Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
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mercoledì 12 luglio 2023

I Galli Boi qui da noi

Sul possibile sito di una battaglia
Ricerca di Claudio Mercatali

 

I Galli Boi immigrarono dalla Francia in un secolo imprecisato, il V o il IV avanti Cristo. Si stabilirono nell’ Emilia Romagna assieme ai Galli Lingoni fino ai contrafforti dell’ appennino, dove entrarono in contatto e in conflitto con gli Etruschi, gli Umbri e soprattutto i Romani. Erano organizzati in clan e non formarono mai uno stato unitario, anche se Felsina (Bologna), conquistata agli etruschi, fu la principale città di riferimento. Con i Romani ebbero quasi sempre la peggio: nel 283 a.C. a Viterbo il console romano Publio Cornelio Dolabella li sconfisse la prima volta, e nelle furibonde rivolte del 238, 231 e 218 subirono altri rovesci. Ottennero anche qualche vittoria, come nel 216 alla Selva Litana (tra Modena e Reggio) e anche a Castrum Mutilum (Mutillana, Modigliana). Nel 191 il console Scipione Nasica li sconfisse definitivamente e condusse i loro capi in catene a Roma al suo trionfo.

Come andarono le cose a Castum Mutilum? Nel luglio di un anno imprecisato fra il 238 e il 218 a.C. il comandante romano Caio Oppio giunse nei pressi di Modigliana per reprimere una rivolta dei Galli. Era tutto tranquillo e i Romani profittarono per mietere il grano maturo e fare scorte. Però i campi erano dei Galli e costoro, di fronte alla prospettiva di un inverno di fame e stenti, presero coraggio, arrivarono all’ improvviso e …

 Leggiamo il racconto di Tito Livio, il maggiore storico dell’Antica Roma:

La storiografia antica non dice di preciso dove si svolse la battaglia, però qui a Marradi conoscendo bene i luoghi possiamo fare qualche considerazione. Modigliana è un paese che sorge alla confluenza di tre torrenti: l’Ibola, scende dal Passo del Trebbio, il Tramazzo da Tredozio e l’Acerreta da Lutirano. Il primo scorre in una valletta stretta dove c’è poco grano da mietere. La valle più favorevole per i cereali è l’Acerreta, per una lunghezza di più di quindici di chilometri, fino a Lutirano e oltre. A metà di questo tratto, vicino alla chiesa di Santa Reparata la valle si stringe e i due versanti sono molto ripidi.

Questo è il posto giusto per una imboscata come quella descritta da Tito Livio. E’ possibile che i Galli, scesi alla zitta dalle attuali fattorie di Galliana e Galliata, attraverso i tanti sentieri del Monte Budrialto (il nome è prelatino e significa fosso) abbiano diviso in due lo schieramento romano circa al molino di Bedronico, dove scende la vecchia mulattiera che collegava Modigliana a Marradi. Anche Bedronico è un toponimo prelatino e bedo significa canale.



Siamo sicuri che Castrum Mutilum sia proprio Modigliana? Lo storico Emanuele Repetti ne era convinto, come si può leggere qui accanto.





Clicca sulle immagini
per avere 
una comoda lettura





Invece lo storico don Girolamo Tiraboschi dice che il paese potrebbe essere Meldola. E' poco probabile che sia così anche perché questa cittadina è nella bassa collina vicino a Forlì, in un ambiente incantevole e dolce, nel quale è difficile trovare un posto per tendere delle imboscate.



Le nostre zone furono una delle roccaforti dei Galli anche in seguito, quando la loro sottomissione a Roma era compiuta. Per questo Tito Livio nel Libro XXXIII cita un altro episodio, nel quale i Romani evitano di entrare nel bacino del Lamone .


Per ampliare

Nel tematico del blog: 20.01.2020   Da Rugginara a Modigliana per una via antica (alle voci Comunità di Modigliana o Trekking su vie antiche).
Nel tematico alla voce "Comunità di San Martino" ci sono altri articoli che descrivono la necropoli dei Galli e i reperti che furono trovati dagli archeologi.




mercoledì 24 novembre 2021

Dante all'Acquacheta

La bellissima e rumorosa
cascata del nostro appennino


ricerca di Claudio Mercatali


La lapide all'inizio del sentiero
che parte da San Benedetto in Alpe




Certe volte si dà il nome ai posti per quello che non sono. E' il caso della cascata dell’ Acqua Cheta, che è una fragorosa caduta d’acqua lungo una costa dell’ Appennino, nel Comune di S. Godenzo, quasi al confine con il Comune di S.Benedetto in Alpe e con Marradi.

Il Sommo Poeta fu così colpito dal rumore dell'acqua, che la paragonò alla cascata del fiume infernale Flegetonte che separa il settimo dall'ottavo cerchio dell' Inferno. I versi della Divina Commedia sono nella lapide qui accanto.

Su questi c’è una annosa discussione fra Dantisti, perché “ove dovea per mille esser recetto” è il verso misterioso che molti interpretano “ove ci dovevamo radunare in mille” intendendo “mille Guelfi bianchi”, per tentare un rientro di forza a Firenze, in mano ai Guelfi neri.

Però lo studioso Pompeo Nadiani è di diverso avviso…









Lasciamo i Dantisti alle loro dispute e andiamo più indietro del tempo di Dante. Così facendo troviamo altre notizie su questi luoghi perché la zona era terra di monasteri alto medioevali, come quello di San Benedetto in Alpe, che c’è ancora, restaurato e visitabile. 


Secondo la Regola dei frati di allora la spiritualità era compiuta se si alternavano dei periodi di vita cenobitica, comunitaria, con periodi di eremitaggio e per questo ci sono giunti i nomi Eremo dei Toschi, I Romiti e Passo dell'Eremo. Può anche darsi che questi posti fossero sede di eremiti senza Regola, ossia non appartenenti a nessun Ordine monastico. Le nebbie dell' Alto Medioevo qui avvolgono tutto e ci lasciano nel dubbio, però questo aumenta il fascino del luogo.


Ci sono diversi percorsi che portano alla cascata: dal Passo del Muraglione, dal Passo dell' Eremo e da San Benedetto in Alpe. Quest'ultimo è il più facile e segue il corso del torrente Acquacheta marcato da una segnaletica chiara.






La cascata è temporanea, spesso iperattiva d’inverno e in secca d’estate. Questo avviene perché il fosso dell’Acqua Cheta e i suoi affluenti coprono un vasto bacino ma hanno delle sorgenti deboli. Perciò la stagione migliore per vedere la caduta dell’acqua e sentire il rimbombo è l’autunno, dopo un periodo di pioggia lungo o l’inverno, se sull’Alpe c’è una coltre di neve che si sta sciogliendo.






Fece così anche Dino Campana assieme ad un gruppo di amici di Faenza, in un anno imprecisato ai primi del Novecento. Lo vediamo qui accanto, nella tradizionale foto ricordo, davanti a un fosso completamente ghiacciato.





martedì 24 agosto 2021

Una passeggiata a Pulicciano

Dove i Guelfi Neri 
sconfissero i Bianchi (1303)
ricerca di Claudio Mercatali


Pulicciano ... al mattino se nel fondovalle c'è la nebbia ...



Pulicciano è sopra a Ronta. Si parte da una straduccia che sale dal Poggio, al bivio per Luco. Al mattino se nel fondovalle c'è la nebbia quasi quasi è meglio, perché il panorama del Mugello appare lentamente via via che il sole dissolve la cappa. Dopo aver faticato un po' si arriva a Santa Maria in Pulicciano, una chiesa ricavata da un castello che nel Duecento gli Ubaldini ebbero dall'imperatore Federico II. Nel 1478 la chiesa fu ricostruita in gran parte e una lapide sulla facciata ci ricorda che qui Scarpetta degli Ordelaffi partecipò ad una battaglia fra Bianchi e Neri. Chi era costui? 




Scarpetta dal 1295 ai primi del Trecento fu signore di Forlì. Nel 1296 a capo dei Ghibellini di Romagna assediò le truppe pontificie a Imola e fu scomunicato. Fu anche a capo dei Guelfi bianchi e tentò una rivincita sui Guelfi neri che li avevano cacciati da Firenze. Fra i Guelfi bianchi c'era anche Dante, che Scarpetta ospitò a Forlì dandogli lavoro come segretario. I Bianchi e i Ghibellini erano capeggiati da Scarpetta e i Neri da Fulcieri da Calboli, un altro forlivese (Calboli è un sito vicino a Predappio). Ecco che cosa dice lo storico del Trecento Dino Compagni:


"... La terza disavventura ebbono i Bianchi e Ghibellini per questa cagione che essendo Fulcieri da Calboli podestà di Firenze, i Bianchi chiamorono Scarpetta degli Ordelaffi loro capitano, uomo giovane e temperato, nimico di Fulcieri. E sotto lui raunorono loro sforzo e vennono a Pullicciano, appresso al Borgo a San Lorenzo ...".

Fra i due in effetti c'era rancore, perché a Forlì gli Ordelaffi avevano prevalso su Fulcieri e i Calboli. Però a Pulicciano Fulcieri si prese la rivincita e Scarpetta fuggì a Monte Accianico, sopra Scarperia. E Dino Compagni continua:

"... Scarpetta con altri de' maggiori fuggirono in Monte Accianico. E fu l'esercito de' Bianchi e Ghibellini cavalli VIIc (700) e pedoni IIIm (3000). E quantunque la dipartita non fusse onorevole, fu più savia della venuta ...".


Un esercito di 700 cavalieri e 3000 fanti era notevole e di certo si mosse dalla Romagna spartito in colonne, un po' attraverso il Muraglione e un po' per la Colla in modo da trovare viveri e foraggi quanto bastava. Scarpetta qui a Marradi "giocava in casa", perché aveva sposato Chiara Ubaldini da Susinana (Palazzuolo sul Senio). Dunque i marradesi di allora videro passare almeno la metà di queste genti e come al solito qualcuno guadagnò e molti altri si fecero derubare.

La storia del castello di Pulicciano annovera altri due assedi, andati a vuoto. Dallo storico E.Repetti (1833) apprendiamo che:

" ... Nettampoco potè averlo nel 1351 l'Oleggio e nemmeno nel 1440 Niccolò Piccinino quando quei due capitani condussero numerosi eserciti dei Visconti in Mugello per guerreggiare contro i Fiorentini ...". Sappiamo che anche queste genti passarono da Marradi e di certo si comportarono come le altre di cui si è detto prima. E' un po' la storia di tutti i paesi che si trovano lungo una via di collegamento antica.

I poggi di Ronta sono soleggiati e adatti alle colture di pregio. L'olio di Ronta si fa anche oggi e il vino rosso di Pulicciano ha un certo nome. Le cronache antiche dicono che il papa Giulio II il 26 agosto 1506 chiese ai Fiorentini il passo per andare a riprendere Bologna occupata dai Veneziani. Per evitare la pianura romagnola in rivolta aveva scelto di passare per i monti, da Rocca San Cassiano a Marradi e a Palazzuolo, ossia nella Romagna Toscana governata da Firenze. Il 17 ottobre 1506 i Dieci della Libertà della Repubblica Fiorentina scrissero a Piero Guicciardini che sua Santità avanza e che:


"... gli si spedisse incontro quattro o sei some di vino di Pullicciano del migliore che si trovava, qualche poco di Trebbiano, qualche soma di caci ravigginali buoni e almeno una soma di belle pere camille ...".





Insomma da Firenze consigliarono al governatore di fornire qualche quintale di formaggio con le pere, da annaffiare con del buon vino. Non era un cattivo trattamento e c'è anche un proverbio che dice: "al contadin non far sapere quanto sia buono il formaggio con le pere".

Da Pulicciano si può percorrere il sentiero 30 fino al crinale dell'appennino per sbucare circa alla Capanna Marcone, nella strada che da Prato all'Albero va al Passo del Giogo.




lunedì 8 febbraio 2021

Al chilometro uno

Un sopralluogo all’ inizio della strada Faentina antica
Ricerca di Claudio Mercatali



1783 Il conte Scipione Zanelli arriva a Marradi in carrozza da Campora lungo la Faentina Vecchia (una avventura).





La strada Faentina collegava la Romagna a Firenze già al tempo dei Romani. Se ne trova traccia nell’ Itinerario Antonino, uno stradario di quei tempi, nel quale Biforco è indicato con il nome di Castellum (si pensa che sia il Castellaccio), ripetuto tante volte nella cartografia medioevale.

Dalla metà del Quattrocento alla metà del Settecento, al tempo dei Medici, questo percorso fu usato soprattutto per importare sale e grano dalla Romagna ma era volutamente ristretto e malagevole, in modo da essere poco praticabile per le salmerie e gli eserciti che potevano invadere la Toscana.

I pellegrini diretti a Roma potevano passare ma il loro transito era penalizzato dai pedaggi, dai controlli e dai pochi ostelli disponibili a basso prezzo. Era così anche alla Futa, al Muraglione e al Giogo, perché questi valichi portano nel Mugello, cioè troppo vicino a Firenze e la cintura sanitaria voluta dalla Signoria non favoriva certo il transito di queste persone, spesso portatrici di epidemie. Le Vie Francigene più vicine a noi sono ai Passi della Calla, dei Mandrioli, dello Spino, verso il Valdarno aretino, lontano dalla Città.

Le cose cambiarono alla fine del Settecento, con i Granduchi di Lorena. A quei tempi i commerci con il nord Italia erano diventati indispensabili e il problema delle invasioni non c’era più perché questi granduchi erano del casato Asburgo, lo stesso che controllava quasi tutto il nord Italia. Per questo il Granduca Leopoldo I di Lorena rinnovò i valichi, prima al Muraglione, Poi alla Colla e al Giogo, cambiando i tracciati dove era necessario.

A valle di Marradi la variante più importante fu a Popolano dove la strada granducale venne portata oltre il Lamone, verso San Adriano, Rugginara e Marignano. Il ponte di Marignano fu inaugurato nel 1817, la nuova dogana di Rugginara nel 1841. La vecchia Faentina medioevale, da San Martino in Gattara alla Badia di Campora e poi a Popolano andò in disuso e divenne un semplice stradello interpoderale, com’è anche oggi.

Fino al Settecento il confine con lo Stato Pontificio da Popolano a San Martino non era chiaro, perché oltre il Lamone c'erano diversi campi del Granducato, frutto di sconosciuti accordi o disaccordi medioevali. Dunque la Vecchia Faentina era nel territorio della Chiesa ma toccava diverse enclaves granducali e per semplificare furono proposte delle modifiche, che però andarono a buon fine solo alla fine del Settecento.



Qui accanto: il confine fra il Granducato e lo Stato Pontificio dopo le rettifiche della fine del Settecento. Oggi è il limite  fra Toscana e Romagna.


Il primo miglio della vecchia Faentina sotto piena sovranità toscana cominciava alla Badia di Campora, dove c’era il confine ufficiale con lo Stato Pontificio e finiva circa a Filetto, secondo un tracciato che non corrisponde alla strada maestra odierna. Eccoci al punto che ci interessa: c’è rimasto qualcosa? Andiamo a vedere.

La Badia di Campora oggi è una casa poderale dismessa ma il nome indica una diversa origine e nel medioevo era un convento o un cenobio. Non se ne sa di più e già nella cartina della valle del 1597 compare appena come un edificio secondario di culto.

 


La costruzione della ferrovia Faentina alla fine dell’ Ottocento cambiò completamente questo sito e al fosso di Ghizzana il tracciato stradale antico fu interrotto. Però nel fosso c’è ancora l’arco del ponte di Vasculla che consentiva il passaggio verso Popolano. E’ sepolto nella vegetazione, pericolante anche solo per il passaggio a piedi, però è bellissimo nel suo genere, un po’ come spesso le rovine delle quali non ci si aspetta l’esistenza. Si potrebbe proseguire passando dalla ferrovia, però l’attraversamento dei binari è vietato e qui è anche poco agevole. Oltre la strada ferrata c’è la strada vecchia per Valnera, il cosiddetto Sentiero di Garibaldi, che scende a Popolano attraverso il Ponte di Buscone, chiuso perché in parte crollato ma aggirabile con un sentiero laterale. Oltre questo ponticello la via diventa agevole e nel giro di alcune centinaia di metri ci porta a Popolano. 


Con il tempo ha perso ogni funzione di collegamento ed è diventata una Via Crucis e un percorso nel quale la devozione popolare ha fatto sorgere tanti tabernacoli, ex voto per grazia ricevuta, lapidi a ricordo e quant’altro.

 


Ci si avvicina così a Popolano da una parte insolita e il paese si vede oltre il fiume Lamone.




A Popolano la strada percorre il retro delle case lungo tutto il paese. In realtà la parola “retro” qui non è esatta perché osservando bene le finestre e i portoni ci si rende conto che queste erano le facciate degli edifici, rivolte in antico verso la strada principale.


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Qui nell’edificio più grande c’era la Dogana delle Campora, e ancora oggi è noto come La Dogana. Accanto c’è una chiesina antica, dedicata nel 1920 ai caduti della Prima Guerra Mondiale. Fu voltata di 180 gradi, ossia la porta fu murata per aprire quella odierna dalla parte opposta, nella piazzetta di Popolano.

Alla fine del paese la vecchia Faentina sbocca nella strada odierna, con un raccordo recente. Prima andava diritta nei campi per circa duecento metri e poi passava davanti alla casa di Filetto. Il muro che oggi costeggia la strada per Faenza è della Faentina medioevale.



L’edificio di Filetto è almeno del Cinquecento, perché compare a filo della strada in una cartina del 1597 con un profilo laterale che oggi c’è solo in parte, con un portichetto dipinto e una chiesina.



Siamo ormai al traguardo; nel punto del muro in cui la nostra indagine si ferma c’è la pietra miliare K8 che non si capisce bene che cosa indica. Da qui al Ponte di Marignano, frontiera lungo la Faentina nuova del Granduca Leopoldo ci sono 6 km e dalla Badia di Campora ce n'è uno.

 

 

   

venerdì 30 ottobre 2020

Un trekking a Vespignano della Collina

Un sito dove forse nacque un santo

Ricerca di Claudio Mercatali

 

Giovanni da Vespignano era un sant’uomo vissuto agli inizi del Trecento a Firenze e sepolto nella chiesa di San Pier Maggiore, nel quartiere di Santa Croce. 




Questa chiesa alla fine del Settecento fu sgomberata e demolita perché pericolante e una costola del santo fu portata a Borgo San Lorenzo prima nella chiesa di Olmi e poi a San Giovanni Maggiore, un chilometro verso Ronta, lungo la strada Faentina Vecchia che passava dietro a Panicaglia. Nel Mugello era venerato e una reliquia del suo scheletro in primavera veniva portata in processione nelle campagne.




Che cosa c’entra Marradi con tutto questo? Per arrivare a noi bisogna compiere ancora qualche giro largo.

Don Giuseppe Maria Brocchi in una memoria del 1761 si vanta di essere stato il promotore del trasporto di una costola del santo a Borgo San Lorenzo e nel documento qui accanto ci fornisce una dettagliata biografia che bisognerebbe leggere prima di andare avanti anche se questo sacerdote come scrittore è un po’ vanitoso e noiosino.



A un certo punto don Brocchi ci dice che anche il suo collega faentino don Romualdo Maria Magnani parla di Giovanni da Vespignano e lo dà nativo appunto di Vespignano, podere al confine fra Marradi e Tredozio, nella parrocchia di Cesata. Eccoci dunque ad un bivio:

 




1)      Secondo il fiorentino don Brocchi il santo nacque nel Mugello, a Vespignano, fra Borgo San Lorenzo e Vicchio, dove forse nacque Giotto.

2)      Secondo il faentino don Magnani il santo nacque nella casa padronale di Vespignano, al Passo della Collina, fra Marradi e Tredozio.









Questa seconda ipotesi è quella che ci interessa di più ed è documentata anche da Jacopo Fabroni, un notaio dell’Ottocento appassionato di storia locale, che ci fa sapere quello che è scritto qui accanto.



Anche l’abate del Settecento Giovan Battista Tondini, nativo di Tredozio, segue questa ipotesi e aggiunge che secondo le informazioni avute dalla famiglia Vespignani, proprietaria di tanti poderi là da quelle parti, fra i quali anche Vespignano, nel crinale c’era una chiesetta chiamata San Martino in Collina, nel quale il futuro santo si ritirava in preghiera.


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In effetti la chiesa di San Martino in Collina c’è ancora, distrutta ma riconoscibile ed è facile raggiungerla dal Passo, imboccando la cosiddetta Strada panoramica, che corre da Vespignano fino lì e prosegue verso i poderi La Collinaccia e Piangiano, fino alla chiesa di Cesata, dalla quale si può scendere ad Abeto o proseguire fino a Modigliana, sempre sul crinale. 



E’ un trekking rilassante, ottimo in primavera e in autunno. Alla Maestà di Piangiano c’è un’altra chiesina, caposaldo della processione delle Rogazioni che partiva da Cesata e tornava indietro di lì. Era il punto di ritrovo per una importante festa di settembre che richiamava tanta gente da Lutirano e da Tredozio e che ogni tanto viene ripetuta da un gruppo di appassionati del luogo.  

Lutirano visto dalla Maestà di Piangiano.



sabato 29 agosto 2020

Un trekking con i Longobardi

A caccia con loro 
nella valle Acereta
ricerca di Claudio Mercatali


I Longobardi



I Longobardi furono rudi guerrieri, cacciatori e grandi mangiatori di carne di maiale, ma anche abitanti convinti del Mugello e del nostro appennino per quasi duecento anni. Lo considerarono apprezzabile e non solo una terra di conquista da tassare, come fecero i Bizantini in tante parti d’Italia. Poi conquistarono anche la pianura romagnola scacciando i Bizantini, temporeggiatori ed eleganti come quelli dei mosaici di Ravenna. Il re Liutprando nel 740 prese e saccheggiò Faenza ma fece edificare la chiesa di Santa Maria ad Nives, per farsi perdonare. Una certa storiografia ci ha descritto o rappresentato così queste genti, ma forse tutte queste cose non sono del tutto vere. 





Mettiamo da parte la storia, che ora non ci interessa e facciamo un trekking lungo il confine con Tredozio, in un sito che quasi di sicuro fu di caccia per i Longobardi, frequentato anche ai tempi nostri per le battute al cinghiale. Oggi uno dei nostri scopi è la caccia al toponimo, per trovare qualche nome che ci può far risalire fino a loro. “Trovare” è un verbo difficile da coniugare in questa indagine, perché la lingua longobarda è scomparsa da più di mille anni, e per giunta non era scritta. Sappiamo che era un dialetto sassone, bisnonno del tedesco attuale e quindi faremo riferimento a questo.

Sia chiaro che così facendo il vero, il verosimile e l'inverosimile si confondono, perché le regole della toponomastica intesa come scienza impongono di non fare affidamento solo sulle assonanze. Diamo un limite alla fantasia cercando dei nomi riferibili:
1) al tedesco, non tanto nella pronuncia, ma proprio nella radice delle parole.  
2) ad una caratteristica del posto altrettanto chiara.

Però questi luoghi sono interessanti anche senza pensare ai Longobardi e osserveremo un po’ anche la natura attorno, per capire perché questi antenati nostri diedero certi nomi ai posti.


La via da percorrere comincia dal Passo al confine con Tredozio, va a Trebbana e poi scende nella valle dell’Acerreta. Si parte dalla villa La Collina, della famiglia Vespignani dal 1576. Il posto è incantevole, con alcuni poderi sul versante di Tredozio e altri su Marradi, trasformati in agriturismi, con tanto di piscina.

Si riconoscono bene perché le case sono tinteggiate di rosso, anche a Lutirano, come piaceva a Jacopino Vespignani, il vecchio proprietario sindaco di Tredozio per tanti anni. Così è per il Manzino e la Collinaccia, nel crinale di confine fra Marradi e Tredozio, cioè fra la regione Toscana e l’Emilia Romagna.  La strada vicinale finisce al podere Il Campaccio e comincia una via percorribile solo a piedi. Dopo 1 km si arriva al Poggio Dornéta, primo toponimo di possibile origine longobarda, perché in tedesco dorn significa spino. Là sullo sfondo, sul crinale accanto c’è il Monte del Villio o Viglio, forse da wild selvatico, incolto. Si va avanti con poca fatica, perché siamo in un crinale pianeggiante per dei chilometri.


Il panorama è ampio: verso ovest, come si vede qui accanto e lungo la valle dell'Acerreta.

La segnaletica è chiara: una banda bianco rossa indica il sentiero 533 del CAI che segue il crinale, confine con Tredozio. Invece la segnaletica a bande giallo blu, dell’AGESCI, indica una campestre che scende verso Pian di Trebbana, più agevole ma fradicia il caso di piogge recenti.




Anche Tredozio fa un bell'effetto visto di qua.


 
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Nel crinale di fronte, a solame, si vedono i resti di Frassanello (qui accanto), uno dei quattro poderi antichi di questa zona. Gli altri sono Linsetola, la Casetta del forno e Pian di Trebbana.
La Casetta del forno? Chi veniva a comprare il pane qui? Forse c’è un equivoco: il forno, e fùrne somiglia a fern che in tedesco significa lontano. In effetti questo è il posto più remoto di Trebbana. Anche Linsetola è un nome interessante per noi oggi, perché linse in tedesco è la lenticchia. Pian di Trebbana è una casa poderale in rovina, ben nota perché lì accanto c’è una quercia plurisecolare con la circonferenza di quasi cinque metri. E’uno dei patriarchi vegetali più noti di questa zona.



 
Alcuni componenti della Allegra brigata del Maggiociondolo (un gruppo di escursionisti di Marradi) abbracciano la quercia di Trebbana e cercano di misurarla.


Trebbana viene da trivium, parola latina che significa “luogo dove si incrociano tre vie”. Qui, a San Michele in Trebbana, la chiesa dell’ incontro, confluivano gli abitanti di questa remota valletta per la liturgia e per ogni altra ricorrenza. Siamo in un sito abitato fin dall’Alto Medioevo, che compare in una donazione del 1062 a San Pier Damiani e in questa pergamena del 23 marzo 1297, conservata all’Archivio delle Riformagioni di Firenze.

Quell’anno i frati del Convento faentino di San Ippolito, padroni del sito da tempo immemorabile, vendettero i poderi al Comune di Firenze e il dì del contratto convocarono i 46 capifamiglia alla chiesa per comunicare il cambio della proprietà. La pergamena qui accanto è appunto l'atto di vendita, con i nomi degli abitanti e la firma del notaio. La scritta in giallo è la trascrizione dell'originale in caratteri moderni. 








I Magistrati fiorentini ben presto si accorsero che questa comunità aveva delle consuetudini antiche che erano diventate leggi e le rispettarono. Trebbana divenne un Comunello, una specie di zona franca che non dipendeva né da Marradi né da Portico, ma aveva un vincolo elastico e diretto con il Vicariato di Rocca San Cassiano. C’è una precisa traccia di questo nelle vecchie cartine topografiche del Settecento. La situazione cambiò solo alla fine di quel secolo, quando la Riforma del Granduca Leopoldo assegnò la zona a Marradi, come semplice parrocchia.



La statua di legno di San Michele arcangelo, alla chiesa di Trebbana. La fece Luca, il custode del luogo qualche anno fa. E' mutila delle ali perché un vandalo le tagliò.

Sotto: l'interno della chiesa, ristrutturato da don Antonio Samorì. il prete che ha fatto rinascere anche Gamogna e Lozzole, cittadino onorario di Marradi.





 
Quali erano le consuetudini irrinunciabili che convinsero i Magistrati fiorentini a concedere l’autonomia a queste zone? 

Non lo sappiamo ma dovevano essere forti e la qualifica di “comunello” fu riconosciuta anche a Portico, Bocconi e San Benedetto. In questo angolo chiuso e affascinante dell’ appennino forse per un paio di generazioni rimasero isolate le ultime comunità di Goti o di Longobardi, dopo la fine disastrosa dei loro regni in Italia. Poi pian piano furono assimilate ma lasciarono traccia in alcuni nomi di luoghi e forse in qualche tradizione, come il culto di San Michele, che dà il titolo alla chiesa ed è l’angelo con la spada caro ai Longobardi. Qui in zona ci sono altre tre chiese dedicate a lui (Abeto, Grisigliano, Tredozio). e in più c’è un dipinto alla Maestà di Piaiano, vicino a Cesata. Se l'angelo qui ha così tanta devozione un motivo ci sarà.

Borgo di sopra e di sotto sono due poderetti con il nome chiaro: burg in tedesco significa posto sorvegliato, custodito, controllato. Ci sono tanti esempi anche nella lingua odierna. Sono le uniche due case poderali della valle che si chiamano così.



Mestìolo (muscióla) è un altro poderetto, del quale rimangono solo i ruderi. Il suo nome  può avere una doppia origine: 1) dal romagnolo mèz stiór, mezzo stiòro,  un’unità di misura di 500mq 2) da muschio perché nelle cartine recenti il podere è segnato come Muschióla (però il muschio non è poi così tanto).

Scendiamo a Ponte della Valle, lungo una strada antica, a fianco del Fosso di Trebbana. Nel 1868 il ponticello che lo attraversa era di legno decrepito e fu travolto da una piena. Il commissario prefettizio che governava il Comune di Marradi ordinò che fosse ripristinato e nella sua relazione lo chiama ponte sul Fosso dell’ Acquadrini, che però in realtà scende dall’ Insetola e questo è un suo affluente.



Le Ghialde è un podere con il nome assonante con I Eld  (gli Aldi, i vecchi, i nonni) con il solito toponimo longobardo – aldo.
El tόl, le Tavole. C’era una trattoria qui? No, la Tavola era un’antica misura agraria che da noi era di 34 mq. Dalle cartine catastali qui accanto sembra proprio che il terreno sia spartito con questa unità.
E siamo così giunti a Ponte della Valle, dove e foss del Quadrȇn  sbocca nell’Acerreta. Siamo usciti dalla valletta di Trebbana ed entrati nell’alta valle dell’ Acerreta, dove l’ indagine continua camminando verso Lutirano. Qui si incontrano delle belle case poderali ristrutturate, con dei nomi che sono uno più interessante dell’altro.

Pizzafrù (Psafrù) è uno dei toponimi più buffi del comune di Marradi, forse dal tedesco spitze, vetta. Il Catasto del 1822 ci conforta in questa etimologia, perché riporta la Capanna di Pizzafrù, in alto, nel modo indicato qui accanto. Però i lutiranesi intendono con questo nome la casa vicino alla strada comunale, che nel Catasto granducale del 1822 si chiama Mancorti.

Rio di Corniòla è un toponimo che sembra chiaro ma non lo è. Il corniòlo è un alberotto alto qualche metro, con bacche rosse e legno duro, che un tempo si usava per fare le pipe.  Linneo nel 1755 lo chiamò Cornus mas, si trova già in un contratto di compravendita del 1794. E' una pianta spontanea ma a Badia della Valle ce ne sono poche. Può darsi che nei secoli si sia diradata, in fondo il tempo non passa invano, però è resistente, tanto che si dice “sano come un corniòlo”.


Il dialetto romagnolo ci aiuta a trovare una alternativa: se il nome del posto derivasse dalla pianta si direbbe Rè ed corniό e riferito al frutto Rè ed cόrniola, con la prima “o” chiusa e accentata. Ma si dice Rè ed corniόla e allora dobbiamo staccare “- ola” che è un diminutivo e andare alla radice “kòrn” che in tedesco significa grano. Dunque così facendo il toponimo significa “Rio dove si coltiva un po’ di grano” il che è compatibile con la morfologia del luogo e con altri quattro toponimi “còrn” qui in zona.

Rio Faggeto è una bella villa vicino al torrente Acerreta a circa 450m di quota, però i faggi vivono dai 700m in su. In nome forse deriva da Cafaggio, parola longobarda che significa "posto recintato, Bandita", proprio come Cafaggiòlo, il noto castello mediceo del Mugello.



Vallamento grande e Vallamento piccolo sono due poderi sullo sfondo di questa foto, sulla sinistra dell' Acerreta. Chi si lamentava là? Nessuno, lamm in tedesco significa agnello e dunque è come dire Val dell'agnello, nome di un sito a Palazzuolo.





Il nostro trekking è finito e siamo a Lutirano, di fronte al podere Il Violino, la casina a destra nella foto qui a fianco. C’era qualche musicista qui? No, il nome viene dal romagnolo viotlȇn, viottolino, che c’è anche a Modigliana nella variante Violàno, un gruppo di case all’ inizio del passo del Trebbio e i Longobardi non c’entrano. Poteva essere una scorciatoia per il trekking di oggi, se fossimo scesi dal Monte del Viglio attraverso Valladoccia, una lunga vallecola che finisce accanto al Violino. Mai nome fu più appropriato: scende diritta a Lutirano con un fosso gagliardo ricco di piccole sorgenti e infatti a metà c’è il podere Fontanelle. Qualche cacciatore longobardo l’avrà percorsa di certo, però noi non l’abbiamo fatto.

E’ rimasto qualche carattere genetico longobardo in noi, qui nella zona? Vediamo. La genetica dice che uno trasmette sempre esattamente il 50% del suo DNA. Dunque nel giro di tre generazioni nei miei discendenti rimarrà solo il 12,5% di me. Considerato che i Longobardi sono stati assimilati 1300 anni fa e da allora sono passate 1300 : 25 anni = circa 52 generazioni …
E’ rimasto qualche retaggio culturale? No, al massimo ci può essere qualche parola deformata, perché le culture orali si mescolano più o meno con la stessa rapidità dei caratteri genetici.