Lanfranco Raparo, Marradi

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lunedì 30 ottobre 2023

I seccatoi per i marroni a Marradi

Indagine su vecchie costruzioni

ricerca di Claudio Mercatali


Lo schema del classico
seccatoio a due piani



Per utilizzare i marroni bisogna sbucciarli e nei secoli vennero messi a punto diversi procedimenti adatti allo scopo. In casa si lessavano per fare el balòt, le ballotte da sbucciare a caldo, compito ingrato che come al solito toccava alle donne, o si incidevano con un coltello (marôn castré) poi si arrostivano finché non diventavano caldarroste (el brused). Ma per i marroni di seconda e terza scelta questi due procedimenti non andavano bene e allora come si faceva?


Una rievocazione storica della battitura dei marroni a Firenzuola.



Nel nostro Appennino si stendevano i marroni in un graticcio di verghe di castagno (la listèla) e sotto si manteneva il fuoco senza fiamma, solo con la brace. Per fare questo serviva il seccatoio (e scatùi), una casina a due piani con la stesa dei marroni sopra, le braci sotto e il fumo in uscita dal tetto fra i coppi e da una finestrella. Era un procedimento lento, che durava circa un mese. Poi i marroni venivano battuti su un ceppo e agitati in un piatto di legno (la piatèla) per staccare la buccia.


L'uso di un seccatoio come quello dell' eremo di Gamogna è descritto qui accanto in un articolo dell' Eco del Senio (un periodico di Palazzuolo) scritto quando don Antonio ripristinò quello che ancora oggi è nel "sagrato" della chiesa. Nel seccatoio il distacco della buccia avviene perché la polpa cala di volume quando si secca. In più la brace produce monossido di carbonio, gas soffocante per gli insetti penetrati nei frutti e le loro larve. Infine il fumo del legno che brucia è ricco di ossido di potassio che modifica il pH dell' ambiente e lo rende sfavorevole per muffe e batteri, così come avviene per la carne affumicata.






Però la procedura richiedeva una certa esperienza perché altrimenti il fumo lasciava nei frutti un odore e un sapore non gradito a tutti. Siccome Marradi è il paese dei marroni non non deve sorprendere il sapere che nel Comune ci sono diverse centinaia di seccatoi in disuso e in abbandono perché i tempi sono cambiati.


Anche a Gamogna di Sopra, un podere oltre l'Eremo, c'è un seccatoio grande, trasformato in chiesina dalle suore francesi che curano questi siti, disabitati da più di mezzo secolo.

I seccatoi avevano anche altri usi quando non era il tempo della raccolta. Quelli che sono nelle marronete hanno a volte un piccolo camino incassato nel muro, segno che servivano anche da capanni. Quelli accanto a casa se il caminetto era costruito bene servivano come piccoli ambienti riscaldati o per seccare altri frutti o per appendere aglio e cipolle. 


A Coltriciano di Sotto il seccatoio spento era usato come bagatéra, ossia come stanza per far proliferare il baco da seta in una stesa di foglie di gelso.



Poi i marroni venivano macinati per fare la farina. Qui da noi c'erano dei molini adatti per questo scopo. I marroni secchi richiedono una molitura lenta, attraverso un foro di macina grande, con le due pietre della macina più distanti, perché la polpa le impasta facilmente. Accanto alle case vicine ai grandi castagneti si trovano a volte i resti di questi opifici, vicino ai seccatoi. 


E' il caso di Vangiolino di Gamberaldi, di fronte ai castagneti del Corno e di Valdorséra, che lavorava con un minimo di acqua deviata da un fossetto, appena sufficiente solo in inverno. 




Lo stesso avveniva a Valcuccia, podere sotto ai castagneti di San Bruceto, e al molino della Guadagnina, alla Badia del Borgo. 


Erano dei tipici molĕn dla botazéda, che lavoravano aspettando ogni volta che il rivoletto d'acqua del fosso riempisse la botazéda (il bottaccio) ossia la vasca dell' acqua, che a volte era multipla, come a Valcuccia.






Il molino della Guadagnina fu demolito negli anni Cinquanta per usare le pietre dei muri nella costruzione di una briglia nel fosso sottostante. Era un edificio della fine del Settecento, costruito dai fratelli Mercatali che avevano comprato il monastero della Badia del Borgo ormai dismesso. "Guadagnina" è sinonimo di "Bottaccio" (o botazéda), la vasca  da dove partiva il canale della gòra.




Ce n'era uno anche sotto la chiesa di Valnera, che macinava i frutti dei grandi castagneti di questa zona, di fronte a Cà di Bando e a Valnera di Sopra, sopra Vaglino e oltre. Nel 1822 i cartografi del Granduca lo disegnarono con cura nel Catasto Leopoldino, perché i punti di macina erano soggetti a tassazione e siccome non conoscevano il romagnolo scrissero il nome così come l'avevano capito cioè Molino della bottacciuta.




Il seccatoio di Cà di Bando è in rovina ma la sua struttura è riconoscibile. Quello di Valnera di Sopra è crollato, così come la casa. Ambedue gli edifici erano a torre e nella cartografia del Cinquecento sono indicati come "Case del Pratese" (I Pratesi sono anche oggi proprietari della soprastante fattoria di Gamberaldi). 


Il seccatoio di Gamberaldi è ben conservato e volendo potrebbe funzionare. E' antico, risale al periodo napoleonico.








Qual è il seccatoio più antico? Non si sa perché di solito queste costruzioni non hanno scritte scolpite. Però se ci fosse una classifica di certo uno dei primi posti spetterebbe al seccatoio di Monterotondo, sopra al monastero della Badia del Borgo, perché il podere è citato in contratti di compra vendita del 1100 e 1200 e tutta la pendice è coperta dagli enormi castagneti dei frati che già allora commerciavano castagne e farina.

Ci sono seccatoi in funzione? Si, uno è nel sagrato della chiesa di Popolano e viene acceso ogni anno.

Chi passa di lì in ottobre vede bene il fumo che esce dalle tegole e non dal camino. Più di una persona ha avuto l'impressione di un incendio, anche perché questo seccatoio ha una forma insolita, con la bocca di carico dei marroni in uno stanzino a lato e non dalla solita finestrella.



Un altro è al podere Gli Animaletti, sopra a Biforco e produce marroni secchi per fare la farina come una volta. E' una attività della Azienda agricola di Lia Perfetti.





La farina ottenuta con la macinatura a pietra del frutto essicato con il fumo del legno di castagno è il classico prodotto di base per preparare i dolci. Questa è in vendita a Marradi nel negozio l'Agrifoglio, di Maris Perfetti.




Alcuni seccatoi hanno dato il nome al podere in cui si trovano. E' il caso di Lischeta, un podere al Passo dell' Eremo che non figura nel Catasto Leopoldino del 1822 mentre il suo seccatoio c'è già.




E' probabile che sia stato così anche per il seccatoio di Scheta, un podere nella valle di Albero vicino a un grande castagneto di piante secolari.





Non è detto che il seccatoio sia nell'aia della casa poderale. Infatti i castagneti erano impiantati nei versanti a nord, a bacino, mentre si tendeva a costruire le case nei versanti a sud, a solame. Perciò certe volte il castagneto è distante anche un paio di chilometri dal podere al quale appartiene.



E' così per il seccatoio del podere La Costa, che si vede dalla strada per Palazzuolo nel versante a bacino mentre la casa poderale è nel versante opposto, a solame, e si incontra percorrendo la strada della Piegna.









Anche il seccatoio del podere Valle è in questa situazione. E' molto grande e Nello Camurani, che da ragazzo lavorò lì ricorda che si riusciva a seccare molti quintali di marroni ogni volta, in due mandate.

Profittando delle sue dimensioni e del sito remoto in cui si trova i mulattieri di Marradi che lavoravano a Terbana nel 1944 nascosero lì dentro i loro muli per evitare che venissero confiscati dai Tedeschi.



Capita spesso che a queste costruzioni, usate per secoli, sia abbinata qualche storiella o qualche circostanza particolare. Per esempio il seccatoio di Pian dell'Eremo oggi si trova in mezzo a una pineta con alberi alti una ventina di metri. Come mai?
Negli anni Cinquanta i marroni non li voleva più nessuno e molti castagni vennero abbattuti per vendere il legno dei tronchi ai falegnami e soprattutto alla fabbrica di tannino di Crespino del Lamone. In questo caso il Servizio Forestale provvide al rimboschimento con un impianto di pino nero, senza tener conto della flora precedente.






A  terra ci sono ancora i tronchi segati più grandi e più contorti, che evidentemente non erano adatti per le segherie o il tannino e furono abbandonati lì. Fanno da guida perchi scende da Casa del Gatto verso il Molino della Volta e verso sera sono anche un po' inquietanti.

Il fosso di Voltalto, dove siamo ora e dove si trova il castagneto di Scheta di cui abbiamo detto prima, è un sito ricco di castagneti secolari, coltivati anche oggi. Ci sono diversi seccatoi in rovina e anche qualcuno ancora in piedi, come nel paesino di Albero.



Altri seccatoi sono vicino ai castagneti dove si pratica la raccolta diretta dei frutti e vengono descritti alle persone che in ottobre passano di lì.



Questo per esempio è il seccatoio di Ravale, non attivo ma ben conservato.






Quest'altro è vicino al Maneggio La Casetta, alla Badia del Borgo, punto di partenza per trekking a piedi nei castagneti o a cavallo verso l'Eremo di Gamogna.



Nella stessa azienda agricola si può praticare la raccolta diretta dei marroni nel podere Funtèna Quéra.



Oppure si può fare un trekking rilassante che aiuta a pensare di meno (infatti Claudio Mercatali qui accanto non fa caso se piove).




domenica 14 febbraio 2021

L'allevamento dei bachi da seta

Una Memoria di Jacopo Fabroni
sul Giornale Agrario Toscano del 1835
ricerca di Claudio Mercatali




Chi era Jacopo Fabroni? Questo nome nella famiglia fu ripetuto almeno sei o sette volte nei secoli, secondo l’uso di dare ai discendenti il nome di qualche antenato. Il Nostro nacque alla fine del Settecento, visse sempre a Marradi nel suo palazzo di Piazza Scalelle, assieme ai suoi numerosi parenti. 
Era un notaio, appassionato delle cose del suo paese, con cento interessi, ottimo scrittore, ottimo oratore. Lo storico Antonio Metelli cita un suo comizio fatto dal balcone di piazza Scalelle nel 1848, intriso di fervente patriottismo. Se ne potrebbero dire tante di lui ma è meglio fare riferimento alla biografia della Nuova Enciclopedia Popolare Italiana, pubblicata dai suoi contemporanei, che ne sapevano di più. Leggiamo:





Clicca sulle immagini 
se vuoi una comoda lettura



... I suoi scritti, sono in buona lingua, briosi di gioventù, facili e piani ed attraggono il lettore, pieni di utili verità; onde riescono vantaggiosi a consultarsi. Oggi sono sparsi, e facilmente soggetti all' oblio, perché pubblicati senza nome. Ma se in Marradi vi saranno persone cui stanno a cuore le glorie paesane, faranno opera degna se le rintracceranno tutte ...

Adesso Jacopo ci interessa per una corrispondenza con Raffaello Lambruschini, agronomo di fama, membro del Gabinetto Vieusseux di Firenze, a proposito della coltivazione dei bachi da seta che, secondo il Fabroni, a Marradi si potrebbe migliorare parecchio ...




Vincenzo Dandolo, di cui il Fabroni dice nel suo articolo, era un agronomo veneziano, ideatore di nuove tecniche per allevare il baco da seta.


Il bombix mori, più noto come baco da seta, è un insetto che compie la metamorfosi dentro un bozzolo filato da lui stesso e diventa una farfalla dal buffo aspetto ...


La fabbricazione della seta nel Medioevo era un segreto industriale cinese che, secondo il mito,  fu carpito da Fra Giovanni da Pian del Carpine che portò in Europa alcuni bozzoli nascosti nella canna del suo bastone.


Fra Giovanni aveva saputo che il Bombix è monofago, ossia mangia solo le foglie di gelso e muore se gli viene data qualsiasi altra foglia. Il segreto era appunto questo e il frate malfidato portò nel suo bastone anche i semi del gelso, che era una pianta sconosciuta qui da noi.



Nonostante i nostri sforzi bisogna ammettere che tutt'oggi le migliori sete sono quelle cinesi e giapponesi. Nel Novecento in Europa le filande fallirono quasi tutte con l'avvento delle fibre sintetiche.




La prima fibra sintetica venne fabbricata dalla multinazionale Pont de Nemours nel 1937, americana ma fondata nell' Ottocento da un francese. Si chiamava Nylon 6,6 e la sua commercializzazione fece chiudere tutte le filande. I suoi inventori, entusiasti, le diedero questo nome che è l'acronimo i Now You Lose Old Nippon (Ora hai perso vecchio Giappone) perché erano convinti di aver scoperto un sostitutivo della costosa seta. Oggi noi sappiamo bene che non è così perché le magliette di Nylon non traspirano e se sono al 100% portarle è un patire.


Per altri scritti di Jacopo Fabroni sul blog

12.04.2020  J.Fabroni sul Giornale Agrario Toscano (tematico Scienze Agrarie)
12.04.2020 La manomorta ecclesiastica (tematico )
02.08.2019 I miglioramenti di un fondo alpino (tematico Scienze della Terra)
17.11.2018 J.Fabroni descrive la Romagna Toscana (tematico La Romagna Toscana)
28.02.2017 J.Fabroni eclettico signore dell' '800 (tematico I Marradesi dell' '800)
20.03.2013 Gli affreschi di Palazzo Fabroni (tematico Gli affreschi)


venerdì 2 agosto 2019

Dal Giornale Agrario Toscano

I miglioramenti di un fondo alpino
secondo Jacopo Fabroni
Ricerca di Claudio Mercatali

 
 

Il notaio Jacopo Fabroni, proprietario del palazzo di Piazza Scalelle, a Marradi, era un distinto signore di metà Ottocento con cento interessi. Questo che segue è  un suo articolo pubblicato nel 1844 nel Giornale Agrario Toscano, nel quale ci spiega come si possono migliorare i poderi nei siti alti dell’Appennino.

 
… A mezza via fra Palazzuolo di Romagna e Borgo San Lorenzo in Mugello …












Che strada si fà oggi per andare a Cà di Vagnella? Si sale dalla Colla di Casaglia a Prato all'Albero e poi si scende nella valletta del Rovigo fino al ponte delle Spiagge, dove la strada comincia a risalire. Proprio al ponte, sulla destra, c'è la traccia dell'antica strada per Palazzuolo, quella di cui parla Jacopo Fabroni.



Ca' di Vagnella è quasi 1 km oltre il ponte, a salire. Non si può sbagliare, perché e terra c'è ancora la vecchia massicciata …







… All'ingresso del nuovo mezzaiuolo nel podere, io pattui che l'anno colonico dovesse cominciare e finire a Ognissanti …






… Sull' Alpe, non utile ma necessaria sarebbe la sostituzione del coltro alla vanga …









… La regione del faggio non ha frutti, meno che ciliegi e peri selvatici e noci. Questa pianta però raramente matura il suo frutto …



… Non avrei dunque esposto al pubblico il miglioramento della coltura di un fondo alpino, che è cosa ben tenue, se non avessi avuto la mira di fare con l'esempio un invito a tutta la provincia …




Damiano Casanti, il chimico di Marradi al quale Jacopo Fabroni fece analizzare le felci trovò i componenti organici nella misura mostrata qui accanto.

Casanti sembra dubitare che le felci possano essere un buon foraggio per le pecore, come invece dice Fabroni. Nel dubbio ho chiesto lumi a un amico, che ha fatto il pastore tutta la vita:

"Senti Antonio, per le pecore le felci possono essere …" Il mio amico ha teso una mano aperta per fermarmi: "Una pecora non mangia le felci per nessun motivo".
 

Per approfondire:
Per le felci come foraggio, Giornale agrario toscano volume XVIII Gabinetto Vieusseux. Per altre notizie su Damiano Casanti e Jacopo Fabroni digita il loro nome nella casella di ricerca del blog (nella copertina, a destra) per Le Spiagge e Cà di Vagnella cerca nel tematico alla voce "Trekking e storie di vita".

 

domenica 20 novembre 2011

L'allevamento domestico del baco da seta

Il ricordo di Leonora Ceroni Calderoni
detta Isea - Marradi, 20 ottobre 2002.
di Luisa Calderoni

Isea

“Prima di parlare del baco da seta è bene parlare di cosa si nutriva e cioè del gelso. Il podere in cui vivevo, “la Casa” di Sant’ Adriano, era pianeggiante e in un terreno che costeggiava il fiume, c’erano due file di gelsi lunghe circa 400 metri.
L’ultimo allevamento del baco da seta nel nostro podere risale al 1944 perché in luglio ci fu il passaggio del “Fronte”, i nostri campi furono distrutti da bombe e cannoneggiamenti e furono poi usati come campo di aviazione dagli “Alleati”.
Io nel 1944 avevo 17 anni. Ricordo bene le piante di gelso che dovevano essere state messe a dimora ai primi del ‘900: infatti la corteccia era molto liscia e non rugosa come quella di un albero vecchio. Il tronco era lungo circa due metri e a quell’altezza era stato potato per far nascere altri rami più teneri le cui fronde, crescendo ad ombrello, erano facili da sfogliare.

... ricordo bene le piante di gelso ...

Il gelso è fortemente legato alla storia della mia famiglia perché nel 1925, quando io non ero ancora nata, mio padre che stava sfogliando il gelso per nutrire i bachi da seta, cadde dall’albero rompendosi entrambe le braccia.
Poiché la proprietaria del podere aveva stipulato un’assicurazione specifica a favore di chi si fosse infortunato cadendo da un gelso, mio padre ebbe un risarcimento di 2.350 lire.
I primi ricordi dell’allevamento domestico del baco da seta risalgono alla mia infanzia. Allora i bachi li vedevo solo quando erano già grandi ma non sapevo niente della loro provenienza.

... Il gelso è fortemente legato
alla storia della mia famiglia ...
                                                                                                 La famiglia Ceroni negli anni Venti e la proprietaria, con l'ombrellino.

Poi scoprì che alla fine di aprile, puntualmente, come tutti gli anni che seguirono, al nostro podere arrivava un pacchetto grande circa 20cm per 10 e alto 5 cm. Era indirizzato alla nostra famiglia ma il mittente non era scritto in italiano…
La mia mamma, sorridendo, mi spiegava che conteneva le piccole uova dei bachi da seta che venivano da un paese molto lontano. Mentre lei apriva la scatola io ero molto attenta a guardare tutto: dentro il pacchetto c’era un piccolo sacchettino bianco di stoffa molto leggera e poi c’erano due telaini fatti con la medesima stoffa. Sia il sacchetto, sia il telaino avevano dei piccoli fori grandi come una capocchia di spillo.

Il podere La Casa

La mamma, con delicatezza, avvolgeva il sacchettino in una stoffa bianca, si apriva la sottoveste e poneva il sacchettino tra i seni dicendomi: ”Ora, con il calore del mio corpo, le uova si schiuderanno e nasceranno i bachi … poi vedrai come diventeranno grandi!”
Io ero preoccupata perché avevo paura che i bachi invadessero il corpo di mia madre!
Noi a “ La Casa” avevamo una stanza apposita per l’allevamento dei bachi e la chiamavamo “la bigattaia” (2), la bigatéra in romagnolo. Qui mia mamma teneva il fuoco acceso perché i futuri bachi avevano bisogno di tepore. Dopo pochi giorni la mamma mi chiamò perché i bachi stavano nascendo e una volta aperto il sacchetto vidi dei puntini neri che si muovevano tra le altre uova ancora chiuse. Mia mamma mise su di loro due piccole foglie di gelso mentre teneva pronti in grembo i due telaini bianchi. In poco tempo le foglie di gelso si ricoprirono di punti neri e così avvenne il primo trasloco dei bachi: questa operazione continuò finché tutte le uova non si furono dischiuse.
Poi cominciò la fase della vera nutrizione. All’inizio le foglie di gelso venivano arrotolate e tagliate sottili come dei tagliolini e il pasto veniva dato due volte al giorno.
Tutte le mattine i bachi salivano sulle foglie sempre più grandi perché, affamati come erano, erano molto svelti a salire e man mano che crescevano venivano trasferiti in stuoie sempre più grandi. I bachi in effetti crescevano a vista d’occhio!
Dopo sette giorni dalla nascita i bachi facevano la prima muta, smettevano di mangiare e si addormentavano. Al loro risveglio li coprivamo di foglie e li trasferivamo su nuovi telai grandi circa un metro quadrato, sostenuti da aste di legno sul cui fondo si stendeva una carta speciale che diventava la nuova lettiera dei bachi. Gli escrementi che venivano eliminati erano pieni di pellicine lasciate dai bachi in muta. Nei giorni che passavano dalla prima alla seconda muta, i bachi aumentavano di peso e di grandezza e non riuscivano più a stare nei telai: allora si preparava un’ impalcatura che aveva quattro montanti da inserire in quattro basi di legno.

... allora si preparava un'impalcatura ...


Nei pali portanti c’erano dei fori distanti una decina di centimetri in cui si inserivano dei pioli su cui si appoggiavano le stuoie fatte di foglie di bambù intrecciate. Le stuoie potevano essere alzate o abbassate a seconda della temperatura perché se era caldo occorreva allontanarle mentre se faceva freddo venivano avvicinate.
Ogni impalcatura poteva sostenere cinque o si stuoie così grandi che per muoverle bisognava essere almeno in quattro.
Alla seconda muta i bachi erano già nelle stuoie e il lavoro aumentava perché le stuoie piene di escrementi dovevano essere ripulite e lasciate asciugare bene prima di rimettervi i bachi.

... alla seconda muta i bachi
erano già nelle stuoie ...


A fianco: L'allevamento dei bachi fatto per esperimento alle scuole medie di Marradi negli anni Sessanta.

Si riconoscono Marta Scalini (a sinistra), Matilde Nati  e Otello .

Anche per raccogliere le foglie di gelso c’erano le ore adatte perché non dovevano essere bagnate: al mattino c’era la rugiada e in pieno giorno faceva troppo caldo e le foglie, stando nei sacchi di iuta, ribollivano e non erano adatte ai bachi. L’ora giusta per raccogliere il gelso era un’ora prima del calar del sole.
Dalla seconda alla terza muta c’era il massimo del lavoro. Si sgombrava la cucina trasferendo ciò che serviva per mangiare in un capanno all’esterno e venivano costruite altre due impalcature. Anche tenere puliti i bachi era un lavoro lungo e faticoso perché li dovevamo raccogliere con una “ panara” (1) di legno e poi li distribuivamo con cura sulle stuoie pulite coperte di foglie di gelso tritate a macchina.
Per me raccoglierli era un po’ fastidioso perché i bachi avevano delle ventose con cui si attaccavano alle dita. Nel frattempo gli uomini andavano a raccogliere dei rami di ginestre che poi disponevano al sole ad asciugare.

... gli uomini andavano a raccogliere
dei rami di ginestre ...


Al centro della foto: i rami di ginestra con i bachi bianchi attaccati

Al quarantesimo giorno di vita il corpo del baco cominciava a riempirsi di seta liquida, il baco diventava color ocra trasparente e alcuni di loro cominciavano a secernere la bavetta e io mi divertivo a tirare quel filino quasi invisibile. Quando la prima stuoia di ginestre era pronta cominciavamo a trasferire delicatamente i bachi sui rami stando attenti che fossero distanziati tra di loro e a non ucciderli perché morendo i bachi avrebbero sporcato gli altri bozzoli. I bachi si distribuivano sui rami e cominciavano a costruire il bozzolo. Io li guardavo incuriosita vedendo che erano molto indaffarati ad agganciare la bava alla ginestra affinché il bozzolo non cadesse dal ramo. Attraverso il bozzolo ancora trasparente osservavo il baco che muoveva la testa mentre dalla bocca gli usciva il filo di seta. Non mi ricordo quanti giorni passassero prima della raccolta dei bozzoli, era la mamma che stabiliva il giorno in cui si dovevano raccogliere deponendoli in grandi cesti di vimini. Dopo c’era la scelta e la pulizia dei bozzoli, si toglieva la seta superflua detta “spelaia” (3) e si scartavano i bozzoli macchiati e i “doppioni” (4).
I bozzoli scelti venivano portati alla Filanda Guadagni di Marradi mentre tutti gli attrezzi usati venivano riposti in soffitta ma non c’era tempo per ripulire i telai e le stuoie perché il grano era maturo e pronto per essere falciato.
Un giorno io salii in solaio e vidi che sul muro c’erano tante farfalle bianche uscite da alcuni bozzoli attraverso un piccolo foro. Capii così che dal bozzolo usciva una farfalla che prima di morire deponeva su di sé le uova per dar vita a dei nuovi bachi…”


Il libretto di lavoro di una filandaia e una matassina 
di seta della filanda Guadagni Nati Vespignani.

Note:
1) la panara era una grossa paletta di legno, che serviva a togliere il pane dal forno
2) il baco da seta era chiamato bigatto da cui bigattaia, locale per l'allevamento del baco da seta.
3) la spelaia o bavella era la prima seta secreta dal baco per fissarsi al cosiddetto “bosco”. Veniva raccolta e filata dai contadini formando una seta di bassa qualità
4) il “doppione” era il bozzolo doppio prodotto da due bachi che formano un unico bozzolo contenente due crisalidi. Il doppione era costituito da bava di seta doppi da cui si ricavava il preziosissimo shantung, tessuto ricco di nodi, fiammature e imperfezioni.