Lanfranco Raparo, Marradi

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mercoledì 31 luglio 2024

I Fabroni

Breve storia di una famiglia

Dai documenti di G. B. Crollalanza



Nella storia di Marradi i Fabroni si incontrano ad ogni pié sospinto. In primo piano per tanti secoli, dal Medioevo alla fine dell’ Ottocento. Inaffondabili, inossidabili, passarono da protagonisti il loro tempo qui da noi ma anche a Pistoia, città dalla quale provenivano. Ci sono tante genealogie di questa famiglia, spesso un po’ leggendarie. 

Questa che state per leggere, una delle più attendibili, è del cavalier Giovan Battista Crollalanza, che è considerato il loro agiografo ufficiale. Per essere edotti dei fatti senza fare tanti discorsi conviene affidarsi a lui. Leggiamo:




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domenica 28 febbraio 2021

Una storia di famiglia alla fattoria di Stabbia

Una brava nonna 
e un padre assente
ricerca di Claudio Mercatali


La chiesa di Lozzole

Giovanni Naldoni nel 1794, un anno prima di morire, nominò sua moglie Rosa Gondi usufruttuaria dei beni di famiglia e designò come erede la figlia Domenica Teresa, che quando sposò Angelo Nuti ottenne dalla madre le rendite dei poderi La Piana e Casa del Piano (oggi Pianelle) e 4000 scudi di dote (era molto). 
Stiamo parlando della fattoria di Stabbia, a Lozzole. Nacquero Maria e Carolina, orfane di lei dopo pochi anni. Il loro padre Angelo oberato dai debiti nel 1810 “espatriò” (cioè fuggì in Romagna, nello Stato Pontificio) lasciandole sole. Così le due piccole furono allevate dalla nonna Rosa Gondi. Nel 1829 alla sua morte ereditarono la proprietà ma i creditori si fecero avanti. Fra questi i fratelli Gotti vantarono 1000 scudi per una ipoteca fatta dal padre Angelo nel 1808 sul podere La Piana ma le sorelle negarono il debito e si addivenne alla causa.

 





Il giudice ricostruì la storia che avete letto qui sopra ed escluse i Gotti dalla lista dei creditori delle sorelle, perché Angelo non aveva diritto di ipotecare ed essi avrebbero dovuto fare più attenzione a prestargli i propri soldi. Così i fratelli Gotti rimasero con il credito chirografario (il foglio dell’ipoteca) con il quale potevano chiedere il dovuto al sottoscrittore ma non alle sorelle, però Angelo Gotti non aveva un soldo.

 



Questa storia sembra di oggi, con il padre assente e oberato di debiti, la nonna energica che alleva le nipoti orfane e salva una parte della proprietà. In duecento anni certe situazioni non sono cambiate per niente. La storia ha un lieto fine: le due sorelle grazie all’azione energica della nonna salvarono gran parte della proprietà e all’anagrafe del comune di Marradi sono segnate come “benestanti”. Si sposarono, vendettero tutto all’asta e si spartirono il ricavato.

Il termine chirografario deriva dal greco “keiros” e “graphos” scrivere e significa “scritto a mano”. Indica un credito che deriva da un foglio firmato dal debitore: una fattura, un assegno, una cambiale, un’ipoteca. Il creditore chirografario è chi possiede uno di questi documenti.





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Vendita volontaria della fattoria di Lozzole e altro pubblicata dalla Gazzetta di Firenze nel 1838.










La registrazione dei matrimoni
delle due sorelle




martedì 31 marzo 2020

La Grande Guerra vissuta da Emilio Benericetti


La Prima Guerra Mondiale nel diario 
ritrovato dal nipote Pietro
Ricerca di Giovanni Pietro Benericetti



Emilio Benericetti nasce nel comune di Portico (FC) il 18 giugno 1894 in loc. “Cannetole, podere della Chiesa”. E’ il quartogenito di sei figli di Filippo e Bellini Anna entrambi contadini che nel 1913, si trasferiscono nel comune di Marradi (FI), nel podere di “Bulbana-Casa Gallo”. Ricordo quando le mie zie mi raccontavano di nonno Emilio che da bambino faceva il chierichetto presso la parrocchia il cui parroco gli aveva insegnato a leggere e scrivere. Presumo che fino a vent’anni abbia aiutato suo padre mezzadro nel lavoro dei campi. Il 17 di giugno 1914 si reca a Rocca S. Casciano (FC) dove viene fatto abile alla prima visita di leva. Il 9 settembre 1914 viene chiamato al distretto militare di Forlì alla seconda visita e viene arruolato. 




Viene destinato al 79° Reggimento Fucilieri, così il 21 settembre 1914 lo chiamano a espletare il servizio Militare a Verona nel 79° Reggimento Fanteria “Brigata Roma”. 








In quel periodo l’Italia non è ancora entrata nel conflitto, anche se “La Grande Guerra” ha già avuto inizio il 28 luglio 1914 con l’apertura delle ostilità da parte dell' Impero austro ungarico al Regno di Serbia, in seguito all' assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo Este, avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo. 







Il 24 maggio 1915 l’Italia entra nel primo conflitto mondiale proprio mentre Emilio sta facendo i campi di addestramento a Castana, una frazione di Arsiero (VI), vicino al confine austriaco. La guerra termina l’11 novembre 1918, Emilio viene congedato il 12 settembre 1919, torna a casa e aiuta la sua famiglia a sopravvivere dalla miseria che dilaga nelle nostre campagne in quel periodo. 







Il giorno 21 agosto 1920 a Tredozio (FC) sposa Emma Cappelli e vanno ad abitare come mezzadri a Sasseto – Galliana - Marradi. Hanno 7 figli: Rosa 1920, Domenico 1922, Cesare 1924 (mio padre), Ida 1926, due bimbe morte; Giuseppa n.m.1928 e Anna deceduta a 6 mesi nel 1932. 







Nel 1933 nasce l’ultima figlia Anna Maria. Emilio muore di tubercolosi il 29 marzo 1935 a Lutirano il Balzo Marradi, a quarantuno anni, lascia 5 figli, due maschi e tre femmine, la più grande Rosa di 15 anni e la più piccola Anna Maria di 17 mesi che non ha mai potuto conoscere suo padre, perché di Emilio non è stata trovata neanche una foto. 









Così per sopravvivere Emma tiene con sé la piccola Anna, manda le due figlie più “grandi” a servizio presso famiglie benestanti a Firenze e i due figli a fare i “garzoni”, uno a Fognano e l’altro a S. Cassiano di Brisighella. 




Siamo venuti a conoscenza del diario di nonno Emilio perché il secondo cugino di mia zia Anna, Elio Tassinari di Lugo (RA) stava facendo delle ricerche storico-anagrafiche in comune a Marradi su sua nonna materna Maria Angiolina Benericetti (sorella minore di Emilio) e casualmente avemmo l’occasione di conoscerci. 








Con una certa emozione notai subito in lui una certa somiglianza con mio zio Domenico (Menghì 1922-1999) e lo feci conoscere a mia zia Anna. Ne seguì una bella amicizia e frequentazione fra cugini fino allora sconosciuti, che è durata fino alla morte di Anna (2016).







Un giorno Elio comunicò a mia zia Anna che sua nonna Maria Angiolina Benericetti gli aveva lasciato un taccuino dove Emilio aveva scritto le esperienze vissute durante la prima guerra mondiale e gliene fece regalo.




Ho trascritto il diario di mio nonno Emilio perché ho ritenuto giusto, anche a distanza di oltre 100 anni, rendere onore a lui, a tutti quelli che hanno combattuto in una guerra di cui a stento conoscevano le ragioni e lasciare una piccola testimonianza di tutto ciò che hanno passato in quel periodo quelli della loro generazione.





Per rimanere più fedele possibile al diario ho riportato gli errori ortografici, grammaticali, punteggiatura, maiuscole, ecc. scritti nell’ italiano un po’ “naif” di mio nonno.








Il diario, un piccolo taccuino di 8x12,5 cm. composto da 53 pagine a quadretti piccoli, scritto con inchiostro nero o blu e pennino in entrambi i lati, inizia con preghiere, preghiere per i militari, raccomandazioni, fino a pagina 8, poi seguono gli episodi di vita militare fino alla pagina 37, da pagina 38 fino a pagina 53 poesie militari, ancora preghiere e lettere ai familiari.





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Dedico questo lavoro di trascrizione e ricerca a mio nonno Emilio Benericetti, in memoria del suo impegno civile nel difendere la Patria, a testimonianza di quando  anche nei momenti più difficili, siano stati alti il suo coraggio e senso del dovere, senza mai perdere l’umanità; a mia nonna Emma Cappelli che da sola ha allevato cinque figli; a mio padre e ai miei zii che da bambini, separati per anni dalla loro famiglia, non si sono mai persi d’animo e ai miei figli che da tutto questo traggano insegnamento. 

Marradi 29 marzo 2020                                             Giovanni Pietro Benericetti

venerdì 5 febbraio 2016

Pianbaruzzoli

Il relitto che sopravvive 
a se stesso
di Silvio Mini



domenica, novembre 19, 2006

“Il rosmarino lo devi prendere così, non così”, dice Tocio, mostrando prima solo le dita racchiuse e poi tutto il pugno chiuso. “Dopo che l’hai preso, lo metti in infusione e, quando l’acqua è verdognola, ti bevi tutto. Se hai 39 di febbre, dopo venti minuti è già a 37”.





... il rosmarino lo devi prendere così ...


Tocio è uno dei figli dei fiori un po’ invecchiati che abitano a Trafossi, lungo la valle dell’ Acquacheta.
Porta scarponi da montagna, maglione grezzo, capelli lunghi e scompigliati. Il solito del “quartiere” insomma. 
E’ un po’ influenzato, ma tranquillo. Dalla sua, ha la calendula, l’aglio e il rosmarino di cui si atteggia a profondo conoscitore: “Tutto naturale, qui. Ho le mie erbe”, afferma orgoglioso una, due, tre volte.

In compagnia di Tocio, saliamo verso Pianbaruzzoli. Paolo e Stefano hanno saputo che in questi giorni c’è di nuovo Giambardo, il fondatore della comunità locale. Erano gli anni Settanta, la chiamarono “Contadini zappaterra senza padrone” e un docente universitario la descrisse come un modello sociale che poteva ripopolare i trascurati pendii appenninici della Romagna. 
All’ epoca nella comunità vi abitavano costantemente una quindicina di persone e molte altre vi facevano pellegrinaggio allucinogeno ogni fine settimana. Tutti insieme coltivavano il sogno dell’ autosufficienza. 

Il sogno non decollò mai del tutto. Alcuni dei novelli contadini mangiarono le patate che avevano seminato pochi giorni prima. Altri seminarono figli qua e là. E altri ripresero la via della civiltà per tornare a scuola, al lavoro o all’ ospedale. Alla fine rimasero in pochi.



Oggi sono in tre. Dei fondatori resta solo Jerry, ormai verso la sessantina. Come Giambardo, che oggi abita in Spagna, ma torna ancora a salutare il podere che è stata casa sua per vent’ anni. Lo sente molto suo, si vede. Fu lui a sceglierlo. 
Lo vide, assieme a Jerry e Ulisse, e piano piano, occupazione dopo occupazione, lo fece suo.


 “Allora – racconta – i processi per occupazione si vincevano. Sì eravamo nella casa del padrone!”.

Giambardo
a Pianbaruzzoli



Se oggi Giambardo è di nuovo a Pianbaruzzoli è un po’ per continuare quel sogno. L’occupazione nacque per fondare una comune e lui, oggi unico intestatario della casa, non vuole correre il rischio di lasciare in eredità la proprietà ai figli.
“So già che in casi simili ci sono stati solo dei litigi”, dice. “Faremo una fondazione, siamo qui per costituirla”. Probabilmente con le persone dentro casa. Jerry, una delle sue vecchie amanti, una figlia, una nipote, un paio di compagni di media età e un attivista del Wwf, che in tempi recenti ha salvato con la regione una delle case vicine. “Perché Pianbaruzzoli era un villaggio – spiega Giambardo – ci stavano 60 persone, di tre o quattro famiglie. Oh, ma litigavano sempre! Quel pezzo di terra è mio, quello è tuo, lì ci pascola il mio porco, qua le tue pecore”.

A Pianbaruzzoli abbiamo mangiato un piatto di pastasciutta con il ragù di salsiccia, funghi “orecchioni” saltati in padella e un po’ di stufato di patate e salsicce. Poi siamo saliti a vedere i piani superiori: fino al quarto, altissimo, a più di otto metri da terra. 
“Wey, ma è bella solida sta casa, eh”, ci dice Giambardo. “C’ha un muro qui e un muro qui che la tengono su. E poi gli abbiamo rifatto il tetto qui: è tutto nuovo. E poi l’abbiamo coperta di armature e l’abbiamo stuccata tutta. Oh, perché adesso non piove più, ma prima, dio bono, ma prima pioveva per un mese che ti sbatteva l’acqua sul muro e qui in basso si era allagato tutto”.



Questa sera Giambardo sarebbe già andato via. 
Lui tornava indietro dalla parte alta, su dall’ eremo. Noi invece siamo discesi giù verso l’ Acquacheta. Lì dove c’è il salto della cascata. Ne ha scritto Dante e ne parlano un po’ tutti. Ma è dall’ altra parte del fiume, dove la storia è andata avanti. Sulle pendici nord, da Pianbaruzzoli, invece, il mondo si è fermato.

“E’ un relitto che sopravvive a se stesso”, ha concluso Paolo.



    Pianbaruzzoli, 

estate 2013





Fonte: blog Cronache fra due mondi vissuti a metà
per gentile concessione di Silvio Mini (in questa foto).



giovedì 21 gennaio 2016

1964 L'AVIS a Marradi

Apre la sezione comunale



Nel 1937 a Milano il dr. Vittorio Formentano fondò l’ AVIS (Associazione Volontari Italiani Sangue). Lo sviluppo in grande si ebbe però nel dopoguerra (1950) quando l'associazione venne riconosciuta Ente Giuridico.
Nel 1954 a Firenze fu inaugurato dall’Avis il primo centro Trasfusionale della Toscana. In Toscana negli anni Settanta c'erano cento sedi. La sezione di Marradi, aperta fra le prime (1964) serviva soprattutto per il fabbisogno dell' Ospedale S.Francesco.
Il presidente fu per tanti anni Pietro Scalini, che nelle assemblee annuali ricordava spesso che all' inizio, in caso di bisogno venivano chiamati direttamente i donatori, specialmente il martedì e il venerdì, giorni di attività della camera operatoria.



Prima che chiudesse la sezione di Marradi (2014) i documenti erano incorniciati al muro nella stanza dove si facevano le donazioni e così molti hanno avuto tempo e modo di leggerli mentre facevano il loro dovere. Eccoli ...

Atto costitutivo della sezione comunale AVIS di Marradi, Provincia di Firenze



L'anno 1964 a questo dì cinque del mese di gennaio in Marradi nella sala consiliare del Comune (g.c.) alle ore 11 avanti a noi Bruno Bartoletti Consigliere Nazionale dell' AVIS e Presidente Provinciale AVIS Firenze e Gino Ciuffi, Donatello Focardi e Bruno Profeti Consiglieri Provinciali AVIS Firenze si sono presentati i signori compresi nell' elenco in calce e firmatari del presente atto costitutivo chiedendo di costituire la sezione AVIS di Marradi.
I comparenti, che hanno già effettuato una o più donazioni di sangue anonime e disinteressate conforme allo spirito e allo statuto ed al regolamento dell'AVIS e hanno già collaborato allo svolgimento delle finalità dell'AVIS e della cui identità personale e delle cui intenzioni siamo certi, convengono e unanimemente decidono di far parte quali soci Donatori e soci Collaboratori o soci Sostenitori dell'AVIS riconosciuta Ente Giuridico con legge n° 49 del 20.2.1950 e si impegnano a rispettare lo statuto e il regolamento associativo.
Inoltre gli stessi convenuti decidono di istituire, così come costituiscono, dopo aver sentito il parere favorevole del Consiglio Provinciale dell'Associazione la sezione comunale AVIS di Marradi ...

Bellini Angelo, Benericetti Domenico, Biagi Giuseppe, Bellini Marcello, Botti Paolo, Bertaccini  ...., Caglia Benito, Cappuccini Lina, Catani Assunta, Cavina Anita, Consolini Aldo, Gentilini Angela, Innocenti Giuseppe, Naldoni .... Nati Giampietro, Nati Matilde, Parrini Alfeo, Ronconi Linda, Ronconi Silvana, Rossi Antonio, Scarpa Angela, Scheda Raffaele, Sartoni Otello, Sartoni Rino, Talenti Giovanni, Visani Giovanna, Rossi Vincenza, Rossi Angelo, Rossi Gina Paola, Palli Lidia.




Il passo successivo avvenne nel 1971 quando la sezione AVIS ottenne dall' Ospedale S.Francesco in Marradi il permesso per la raccolta del sangue umano donato dai volontari.

Ecco qui accanto il documento ...




La sezione AVIS aveva difficoltà a gestire da sola il Centro Prelievo, dal punto di vista organizzativo e per le responsabilità civili in caso di inconvenienti sanitari.





Perciò nel 1977 firmò con l' Ospedale un nuovo accordo per la gestione congiunta dell' iniziativa.
Però nei primi anni Ottanta l' Ospedale venne chiuso e l'AVIS di Marradi si trovò sola di nuovo.








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L'attività è durata fino al 2014 basata quasi solo sul volontariato.
Negli ultimi tempi il servizio era cattivo: per una donazione servivano due ore circa, fra esecuzione e attesa.
L'ASL intervenne per ovviare all' inconveniente e ... la chiuse ...


FONTE: Documenti della sezione AVIS di Marradi










I soci AVIS in gita sociale nei primi anni '70. Il presidente Pietro Scalini, accosciato, è quello che abbraccia l'amica che gli sta accanto.



mercoledì 6 gennaio 2016

Gli zappatori dell'Acquacheta


Le idee del collettivo 
G. Winstanley
da ... Selvaticamente, 31 ottobre 2007



Quello che segue è l’inizio di “Da Piazza Navona agli Appennini, dagli Appennini a Piazza Navona” – Cronaca Storia Documentazione Testimonianza Immagini della dantesca Valle dell’Acquacheta a cura del Collettivo “Zappatori senza padroni G.Winstanley – La terra a chi la lavora - di Marco Bucciarelli editato da Stampa Alternativa nei primi anni 80, ormai scomparso e di cui non posso che ringraziare il mitico editore, Marcello Baraghini, per avermi spedito la fotocopia del suo originale. 
Sono alcuni anni che progetto di raccogliere le storie e i documenti di quell’esodo iniziato proprio nel ‘77’ . Grazie a questo libro, ad altri documenti e racconti orali credo di riuscire a dare corpo a questo lavoro di assemblaggio di questi “fiori di Guttemberg” prima che scompaiano.
Per questo lavoro spero di ricevere aiuto da quante/i, in quel periodo, cercarono di dare corpo ai propri desideri andando a ri/abitare i luoghi dell’abbandono. Saluto da lontano anche ad alcuni amici, Ulisse e Giambardo, che continuano quel viaggio iniziato 30 anni fa (adesso vivono in Spagna, chiaramente in una comune…).




La doppia copertina
del libro


(…) Il nostro concetto presuntuoso di tempo e di spazio creò la parola inizio. Eppure non esistono inizi se qualsiasi cosa è conseguenza di un’altra.
Non si sa quale dei torrentelli di montagna costituisca l’alto corso del fiume e quali altri siano semplice affluenti.
Si può dire che non abbia un’origine autonoma ma si formi progressivamente via via che i singoli torrenti portano il loro contributo di acque, e non sarebbe il fiume che è se anche uno solo di quegli apporti venisse a mancare.







Rocco lucano bolognese, quello che lamentava di non essersi mai innamorato, mentre venivano sù dalla Rocca a San Benedetto chiese a Giunco com’era cominciato, per lui. Giunco disse che cosa, lui spiegò ma tutto, Giunco non afferrò la domanda.
Giunco portava la bandiera nera quando incontrò Ulisse. Giunco con i perugini e Ulisse con Padova e la Franca. Tutti gli altri erano partiti. Si erano ubriacati, avevano arrembato il palco, buttato giù i microfoni, ed erano partiti. Sempre portandosi dietro quello striscione strappato con la scritta ZAPPATORI SENZA PADRONE.

Anche i perugini se ne andarono.

Giunco, Ulisse, Padova, la Franca restarono a far tappeto in corso Vannucci. Ulisse fece lo sputafoco ma non si fermò abbastanza gente.
Allora andarono tutti e quattro a dormire nei sassi di Perugia, millenari rifugi quasi senza finestre, forse ex convento o carceri.
I perugini ci andavano abitualmente a prendere dalla muffa verde delle pareti tufacee un elemento chimico per la polvere da sparo.



Franca raccontò di aver fatto l’amore la prima volta distesa su una cattedra universitaria. E non la si sarebbe mai detta un’ex studentessa d’ università.
Bellezza meravigliosa dell’antibellezza, rifiuto di ogni estetica. Rifiuto di qualsiasi cura. Parlare con gli occhi neri di ariete silenziosa.
All’inizio dell’inverno se n’andò a vivere in piazza a Bologna. Volle divenire la donna di un sardo di trenta o quarant’anni che si ubriacava dieci volte al giorno e la picchiava. La mattina andavano a mangiare dalla baronessa, durante la giornata facevano colletta e bevevano, poi la notte dormivano sui cartoni in una casa pericolante.
Franca ha voluto provare quella vita come altre vite. A quest’ora sarà magari su un carrozzone a cavalli, in Irlanda con uno zingaro vecchissimo.




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... oppure per la strada dei poderi ...


A Pian Barùccioli si arrivava per l’Arrabbiata, sentiero ripidissimo di un paio di chilometri dalla strada asfaltata, oppure per la strada dei poderi, mulattiera più lunga ma a pendenza più diluita che direttamente dal paese veniva a collegare quasi tutte le cascine abbandonate della valle seguendo a una certa altitudine il corso del fiume. Esistevano anche altri viottoli secondari, essi pure per fortuna non percorribili in alcun caso da veicoli a motore.






Una vallata tutta per noi: avevamo da dare nomi nuovi a tutte le cose, e quelle erano le nostre Ande. Olmo e Giunco si sognavano campesinos e indossavano il poncione rosso che con la pioggia s’infradiciava e scoloriva e con il vento si appuntava ai rovi e ai biancospini.
Fieri delle nostre sfrenatezze, dei nostri aspetti trasandati, selvaggi delle foreste appenniniche, esorcizzavamo con disprezzo ricorrente i nostri trascorsi cittadini. Odiavamo le città piccole che uccidono mentalmente come le città grandi che uccidono materialmente. Amavamo i nostri sentieri che, anche se al catasto di Forlì segnati come strada comunale, non erano che rigagnoli stretti di terra e acqua in mezzo al verde odoroso. I tornanti a strapiombo sul fiume, scavati o costruiti ìn pietra con maestria da museo, resistevano ancora intatti ai secoli, mentre la pista in terra battuta della forestale a due anni dalla costruzione franava dappertutto, con i suoi steccati e belvederi e frecce che avrebbero dovuto convogliare orde di turisti verso le nostre cascate e la casa dove si rifugiò Dante.
Giocavamo a immaginare i tempi in cui la vallata non era abbandonata, in cui muli carichi si arrampicavano lassù mentre tutto intorno al posto dei rovi il grano spuntava al disgelo, e si mandava un cavallo in paese per far venire la maestrina.



Sopra e a fianco: Due aspetti delle cascate
dell'Acquacheta 
(la persona che osserva è Giovanni Ravagli)



Il becchjno del paese, Yurj sloveno, e il vecchio tabaccaio, piangevano per la gioia che qualcuno fosse tornato a vivere nei loro vecchi posti e ce ne parlavano rivelandoci l’ubicazione di pozzi interrati eccetera.
Ogni giorno c’era da scoprire un vecchio sentiero che s’addentrava nel bosco e magari conduceva a una casa sconosciuta, e la casa poteva essere un rudere ma poteva anche essere buona e utilizzabile.
Si guadava e si passava in Toscana, con il villaggio dei Romiti proprio sopra la cascata di settanta metri, e una piana fertilissima intorno, e il Fiorentinaccio che ci visse e ne parlò nel purgatorio.
Quando il guado mancava, lo facevamo. Quella volta con Giò e lo Sceriffo passammo la serata intera sotto la pioggia diluviale dei primi di maggio, a gettar sassi nel fiume, a monte delle cascate, per alzarne il letto e creare un passaggio. Giunco si era impigliato le gambe, traversando sul tronco, e sarebbe finito in acqua se Già non l’avesse tirato a riva. Decadde di molto nella stima altezzosa dello Sceriffo.
Il fiume giù in fondo, il fiume che dall’appennino toscano va a sfociare a Ravenna, mille sorgenti trasformate in pozzo vicino alle case e altrettanti ruscelli che precipitavano giù e rallentavano solo dove trovavano da ristagnare.
Ristagnavano tra il muschio delle pietre levigate e le radici degli alberi. Scoprivamo laghetti impensabili in zone nascoste dei boschi, e probabilmente da anni o decenni un essere umano non guardava la sua faccia là dentro: lo specchio era troppo limpido, non usato, di una trasparenza incredibile.
Anche se per caso non avevamo sete, non potevamo fare a meno di chinarci a bere, a bere con la bocca. Le mani le lasciavamo adoperare a Daniele che ce la menava col voler esser chiamato Prana e col voler dimostrare l’origine divina dell’uomo per il fatto che nessun altro animale berrebbe con gli occhi rivolti al cielo. Ce la menava un casino: raccontava di dover per forza prendere l’aereo per andare in India essendo ancora un gran peccatore, ma che però qualche piccolo progresso nella fede l’aveva pur compiuto e da Forlì a Predappio poteva anche spostarsi con la sola energia del pensiero (…)



Fonte: Blog Selvatici, diario dai
confini fra il selvatico e il coltivato.



Un altro articolo su Pianbaruccioli è nell'archivio alla data 22 luglio 2012 con il titolo "Biscotti detto Gianni".