Lanfranco Raparo, Marradi

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mercoledì 9 settembre 2015

Vitaliano Mercatali, da muratore a inventore

Vitaliano Mercatali: da muratore a inventore
ricerca curata da Luisa Calderoni


Alcune foto dei cantieri in cui ha lavorato Vitaliano, ci permettono di scoprire  i mutamenti subiti da alcuni edifici rurali e cittadini  del nostro territorio.


Lavori di ampliamento all'Albergo- Ristorante " La Colla"

La ristrutturazione del podere di Coloreto






Il Mulino della Trappola


La balaustra di Villa Vossemole a Lutirano
Nella foto a destra, Vitaliano sulla gru nello spiazzo di fianco alla chiesa di San Lorenzo, durante la costruzione del Cinema Borsi

  







Vitaliano Mercatali ha lavorato anche alla rimozione  e ricostruzione dell'altare maggiore della chiesa di San Lorenzo a Marradi e alla sopraelevazione del campanile su progetto dell'Architetto Claro Ceroni.
Tra i tanti plastici e stemmi che Vitaliano ha costruito negli anni, c'è anche quello del Comune di Marradi collocato sopra le antiche misure in ferro, dette "bracci" inserite nella pietra serena di una colonna del loggiato del palazzo comunale.


Il matrimonio di Vitaliano e Giovanna Billi


I RICONOSCIMENTI











mercoledì 17 giugno 2015

Dall'album di Alda Marolli

Vedute pittoriche della Toscana



Questo album è un libricino, che sta nel palmo di una mano, e raccoglie una serie di vedute di paesi e paesaggi della Toscana dell'Ottocento.
C'è anche Marradi....



 Ci sono località vicine e lontane. Fra quelle della nostra zona: S.Benedetto in Alpe,
Rocca S.Cassiano,
Modigliana,
Scarperia,
Borgo S.Lorenzo,
Dicomano,
S.Piero a Sieve,
Pratolino,
Ponte a Sieve








































martedì 12 maggio 2015

Il tempo passa

Dalla collezione di Giuseppe Farolfi



Prima del 1944 al posto della attuale piazzetta di Biforco c'era un molino, che scaricava l'acqua nel modo che si vede qui accanto.
Questa casa fu rasa al suolo da una bomba d'aereo e del molino rimane ora solo la briglia di presa (si vede dal ponte del campo sportivo) e una traccia del canale.














Durante lo stesso bombardamento furono colpite 
anche altre case e il ponte, che era unico e collegava
anche la strada di Campigno nel modo che si
vede qui. 





L'ingresso di Biforco negli anni Trenta. 
La torretta della casa
al centro venne demolita 
perché pericolante.































Il "villino Mercatali" negli anni Trenta, raso 
al suolo da una bomba d'aereo.
 Le rovine furono acquistate dalla famiglia 
Bernabei che ricostruì la casa com' è oggi. 














Via Talenti nel 1884 durante i lavori 
di allargamento.
Venne tagliato un edificio in modo 
da eliminare la strettoia.
La fonte venne modificata e l'area divenne 
una piazzetta (Piazza Guerrini).












La Fornace Marcianella era uno dei più importanti opifici del paese.
Vengono da questo stabilimento molti dei coppi e dei mattoni delle case vecchie del comune.

La fabbrica fallì come conseguenza della crisi del 1929 e fu demolita per
recuperare i materiali di costruzione di cui era fatta.










Saluti da Marradi, due scorci di ora (2015) 
e di allora (1909)










A sinistra: Via Tamburini fotografata dalla strettoia di palazzo Torriani. La foto è stata scattata prima del 1928 perché sulla destra si scorge l'insegna della prima sede del Credito Romagnolo,
che allora si trovava lì.


































































mercoledì 25 febbraio 2015

Memorie di Vitaliano Mercatali: parte terza

Vitaliano Mercatali, l’inventore dei prefabbricati e del calcestruzzo nero.

Vitaliano, nel primo dopo guerra, come molti ragazzi del paese, andò  a bottega a imparare un mestiere e siccome era molto curioso e desideroso di imparare, ha girato tante botteghe apprendendo molti segreti del mondo dell’artigianato.

“ Impara l’arte e mettila da parte”, recita un antico proverbio e così ha fatto Vitaliano che nel corso della sua vita ha imparato  tante cose e poi le ha messe in pratica, conseguendo risultati apprezzabili specie nel campo edile, dove ha conseguito anche due brevetti e una concessione governativa, e dedicandosi in età di pensione a varie attività creative, artistiche e artigianali.

Inizialmente, finita la guerra, Vitaliano andò a lavorare col fratello Mauro nell’officina in via Razzi che era stata del padre Fortunato. Qui accomodavano biciclette e moto che davano anche a noleggio avendone ben tre di proprietà.


Vitaliano, il primo a sinistra, con  il cuginetto Enzo Mercatali e il padre di Enzo, Amedeo.
 L'adulto sul retro è Fortunato, padre di Mauro e Vitaliano, davanti alla sua officina in via Razzi

Successivamente Vitaliano andò “ a bottega” presso Armando Parrini,  uno dei migliori falegnami di Marradi, specializzato in infissi e porte, che esercitava in via Razzi, da sempre la strada degli artigiani locali. Qui, sebbene il laboratorio fosse fornito di luce elettrica, tutti gli attrezzi erano manuali ma il lavoro non mancava perché bisognava ricostruire il paese e fornire le nuove case di porte e finestre.

A 14 anni, dopo un anno di apprendistato presso Parrini, Vitaliano andò a lavorare alla segheria di Biforco che produceva cassette per la frutta per gli ortocoltori della Romagna. La segheria si trovava su per la strada di Campigno dove ora c’è il laboratorio di Ilario Scalini: più avanti, lungo la strada, era attiva  la fornace di Renzo Bellini che faceva laterizi. Quando c’erano gli ordinativi le maestranze, circa 30 persone tra donne e uomini, lavoravano giorno e notte. Le macchine erano alimentate con  la corrente elettrica fornita dalla centrale Fabbri che, in estate, causa la scarsità d’acqua nel fiume, ne erogava in quantità limitata.  Qui Vitaliano guadagnava ben di più essendo passato da 50 lire a settimana, a  500 lire al giorno. Presso la segheria lavoravano anche 3 o 4 operai addetti esclusivamente alla ripulitura dei tronchi dalle schegge delle granate o delle bombe per evitare di danneggiare i nastri dei macchinari.

Un’altra  centralina  idroelettrica era stata impiantata sul Lamone a poca distanza dal centro abitato di Biforco, e forniva energia ad un mulino a cilindri poco distante, che macinava il grano.

Nel frattempo lo Stato italiano, per favorire la rinascita del paese devastato dalla guerra e afflitto da una forte disoccupazione, aveva dato vita ai cosiddetti  “ Cantieri Fanfani” con attività di sterri per aprire nuove strade, costruzione di massicciate, rimboschimenti e sbancamenti con l’uso di mine cui partecipò anche Vitaliano. La paga era di 500 lire al giorno per gli scapoli e di 600 lire al giorno per gli sposati.

Oltre a questa attività, il sabato e la domenica Vitaliano faceva due viaggi nei boschi circostanti per prendere un po’ di legna per il riscaldamento domestico, cosa proibita severamente ma indispensabile per cucinare e attenuare i rigori dell'inverno.

Vitaliano ricorda che in quegli anni c’era un’atmosfera tutta particolare : c’era una specie di febbricità nell’aria, c’era voglia di lavorare, di ricostruire, di ripartire. Si sentiva di essere alla vigilia di una rinascita e in effetti il cosiddetto “boom economico” si stava avvicinando a grandi passi…

Anche le condizioni economiche di Vitaliano erano migliorate: fornito di bicicletta e di un bell’orologio da polso, era deriso dai suoi compagni di lavoro che lo chiamavano “il Capitalista”.

In effetti ora Vitaliano poteva andare a lavorare in bicicletta. Questa era una vecchia bicicletta da bersagliere, residuato della prima guerra mondiale. Era pieghevole, fornita di lume a carburo e attacchi per il fucile e di color verde opaco.  Ma il vantaggio maggiore derivava dal fatto che questa bici aveva le ruote  piene, ideali  per le strade ghiaiate  di allora...


Un'antica bicicletta da bersagliere


 La Ferrovia Faentina
Un lavoro  che ha avuto un ruolo importante per la ripresa economica del nostro territorio, è stato quello inerente il ripristino della tratta ferroviaria Fognano-Marradi che aveva subito gravi danni durante la guerra. Vitaliano lavorò alla ferrovia con un gruppo di marradesi ed era addetto al carico dei materiali che arrivavano alla stazione di Marradi su camion. Questi materiali ( rotaie in campate  di dieci da 16 metri, traversine di legno incatramate, ghiaia per la massicciata, ecc...)  venivano caricati su dei carrelli ferroviari trainati da un camion americano residuato bellico, marca Chevrolet, cui erano stati tolti gli pneumatici, sostituiti con ruote da treno per poter scivolare  sui binari.




Una volta caricati i carrelli, questi  percorrevano il tratto ripristinato portando i binari e relativo materiale  fino al punto di interruzione, e così avanti verso Fognano. 




Il tempo in cui gli operai attendevano di giungere al punto dello scarico del materiale non faceva parte dell'orario di lavoro e doveva essere recuperato. Il lavoro era tutto manuale proprio per far lavorare gli operai essendo molto diffusa la disoccupazione tranne l'imbullonatrice che serviva ad avvitare le chiavarde alle traversine. La paga era molto interessante perchè consisteva in ben 24.000 £ al mese.
Successivamente, quando già era ripresa la circolazione dei treni nel tratto Fognano-Marradi,  Vitaliano  lavorò alla riverniciatura del ponte di ferro sulla Lontria e a quello di Villanceto. Pulendo e riverniciando, metro per metro, scoprì che il ponte non era assemblato con bulloni ma con " bullette a caldo",  cioè inserite ancora roventi e ribattute in sede, che molto gli facevano pensare alla Torre Eiffel di Parigi. Informatosi successivamente, Vitaliano scoprì che che i ponti della linea ferroviaria Faentina sono stati costruiti nello stesso periodo e con lo stesso sistema della Torre di Parigi.

Un libro di Tecnica Edilizia su cui ha studiato Vitaliano, fatto di dispense della Scuola Electra di Torino, che furono rilegate dalle suore Domenicane di Marradi

 L'attività edilizia

Dopo questa fase Vitaliano inizia a lavorare nell'edilizia. A Marradi era stata istituita una specie di scuola per apprendisti muratori che allo studio teorico, affiancava l'attività lavorativa vera e propria, che Vitaliano frequentò conseguendo il relativo diploma.
Vitaliano lavora all'allargamento della strada di fianco alla Chiesa di San Lorenzo e alla costruzione del Cinema Borsi nel giardino adiacente l'oratorio di Sant'Antonio, l'odierna "Sede".
 Durante lo sbancamento per allargare la strada emersero molte ossa umane, segno che il  cimitero che anticamente si trovava sul sagrato della chiesa, era molto ampio e si estendeva  anche nei campi di "Baluga" dove oggi 'è il chiosco. Queste ossa furono collocate nell'oratorio in attesa di una inumazione definitiva. Ancora oggi i più anziani del paese ricordano che prima della guerra lo spiazzo davanti alla chiesa in cui andavano a giocare i bambini era chiamato  " E' cemter", il cimitero, un toponimo che ne indicava chiaramente la passata funzione di spazio usato per le sepolture.




Al centro della foto, sulla destra, il villaggio UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) un gruppo di case fra Biforco e Marradi costruito a parziale compenso per i bombardamenti subiti dal paese) 


Un' opera molto importante per il paese fu la costruzione del Villaggio UNRA ( anni 1949-1950), costituito da case popolari all'avanguardia e dotate di servizi interni. Vitaliano che amava molto questo lavoro, rimaneva sul cantiere anche dopo che il suo turno era terminato ed affiancava il capo-cantiere della ditta edile, una cooperativa di Ozzano Emilia,  nel tracciare  i muri e le scale dei nascenti edifici.Così si fece ben volere dal suo capo e imparò molte cose. Il segno dell'operosità di Vitaliano resta nella piccola edicola con la Madonnina che ancor oggi fa bella mostra di sé nel vialetto d'accesso del villaggio.







sabato 24 gennaio 2015

Gli schiavi di Hitler

La prigionia di Adelmo Mercatali
nei ricordi di suo figlio

Mauthausen



Arrivarono alla stazione di Mauthausen e salirono il colle sospinti e bastonati, con il ringhio dei cani da guardia. Il lager in cima era una specie di fortezza con una grande aquila sopra la porta. Era già chiaro che sarebbe stata durissima ma ancora non sapevano quanto, perché una persona normale non può immaginare una cosa del genere. Con loro c'era un gruppo di ergastolani, perché i Tedeschi avevano sgomberato il carcere di Porto Azzurro, all'isola d'Elba. Uno di loro, silenzioso e preoccupato, aveva appuntito il manico di un cucchiaio di latta a furia di strisciarlo sul muro, per farne una specie di arma. Essendo pratico aveva capito che quello non era un carcere ma una macelleria. Remo Scalini, per gli amici Il Bigolo, lo prese in giro e l'ergastolano gli sferrò un colpo mancandolo di poco. Poi nei giorni successivi costoro furono trasferiti e non si videro più.

Ogni tanto passava un deportato spagnolo, che era stato catturato in Francia, dove si era rifugiato dopo la fine della Guerra di Spagna (1939). Vide che Adelmo era un "triangolo rosso" , numero 1782 cioè un detenuto politico e si fidò di lui e degli altri.


Il triangolo di Adelmo. Gli venne assegnato al campo di concentramento di Fossoli (Modena). Il triangolo si portava sul petto e sulla manica sinistra: rosso politico, nero zingaro, verde delinquente comune, rosa omosessuale ...

Essendo esperto del luogo lo spagnolo con il triangolo verde diede dei buoni consigli: "dichiarate di sapere un mestiere utile, perché i Tedeschi hanno un disperato bisogno di manodopera e vi manderanno ai lavori forzati. Se rimanete qui c'è poco da fare per voi".
Così Alberto Ciani disse che era un calzolaio e Remo Scalini un camionista mentre Adelmo che sotto le armi aveva fatto il radiotelegrafista disse di essere un tecnico radio e un elettricista. Fu assegnato a un kommando di forzati e preso dalla ditta Hans Hager di Bad Ischl dove si accorsero subito che di cose elettriche non si intendeva e lo mandarono nella squadra delle riparazioni idrauliche e dei danni dei bombardamenti. Per fare delle riparazioni capitò anche in casa del musicista Franz Lehar, che gli lasciò per ricordo questa foto con la dedica.



La ditta era quasi priva di operai validi perché tutti erano al fronte. C'era un ragazzino austriaco, Gustl, qualche anziano e i deportati. Era stata militarizzata e posta sotto il controllo delle SS. I deportati dipendevano dalla ditta durante le ore di lavoro e dopo passavano sotto sorveglianza dei kapò in un recinto di filo spinato percorso da corrente elettrica pieno di baracche sgangherate, fino al giorno successivo. Era uno dei tanti campi satellite di Mauthausen, un Kommando Arbeit di forzati, dove si rimaneva finché si aveva la forza per lavorare. Gli sfiniti, gli ammalati e quelli che creavano problemi tornavano al campo principale e ...

Hans Hager non era un nazista e trattava umanamente i prigionieri che lavoravano nella sua ditta.



Hans volle mettere le cose in chiaro per non avere guai con le SS e fece firmare ad Adelmo questo contrattino, mezzo in tedesco e mezzo in italiano, nel quale mio babbo si impegnava a non scappare, a impegnarsi nel lavoro ...


"... e se non dovessi attenermi alle dovute prescrizioni che devono essere attese da me, posso contare a una durevole permanenza nel campo di concentramento".




Così Adelmo e gli altri personaggi di cui parla nel suo libro, che dipendevano da altre ditte dello esso Arbeit Kommando, vissero per tutto l'inverno 1944 come coatti, al lavoro per rimediare in qualche modo ai danni devastanti dei bombardamenti nella fine apocalittica della guerra.


La ditta Hager fece fare i documenti di riconoscimento ai deportati, perché le squadre giravano per riparare i danni dei bombardamenti e i controlli erano frequenti.
Questo fu importante, perché con questi documenti Adelmo poté poi dimostrare che era stato un lavoratore coatto.

Dopo la fine della guerra i rapporti con la famiglia Hager non si interruppero e nel 1950 Adelmo, in Austria in viaggio di nozze, passò da Bad Ischl.


... Délmo, gli disse commosso Gustl, il ragazzino che lavorava con lui nella squadra, sei tornato? Vieni anche tu a dire qualcosa a quelli ... Adelmo si schernì e Gustl lo rimproverò un po' :
 ...     non ti ricordi più che cosa ti hanno fatto? Era diventato comunista e odiava profondamente chi era stato nazista. Hans Hager lo capiva e spiegò che le sofferenze l'avevano segnato dentro e si era incattivito. Con il tempo forse sarebbe tornato il ragazzo dolce che era ...



Fra le carte di mio padre c'è ancora una lettera di Franz Hager che dimostra che non tutti gli austriaci furono nazisti e c'era anche chi non si lasciò coinvolgere nella follia della dittatura.

Caro Adelmo
 mi conceda di usare questo modo di rivolgermi a Lei che era consueto durante la sua permanenza a Bad Ischl. Mi scusi per il fatto che io solo adesso rispondo alla Sua lettera del 20 agosto che fu persa e che dovette essere ricercata diligentemente dopo il ricevimento della sua premurosa cartolina del 26.12.1949.
Io, mia moglie e i bambini che due anni e mezzo fa sono aumentati di un maschio ci rallegriamo di poter salutare il sempre gentile e amabile Adelmo nel 1950 con la sua apprezzata fidanzata come ospiti assolutamente benvenuti di tutto cuore. Per la perdita di suo padre accetti le mie più sentite condoglianze. Nel 1948 abbiamo perduto il padre e poche settimane fa la madre di mia moglie. Nel marzo 1950 andrò a Roma con il club dell'OVP, Sezione dell'Austria superiore (Osterreichische Volkspartei, Partito Popolare Austriaco) di cui dal 1945 faccio parte e porterò con me mia moglie.
Per il prossimo suo matrimonio accetti i miei più sinceri auguri di felicità; sono convinto che la sua fidanzata sia una cara e buona persona, altrimenti Lei non le sarebbe piaciuto. Mi darebbe una particolare gioia poter ricevere sue notizie ...   Franz Hager



Nel 1999 il Governo Austriaco varò il cosiddetto Piano di Riconciliazione, ossia  un riconoscimento finanziario e soprattutto morale per tutti quelli che potevano dimostrare di essere stati ai lavori forzati in Austria. Dopo una settimana anche la Repubblica Federale Tedesca emanò una legge per indennizzare i deportati nei campi di sterminio.

La legge approvata dalla Camera Alta del parlamento tedesco, il Bundesrat, prevedeva indennizzi per le seguenti categorie di lavoratori schiavi:
"deportati in ghetti chiusi, campi di concentramento e di educazione al lavoro, in prevalenza ebrei, che avranno l'indennizzo individuale più alto, e lavoratori forzati, costretti a lavorare per le imprese tedesche e detenuti in campi sorvegliati".
Il Fondo tedesco venne finanziato con 10.000 miliardi di lire, versati per metà dal governo e per metà dalle imprese.

Ricordo che nel 2004 accompagnai mio babbo alla Cassa di Credito Cooperativo di Faenza per riscuotere l'assegno del rimborso tedesco e il cassiere lo guardò stupito e gli disse: "un bonifico con una causale come questa non l'avevo mai pagato".


















Qui accanto: il bonifico e la causale: Programma Tedesco di indennizzo per gli ex lavoratori forzati sotto il regime nazista. Decisione: per lavoro forzato in condizione di schiavitù.