Lanfranco Raparo, Marradi

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martedì 30 agosto 2022

Lo Statuto della Misericordia

Le Costituzioni del 1874
ricerca di Claudio Mercatali



Le Confraternite di Misericordia nacquero nel Medioevo, come organizzazioni di soccorso e partecipazione alla vita della comunità secondo gli ideali cristiani. Il nome stesso riassume la loro funzione e per esteso significa Miseris cor dare, dare il cuore ai bisognosi.



La prima Misericordia fu quella di Firenze, documentata fin dal 1321 con un contratto di acquistò di una casa davanti al Battistero e una nota per una Messa per la Pace fra guelfi e ghibellini, organizzata dai Capitani della Compagnia e dalla Compagnia dell’Orfanatrofio del Bigallo. Risalgono al 1361 quattro registri con i nomi degli iscritti suddivisi per quartiere. In quegli anni la Compagnia era retta da otto Capitani, due per quartiere, scelti in modo tale che sei di questi appartenessero alle Arti Maggiori e due alle Minori. L’attività nei secoli seguenti fu incessante e non riassumibile in queste poche righe, però è facile documentarsi su internet. 

Il modello organizzativo delle Misericordie si estese a tutta l’Italia ma nel Granducato di Toscana ebbe una diffusione capillare e per questo nella nostra zona i comuni della antica Romagna Toscana hanno quasi tutti una Confraternita.





Le Confraternite di Modigliana e di Marradi furono fondate alla metà dell’Ottocento dopo la devastante epidemia di colera che decimò la popolazione. 





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Quasi tutte presero origine da precedenti associazioni di volontariato con sede nelle varie parrocchie.

Qui accanto c'è la storia di questa associazione, raccontata dai suoi amministratori del 1922, in occasione dell'entrata in servizio del carrozzino di volata che si vede qui sotto. E' uno dei pochi documenti giunti ai nostri giorni, perché nel 1944 gli Indiani dell' 8a Armata Inglese attestati sulla Linea Gotica per scaldarsi bruciarono l'archivio.


Questo che segue è lo Statuto della Compagnia aggiornato al 1874 e conservato alla biblioteca comunale di Faenza.











































































mercoledì 15 aprile 2020

La Spagnola

La terribile epidemia del 1918
ricerca di Claudio Mercatali


New York 
novembre 1918

L'influenza Spagnola è stata un’influenza dovuta ai virus del ceppo H1N1 e fu la più grande pandemia della storia umana. L’iniziò fu  segnalato nel 1918 dai giornali iberici, liberi dalla censura perché la Spagna non era in guerra e da questo viene il nome.


La rivista Especialidades Medicas di Madrid ristampò nel novembre 1918 un articolo premonitore del periodico La Medicina Valenciana, settembre 1918


Forse i primi focolai furono in Kansas e Texas e giunse in Europa con i soldati americani, sbarcati in Francia nell' Aprile del 1917. 
La Spagnola colpì in tutto il mondo e scomparve dopo due anni, forse per una mutazione meno letale del virus. Nell' estate del 1918 esplose e gli effetti si sommarono alle infezioni batteriche che aggredivano i soldati in trincea. A quel tempo non esistevano gli antibiotici e la penicillina fu scoperta solo nel 1928 da Alexander Fleming.



Il virus si diffuse veloce, negli USA e in Europa. Era sconosciuto e le autorità politiche e sanitarie furono colte alla sprovvista. Non fu adottato nessun "contenimento sociale" e le attività lavorative continuarono come prima. Per giunta nel novembre 1918 in Europa si festeggiava la fine della Prima guerra mondiale e i cortei, le adunanze e le feste erano continue. I governi non negarono l'evidenza ma a questa sciagura venne dato il minor risalto possibile.

La situazione in Italia

Si stima che in Italia il morbo abbia colpito circa 4 milioni e mezzo di persone, uccidendone da 400.000 a 650.000. Un numero impressionante, se si considera che all' epoca la popolazione italiana era di 36 milioni di cittadini. I più colpiti furono i giovani tra i 18 e i 30 anni. 
La prima ondata della pandemia, nel 1917 soprattutto, era un’influenza più o meno severa, a seconda delle varietà mutanti del virus che la produceva. La seconda ondata della pandemia del 1918 fu letale forse proprio perché il virus era mutato. Secondo una interessante ipotesi le persone che non erano al fronte quando si ammalavano seriamente rimanevano a casa, e chi era solo lievemente malato continuava con la sua vita, diffondendo la forma meno grave della malattia. 
Nelle trincee accadde il contrario: i soldati che avevano contratto una forma leggera rimasero dov' erano, mentre i malati gravi vennero inviati su treni affollati verso ospedali da campo altrettanto affollati, diffondendo il virus più pericoloso. Forse la seconda ondata iniziò così e l'influenza si diffuse rapidamente.

 La situazione qui da noi






Il Messaggero del Mugello, un settimanale che si stampava a Borgo San Lorenzo ed era in vendita anche a Marradi, il 3 novembre 1918 pubblicò questo interessante articolo, nel quale si spiegavano le precauzioni igieniche che conveniva adottare per limitare il contagio. Merita leggerlo perché queste sono in sostanza le stesse che vengono raccomandate oggi per il Covid 19.




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Le celebrazioni per la vittoria definitiva a Vittorio Veneto erano propagandate anche nella nostra zona come una rivincita per la disfatta di Caporetto del 1917 e furono tante, con grande partecipazione della gente entusiasta.




Anche Il Piccolo, settimanale di Faenza, scrisse sull' epidemia, segnalandone la pericolosità e il fatto che in Romagna, a dire del giornalista, i contagi non erano stati moltissimi. 







Nel comune di Marradi la Spagnola si diffuse abbastanza e per evitare di ricoverare i malati nell'Ospedale assieme agli altri venne allestito un lazzaretto, vicino al viadotto di Villanceto. Si chiama ancora così, anche se molti non sanno l'origine di questo nome. 

Il suo aspetto originario si vede in questa cartolina del 1920, sullo sfondo, accanto agli archi del viadotto. Fu distrutto da un bombardamento nel 1944 e ricostruito nella forma attuale, come sede della Scuola di Avviamento e poi della Scuola Media fino al 1965.

Così come oggi con il Covid 19 il personale sanitario era particolarmente esposto e ci furono dei morti. Questa lapide, murata in una cappella del cimitero di Biforco ricorda la morte del dottor Arturo Baldesi, di Marradi, e di suo fratello Ubaldo, titolare di una farmacia che era in piazza di fronte alla chiesa del Suffragio.




Poi l'epidemia scomparve, con la stessa rapidità con la quale si era manifestata, lasciando però un ricordo terribile. Dopo qualche anno il governo concesse al Comune di Marradi un finanziamento per costruire le cosiddette Case dei Mutilati, ossia due edifici destinati ai grandi invalidi della guerra. Sul davanti, venne costruito per arredo un tabernacolo dedicato a San Rocco, che nella tradizione popolare è il santo che protegge dalle epidemie.









Secondo una diffusa voce popolare qui si sarebbe fermata una pestilenza antica per intercessione del santo, ma in realtà il tabernacolo non è per grazia ricevuta ma è votivo per le pestilenze a venire, dato il vivo ricordo lasciato dal colera del 1855 e soprattutto dalla Spagnola. Non è antico e come si vede in questa foto del 1917 non c'è.



Rocco di Montpellier, noto come san Rocco (Montpellier, 1345 circa, Voghera 16 agosto 1376 - 1379), è stato un pellegrino e taumaturgo francese. È il protettore dalle epidemie in genere, anche quelle degli animali. Spesso è rappresentato nell'atto di sollevare il mantello per mostrare il bubbone della peste nella coscia.




Per ampliare 

www.scienze.fanpage.it/influenza Spagnola, la più grande pandemia della storia.
Per le informazioni generali, Wikipedia.
Per le informazioni specifiche: Enciclopedia della Medicina Treccani.

venerdì 7 settembre 2018

1631 La peste a Marradi

L'epidemia descritta
da Manzoni
colpì anche qui da noi
ricerca di Claudio Mercatali


F.Gonin, la Peste a Milano


La peste del 1630 colpì le maggiori città d'Italia e fu chiamata calamitas calamitatum (la calamità delle calamità).
E' l'epidemia descritta da Manzoni nei Promessi Sposi, portata dai Lanzichenecchi, mercenari Tedeschi e Svizzeri che scorazzavano nella Lombardia e nell' Emilia contro i Francesi. Era in corso la guerra per la successione nel Ducato di Mantova, dove l'ultimo dei Gonzaga era morto senza eredi. Il culmine fu nel 1630 ma qui da noi e poi a Firenze certi focolai fecero strage anche l'anno dopo.
 
 

La trasmissione della peste avveniva con la puntura delle pulci, dei pidocchi e dei morsi dei topi ma il batterio Yersinia Pestis passava da uomo a uomo anche con i normali contatti della vita quotidiana e con gli alimenti crudi.
La peste provocava febbre alta e nausea. La proliferazione del batterio avveniva bene nei linfonodi ascellari e inguinali, che si gonfiavano e formavano i cosiddetti bubboni. L'infezione provocava insufficienza cardiocircolatoria e altre complicazioni, spesso mortali. Se l'organismo superava la fase critica la febbre passava dopo circa due settimane e i bubboni espellevano pus sgonfiandosi e formando una cicatrice. L'individuo era guarito e immunizzato: il batterio non lo faceva più ammalare.
 
 
 
 
 
Nella primavera del 1630 l'epidemia aveva già colpito duramente in Lombardia e gli Offiziali di Sanità della città di Firenze fornirono a Taddeo da Castiglione, Gonfaloniere di Marradi, l'elenco dei luoghi banditi o sospetti per causa di peste, perché potesse impedire il transito ai viaggiatori che provenivano di là.





Come si vede in questi documenti, si tratta delle stesse località dove è ambientata la trama dei Promessi Sposi










La primavera del 1630 fu drammatica, con il diffondersi lento ma inesorabile dell'epidemia e i saccheggi dei Lanzichenecchi in giro per la Lombardia e l'Emilia Romagna. Il nove agosto gl' Offiziali di Sanità scrissero questa lettera al Gonfaloniere di Marradi per comunicargli che la peste era arrivata a Modena. Poi sopravvenne l'autunno e l'inverno e il freddo rallentò il diffondersi del morbo. Però nella primavera successiva il contagio riprese.

 
 

La peste nel giugno 1631 minacciò Marradi e il Governo mandò questo bando da affiggere in paese:
 
Il Serenissimo Gran Duca di Toscana e i Signori Offiziali di Sanità della città di Firenze, sentendo che nella città d'Imola e nella Terra di Citerna luoghi dello Stato Ecclesiastico si è scoperto qualche male di Contagio ...
 
 
 
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Venne attivata subito la "cintura sanitaria" attorno a Firenze, vietando l'accesso ai forestieri senza la "bulletta di sanità" che era una specie di certificato di buona salute, come dice il Bando qui accanto.

 


Il Comune di Marradi scrisse a Firenze che la situazione peggiorava e dalla capitale fu inviato un cerusico, cioè un chirurgo, per incidere i bubboni infetti:

... Abbiamo dato ordine al nostro medico Zaninelli che provveda un cerusico da mandare costà dove sentiamo che il male va dilatandosi e oltre alli casi scopertisi e da voi avvisatici si dice esserci ancora ammalato di sospetto un figliolo di uno speziale che perciò bisogna maggiormente .................... aciò il male ........ ne' luoghi dove s' è scoperto provenire sopratutto di far abbruciare subito le robbe sospette e purificare almeno la stanza dove è stato il malato o à avuto il contagio. ... A' becchini non sia dato in luogo alcuno maggiore salario ... ….
... procurando che questo negozio sia invigilato acciò le diligenze sieno fatte, eseguite, rispettate, e state sani. Da Firenze 14 giugno 1631 Gli Offiziali sanitari della città di Firenze.



 
Gli Uffiziali di Sanità raccomandarono di rispettare esattamente la quarantena dei sopravvissuti prima di considerarli guariti:

dal magistraro nostro sarà aiutato .....   il memoriale per le presenze ... ... per servire per becchino in codesto luogo. Alle persone della casa dell'alfiere che si è malato di contagio li facetti fare l'intera quarantena  di giorni quaranta avanti di farli liberare e il medesimo costume feci in quelle case dove sia stato male di contagio ... non moltiplicassero le case ponendosi in questi principi usare ogni esatta diligenza per estinguere il male dove si scuopre. Con questo tentiamo che il male non faccia progresso e se continuerete le buone diligenze siamo sicuri che ne sia per seguire la totale estinzione e che Dio vi guardi.     Da Firenze li 2 luglio 1631




Spesso nelle epidemie capitava qualche guarigione considerata miracolosa e fu così anche questa volta ...


Fonte dei documenti
1) Archivio storico del Comune
di Marradi.

2) Vita di Santa Umiltà, di Roberto Capponi, Biblioteca Nazionale di Roma.

 
  

lunedì 10 luglio 2017

Celestino Bianchi

Una lettera struggente
ad un amico
ricerca di Claudio Mercatali



I periodici fondati
da Celestino

Celestino Bianchi nacque a Marradi il 10 luglio 1817 ma dall'età di sedici anni visse a Firenze. Studiò agli Scolopi e fu professore di Storia e geografia all' Istituto della SS. Annunziata.
La sua attività di giornalista fu intensa, prima al periodico La Patria, poi a Il Nazionale e all' L'imparziale fiorentino. Nel 1850 aprì la tipografia Barbèra, Bianchi e comp. Scrisse su molti giornali letterari dell' epoca, come Il Genio (1852-54) e la Polimazia di famiglia (1853-55). Fondò un altro giornale, Lo Spettatore, di cui fu direttore fino al 1858.

Patriottico e filo piemontese, dopo l'Unità d'Italia venne eletto alla Camera per sette legislature consecutive (dal 1860 al 1880). Nel 1871 divenne direttore de La Nazione. Morì a Firenze il 29 giugno 1885.

 Silvio Pellico e Piero Maroncelli, studio storico di  Celestino Bianchi

  
Da questi pochi cenni già si capisce che Celestino Bianchi era uno spirito eclettico, sempre in movimento, con il cervello in perenne fermentazione.

Sarebbe difficile riassumere qui tutte le sue iniziative, e anche inutile, perché essendo stato in Parlamento, ha una scheda ufficiale all' archivio della Camera. Quindi chi vuole sapere altro può consultare il sito con le biografie dei deputati del Regno.
  

Pietro Fortunato Calvi
"La spedizione nel Cadore".
Racconto storico


Ora ci interessa la sua vita privata, quella che non compare nelle biografie, non per ficcare il naso nelle sue faccende, ma perché molti dei fatti raccontati avvennero qui a Marradi e i marradesi di allora li conoscevano bene. Useremo la sua corrispondenza personale, per non fare del gossip inutilmente.

In una lettera bella e struggente all'amico Emilio Frullani che gli aveva dedicato una poesia, Celestino Bianchi parla di sé e quindi lasciamo dire a lui:

Caro Emilio,


Grato del gentile pensiero di onorare con dei versi la memoria di quelli che mi furono tanto cari e mi abbandonarono tutto a un tratto ...

 

... Raccolse con cura gelosa le reliquie di tutto ciò che glielo ricordava ...

 
... Emilio mio, questo è quello che mi riesce di scrivere di questa storia di dolori, che mi peserà nell' anima per tutta la vita.

 

 La poesia di Frullani dedicata a Bianchi finisce così:


 
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Il periodico L'Illustrazione Popolare pubblicò questo articolo quando Celestino Bianchi morì (1885).





 Nel 1885 in estate morì un marradese illustre e ne nacque un altro, 
Dino Campana.


 
Fonte: Periodico L'Imparziale, biblioteca manfrediana di Faenza.


mercoledì 5 luglio 2017

Il colera del 1855 a Marradi

L'epidemia e il contagio
secondo Celestino Bianchi
ricerca di Claudio Mercatali


Il vibrione del colera
al microscopio elettronico



Celestino Bianchi, marradese illustre, fu deputato del Regno d'Italia per tanti anni, e fondatore di diversi giornali, fra i quali Lo Spettatore, dal quale provengono gli articoli che state per leggere. Fu anche direttore per tanti anni  del quotidiano La Nazione .

Ora l'onorevole Bianchi ci interessa perché nell'epidemia di colera del 1855 perse il padre e la moglie. Nei suoi articoli su Lo Spettatore emergono tante apprensioni dei marradesi di allora, altrettante difficoltà, il nascere della Confraternita di Misericordia, l'altruismo, l'egoismo ...




L'epidemia del 1855 qui in paese fu un dramma infinito, come si può leggere nel post "La terribile estate del 1855" che potete trovare nell' Archivio tematico di questo blog.


Lasciamo parlare Celestino Bianchi, dalle colonne del suo settimanale:



Celestino Bianchi era stato critico per alcune mancanze nell' assistenza degli infermi a Marradi e verso qualcuno che aveva preferito allontanarsi dal paese per timore
del contagio.

Francesco Scalini ebbe da ridire per queste considerazioni di Celestino Bianchi e nacque una polemica ...




Nell'epidemia di colera del 1855 Celestino Bianchi perse il padre
e la moglie.




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... 42 casi 20 morti!
Nell' imminenza della sciagura si erano preparate, nello Spedale, unico provvedimento, due stanze  con due letti! ...

... Ci dicono, per esempio, che la Compagnia della Misericordia, istituita forse un anno fa dal nuovo vescovo a Modigliana, adunata e interrogata se volesse prestar servigio nell' occasione del colera rispondesse negativamente ...



Fonte: Periodico Lo Spettatore, diretto da Celestino Bianchi.


sabato 1 luglio 2017

La terribile estate del 1855 a Marradi

Quando il colera fece strage
della popolazione
ricerca di Claudio Mercatali



A fianco
il vibrione del colera al microscopio




In Europa il colera si diffuse per la prima volta nel 1835 e fece strage. Ci furono altre epidemie nel 1855 e nel 1866 con decine di migliaia di morti. Questa malattia batterica oggi si potrebbe contrastare con gli antibiotici, ma allora questi farmaci non erano noti. In più non se ne conosceva la causa, anche se si intuiva che il contagio avveniva soprattutto con l’acqua e gli alimenti infetti.



Il "volantino a spinta" per il trasporto
dei malati (Misericordia 

di Borgo San Lorenzo)





Il colera è un’infezione intestinale, con diarrea e vomito, causata dal batterio Vibrio cholerae studiato nel 1866 dal medico Robert Koch. Si può perdere un litro di feci in un' ora con conseguente disidratazione. Il malato ha sete, debolezza, ottundimento dello stato sensorio, ipotensione e tachipnea. La pelle e le mucose sono asciutte. La perdita di potassio può provocare crampi muscolari. La perdita dei liquidi porta ad uno stato di raggrinzimento della pelle, con sonnolenza fino al coma.
Il colera ebbe un impatto senza precedenti nell’ immaginario collettivo della popolazione e la gente si abbandonò a reazioni esasperate, come quelle dei secoli precedenti innanzi alla peste. La società era materialmente e psi­cologicamente indifesa contro questa malattia. A leggere le descrizioni del colera fatte all’epoca si coglie il panico più che l’informazione.

Lo storico Metelli nella sua Istoria di Brisighella e della Val d’Amone, dice:

“… E le cose che di lui (il colera del 1855) si raccontavano erano veramente tali da mettere orrore in chi le udiva, imperocché narravano che al primo esserne preso incominciava una furiosa soccorenza di feccie biancastre con un crescere così impetuoso che rompeva i fianchi, fiaccava i corpi, irrigidiva le membra … dopo il qual tempo per granchi dolorosissimi si annodavano tutti i muscoli si raggranchiavano le articolazioni con tanto stringimento di fauci e spasimo di tutta la persona che il volto perdeva le usate sembianze e diventava livido e scuro come il piombo… poi subito dopo al freddo succedevano inusitati calori che facevano ardere miseramente i corpi senza alcun refrigerio, finché poi in breve languendo mandavano fuori il travagliato spirito …”

Anche Marradi subì l’epidemia del 1855. Il Vicario (cioè il funzionario granducale per la giustizia e l’ordine pubblico) ai primi di giugno manifestò le prime preoccupazioni:

“ … 6 giugno: la tranquillità e la salute pubblica continuano a mostrarsi in questo circondario soddi­sfacenti. Alcune voci però intorno a casi di colera, che si dicono avvenuti non lungi da questi luo­ghi, hanno svegliato qualche apprensione soprattutto nella popolazione di Marradi, e sarebbe desi­derio che il Municipio prendesse provvedimenti circa la nettezza del paese, che ne avrebbe, a vero dire, non poco bisogno …”

Da una relazione della Misericordia del 15/01/1922 apprendiamo che:

“Il colera fu importato nel Comune di Marradi dalla Maremma. Il primo caso fu a Ravale, Parroc­chia di Campigno. Il colpito morì il 22 giugno 1855. Il giorno 11 luglio 1855 morì un individuo della stessa famiglia. Nei giorni 20 e 21 luglio morivano nella stessa famiglia altri due individui. La guardiana che dimorava a Ravale, essendo morti i padroni, ritornò presso la propria famiglia a Monte Colombo. Il 23 e 24 luglio morivano in quest’ultimo podere (Monte Colombo) quattro indi­vidui. Il giorno 25 luglio morì nel paese il primo individuo”.

Il 26 luglio il colera scoppiò a Biforco. L’Ospedale S.Francesco, fu usato come lazzaretto, dal 24 luglio al 1 Ottobre 1855. I resoconti dell’epoca dicono che: 

“… entrarono nel Lazzaretto 135 individui, dei quali 79 morirono e 56 uscirono guariti. Un certo Antonio Mengolini, dopo es­sere uscito guarito dal Lazzaretto fu nuovamente attaccato dal colera e morì”.

Il fatto che il contagio provenisse dalla Maremma è possibile. In maggio e giugno tornavano a Campigno i pastori transumanti che avevano portato là le loro greggi a svernare. Però i pastori di Campigno transumavano anche verso Borgo Montone, a Ravenna. In realtà in epidemie come questa non si poteva stabilire facilmente la direzione del contagio. Le autorità dello Stato Pontificio pensavano che il colera venisse dalla Toscana e le autorità Granducali viceversa.

Secondo lo studioso Pietro Betti (1858):

“… A Marradi la malattia si dichiarò il 19 luglio, risul­tando molti casi nelle famiglie e fra quegli estranei che prestarono assistenza ai colerosi, e aiutarono a seppellire i cadaveri (giacché ne rimase affetto lo stesso becchino). E’ risultato del pari che si fecero colerosi in Marradi di­versi individui che o ebbero interessenza nello Stato Pontificio o da esso vi pervennero. Il colera cominciò a Campigno, e sembra per trasmissione dalla parte della vi­cina Faenza, ove già infieriva”.

Anche durante l’epidemia dell’agosto 1833 successe qualcosa di simile. Dallo storico Metelli sappiamo che quando in Romagna si diffuse la notizia che il colera proveniva dal porto di Li­vorno:

“…. Il Vicelegato di Ravenna scrisse subitamente al magistrato di Brisighella siccome era quello che si trovava in maggior pericolo d’appicco per la sua vicinanza alla Toscana, affinché chiamasse a consulta coloro ch’erano eletti a vigilare alla pubblica salute perché pigliassero quelle provvisioni che stimavano opportune alla conservazione della medesima…”
Fra le altre misure, per far fronte al “maggior pericolo d’appicco” le autorità pontificie mandarono nella zona di S.Martino in Gattara una sessantina di guardie papaline per sorvegliare meglio il con­fine con il Granducato e prevenire il contagio. Ci voleva ben altro.
Che cosa si fece a Marradi per gli ammalati? I colerosi furono ricoverati nell’Ospedale S.Francesco. Una vera e propria cura non esisteva e quindi furono assistiti e affidati alla buona sorte. Le strutture dell’ospedale entrarono in crisi ben presto.

L’ispettore sanitario Luigi Luciani il 10 ottobre 1855 fece questo rapporto:

“… nella mia visita fatta allo spedale, ove ora sono i colerosi affidati all’assistenza del dr. Tommaso Rossi, mi sono compiaciuto nel trovare uno stabilimento ampio, luminoso, isolato e ben disposto, ma sono rimasto afflitto e sorpreso, di vedere pochi letti in una sala ampia, con due malati per letto, e nel tempo stesso promiscuati gli uomini con le donne nella medesima infermeria. Questo disordine, questa irregolarità è contro tutte le regole della buona assistenza ai malati, nel tempo che offre uno spettacolo indecente, dannoso e ributtante al massimo grado …”

Le idee riguardo al contagio erano confuse e la popolazione non aveva avuto quella che noi oggi chiamiamo “informazione preventiva”. 

Infatti dall’Ispettore sanitario apprendiamo che:

“ … a Marradi fassi colerosi alcuni individui che si giacquero incautamente nei letti dove era de­cesso un qualche coleroso e che, dopo l’asportazione del cadavere, non era stata adibita la regolare disinfestazione…”



Quanti furono i morti? Le stime del Vicario e dello stu­dioso Pietro Betti divergono parecchio, per il motivo spie­gato qui accanto. Secondo il prospetto mensile dei morti del 1855 (vedi la tabella qui sotto) il picco di mortalità fu in luglio e agosto. Dunque i morti di colera sono quasi tutti quelli conteggiati in questi mesi, cioè circa 600 persone. Considerato che nel 1855 il Comune contava circa 7830 abi­tanti il colera uccise quasi l’ 8% dei marradesi nel corso di quella terribile estate.

Le spese per il lazzaretto ammontarono a 14.192 lire. Non è il caso di fare un raffronto con gli euro, ma per avere un’idea si può considerare che il dr. Conti, un medico di Faenza chiamato per questa emergenza, ricevette una paga di 40 lire al giorno. Per eventuali nuove epidemie, subito dopo la fine del colera furono fondate, nel Granducato e dunque anche a Marradi e a Modigliana, le Confraternite di Misericordia. La parola è la sintesi di “miseris cor dare” com’è scritto nello stemma della Confraternita di Borgo S.Lorenzo.



Da un documento del 15.01.1922 della Misericordia,  
si sa che:


“Nel 1855 quando il nostro paese fu colpito dalla luttuosa epidemia di colera, in quella triste circo­stanza 18 generosi concittadini di ogni condizione si unirono in pietosa associazione, sebbene senza statuto e senza regolamento. Si costituì legalmente, il 12.04.1856 con la denominazione di Confraternita di Misericordia. Ebbe sede in una stanza dell’Ospedale, ma nel 1876 acquistò una stanza dell’Oratorio del Suffragio, per lire toscane 400 …”.

LA LIRA TOSCANA
Una lira toscana del 1854 conteneva 3,90g d’argento fino e perciò le spese
furono equivalenti a 3,90g x 14192 = 55,4 Kg d’argento


Sempre da documenti della Misericordia sappiamo che:

“… 27 novembre 1855: onde ringraziare l’Altissimo per essere cessato in questa terra il colera asiatico, nel 24, 25, 26 stante fu in questa chiesa parrocchiale fatto un triduo in onore di Maria Santissima, esponendo alla pubblica venera­zione la Sacra Immagine sotto il titolo della Madonna del Popolo”.



Bibliografia

Pietro Betti, Considerazioni sul colera asiatico, App.2, parte II vol V. Firenze 1858. Giuseppe Matulli, La via del grano e del sale, Biblioteca di Marradi. Antonio Metelli, Storia di Brisighella e della Valle di Amone. Giuseppe Tarabusi, Marradi com’era, Biblioteca di Marradi. Archivio storico del Comune di Marradi, anno 1855