIII secolo, quando la Chiesa Romana e quella Ravennate entrarono in conflitto sulla questione dell’eredità dell’Esarcato. Dopo il declino dell’Esarcato gli arcivescovi di Ravenna estesero il loro patrimonio fondiario nelle valli dell’entroterra risalendo le valli del Savio, del Bidente, del Rabbi, del Montone nei territori di Cesena, Forlimpopoli, Forlì e Faenza. 
Attorno al mille essi sarebbero diventati titolari delle giurisdizioni comitali di Bagno (872) di Modigliana (892), di Tredozio (896) di San Cassiano (882), di Pieve Salutare (955), di Castrocaro (970) di Galeata 1070. Ex Duchi, Consoli Magistri Militum, dipendenti dei presuli ravennati iniziarono a possedere “masse”, “corti”, castelli e chiese negli Appennini. Da essi deriveranno le dinastie dei Conti locali. La presenza ravennate tuttavia non si estese mai sul versante toscano, ma si stabilirono legami matrimoniali con le famiglie comitali di stirpe germanica che, al contrario, estesero la loro influenza sul versante romagnolo. 
Gli Ubaldini, i Guidi e gli Ubertini si impadronirono infatti di territori confinanti con quelli dei duchi ravennati. Il potere di questi conti fu poi confermato dagli Ottoni a partire dalla seconda metà del X secolo con cospicue donazioni. Tuttavia va ribadito che nessun potere territoriale ha senso o sta in piedi a lungo senza una precisa solida base economica. 
La base economica dell’Appennino tosco romagnolo era costituita dai pascoli e dalle transumanze che gravitavano sulla costa tirrenica fra Pisa e il Lazio, quindi solo per impedimento politico e militare la Romagna è stata, per determinati periodi, non toscana ma ravennate. Marcaccini e Calzolai in La pastorizia transumante (“Romagna Toscana”, Le Lettere 2002), forniscono precise informazioni a proposito della transumanza fra appennino tosco romagnolo e Maremma. Fino al XII-XIII secolo, feudatari, grandi istituzioni religiose e in minor parte anche i borghesi trassero il loro massimo profitto dal pascolo soprattutto ovino. In secoli successivi, con la disfatta dei poteri comitali e dei monasteri le greggi transumanti arricchirono Siena medievale e quindi la Toscana granducale.



Paesaggio nei pressi da San Paolo in Alpe


San Paolo in Alpe

Ancora a fine Settecento il paesaggio dell’Appennino romagnolo non era di molto cambiato dal Medioevo. Il più grande riformista e umanista dell’Europa settecentesca, Pietro Leopoldo di Asburgo Lorena, descrive la regione in questi termini:

 “…tutta questa provincia ha molti fiumi o torrenti dirupati, che tra quegli orridi e nudi Appennini formano delle valli e dirupi ove sono situati la maggior parte dei castelli. Pochi boschi vi sono in quelle montagne, che sono tutte dilavate e scoscese, ma molto buone pasture ed acque, poca semente e pochi piani…”


Cinigiano


Le greggi transumanti avevano ingressi e aree di pascolo proprie a seconda della provenienza. L’accesso ai pascoli demaniali avveniva a Biancani, presso Cinigiano, e poiché , durante i primi due mesi, il pascolo si poteva praticare solamente nelle zone d’ingresso, a settembre e ottobre i pastori romagnoli e faggiolani usufruivano delle “dogane” di Montenero, Cinigiano, Cana e Sasso, mentre il mese di novembre lo passavano tra Istia e Scansano nell’attesa della conta.

 

Scansano

Fino al 15 gennaio vagavano assieme ad altri gruppi nella pianura costiera tra Ombrone e Albegna quindi, fino al 30 aprile, avevano accesso anche alle dogane più meridionali, ai confini della provincia. E’ ancora Pietro Leopoldo che scrive:
 
“Pecore e capre (queste, provenienti soprattutto da Sorbano, Badia Tedalda e Sestino) si avviano con un pastore o massaio che li serve tutti con un uomo per casa, lasciandone uno a casa con le donne, che vivono di granturco, latte e castagne.”
 
Le modeste quote dello spartiacque appenninico, che separa la Romagna dal Mugello e dal Casentino e i numerosi e relativamente facili valichi, hanno consentito in ogni epoca, un facile attraversamento incoraggiando le comunicazioni, senza tuttavia riuscire ad unificare l’idioma e la cultura, che non potrebbero essere più diversi sui due lati della catena.



Passo dei Mandrioli

Dalla parte adriatica, i rilievi montuosi consistenti in una serie di contrafforti disposti a pettine rispetto al crinale, scendono in parallelo nella pianura romagnola, dando luogo ad una viabilità di crinale naturale sicura. Mentre i solchi vallivi, nei tratti corrispondenti alla testata, sono in genere angusti, profondi ed impervi, solo percorsi, non senza gravi difficoltà e dispendio di risorse, da moderne carrozzabili. Sul versante toscano si raggiunge invece la cresta di spartiacque mediante controcrinali che scavalcano una successione di tronchi di catene parallele a quella appenninica, intervallate da conche montane come la piana Firenze-Pistoia, il Mugello il Casentino, la Val Tiberina. Ad ovest e a sud all’interno dell’allineamento falciforme Arno - Chiana, esiste un articolato sistema di rilievi collinari e basso montani che da luogo ad un efficiente e razionale sistema viario di crinale estendentesi fino al Tirreno e terminante in una serie di luoghi di altura o di pianura dove, tutt’altro che a caso, sorsero le maggiori città etrusche. Un fatto questo, completamente travisato dagli archeologi.





martedì 21 maggio 2019

1850 Un movimentato carnevale a Brisighella

L’assalto della Banda del Passatore
ricerca di Claudio Mercatali

Il Passatore secondo una classica
rappresentazione (ma questo non era
il suo aspetto).


Il 7 febbraio 1850 la banda del Passatore assalì Brisighella. Verso sera i briganti attraversarono il Lamone al Ponte della Busìna (… oggi delle Terme) ed entrarono in paese di sorpresa. Erano i giorni del carnevale e all’improvviso comparvero i ladroni nella sala da ballo gremita …




Lasciamo il racconto ad Antonio Metelli (1807 – 1877) autore della Storia di Brisighella e della Val di Amone, fonte senz’altro attendibile perché era uno storico ben documentato e contemporaneo del fatto.
La fecero franca i briganti? In questa occasione si ma le loro imprese spericolate durarono poco: il Passatore morì a Russi in uno scontro a fuoco con i gendarmi il 23 marzo 1851, alcuni dei suoi furono presi dopo poco, processati per direttissima e fucilati nel maggio 1852. Giuseppe Afflitti, detto il Lazzarino, continuò per qualche anno le sue scorribande e fu arrestato dai gendarmi del Granduca il 16 gennaio 1857 vicino a Santa Sofia, nella Romagna Toscana.
 
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… Restavano ancora a dividersi gli argenti, che servivano all'uso dei deschi, dello scrivere e dell'allumare nella notte le stanze e propostovi dal Pelloni che ciascuno a voglia sua vi facesse offerta di denaro, nessuno si trovò che per prezzo e con disagio e pericolo di sé stesso volesse acquistarli, laonde ripostili nuovamente dentro un sacco li affidò in cura all'ospite ordinandogli di sotterrarli senza che per l'appresso venissero più richiesti dai malandrini, che poi andarono coi complici loro parte imprigionati, parte morti e dispersi, sicché o diventarono possessione di qualche avaro villano o rimangono ancora occulti dentro le viscere della terra per pigliar poi il nome di tesoro quando accada che per caso siano riscoperti.
 
Ma dov'è Prato di Sopra dove i banditi si spartirono la refurtiva?
Nella toponomastica di Modigliana non c'è nessuna villa con questo nome, in compenso nel comune di Marradi vicino al confine con la Romagna c'è Pian di Sopra, che oggi è un agriturismo molto frequentato in primavera e lì accanto c'è Pian di Sotto, che a metà Ottocento era della famiglia Bandini. A 1 km, sopra San Cassiano, proprio al confine con lo Stato Pontificio  c'è il Monte del Tesoro …
Insomma in questa zona ci può essere del lavoro per gli appassionati di ricerche con il metal detector.

 
Per approfondire sul brigantaggio: cerca sul blog "La banda Buriga" e "Facinorosi pontifici". Digita questi titoli nella casella in alto a destra nella copertina del sito.