Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi
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sabato 25 gennaio 2014

Il carnevale del 1968

Le feste e i veglioni
organizzati dal "Club"
ricerca di Francesco Cappelli e Luisa Calderoni



Il Club Sportivo Marradese fece le cose in grande, per l'ultimo dell'anno 1967 e il Carnevale 1968: ci furono veglioni e feste danzanti per tutti i gusti.

Il programma fu stampato in elegante carta patinata, in un promemoria a libricino, che è questo qui di seguito ...

 Il Club Sportivo nel presentarVi il Carnevale Marradese, augura a tutti Buone Feste e si augura di rivedervi ad allietare con la vostra presenza le già allegre e spensierate veglie per Voi organizzate




Domenica 31 dicembre 1967

Veglia di S.Silvestro
Orchestra Gli Alvarez, che vi costringerà a seppellire nella    pazza, pazza, pazza gioia l'anno 1967!
                                                             


Domenica 14 gennaio 1968

Pomeriggio e serata danzante
Complesso d'eccezione 
La Nuova Banda

 
 


 

Sabato 27 gennaio 1968

Veglione del Club
 Pierfilippi e il suo Complesso
per la prima volta a Marradi, 
dopo l'eccezionale successo riportato 
nei vari night europei.






 

 Domenica 4 febbraio
Pomeriggio beat
Complesso New  Wanted band

 Domenica 11 febbraio
Carnevale dei bambini
Un' autentica pioggia di regali 
e di premi per i più bravi!
 Il Complesso Gentilini accompagnerà 
i Salti, i Balli e il Girotondo


















Domenica 18 febbraio
Veglia del Nonno,  Complesso locale Gentilini
Gara di valzer e shake
Riservata ai maggiori di 35 anni. Premi alle migliori coppie.
Giochi di società e vino a volontà.

 




 Lunedì 26 febbraio
Gran Veglione mascherato
Complesso I Nomadi 66
Premi alle migliori maschere






 





Martedi 27 febbraio
Veglia di fine Carnevale
Complesso I Nomadi 66
L'addio di tutti  i Marradesi 
al Carnevale.
E' obbligatorio parteciparvi.









mercoledì 11 settembre 2013

Ars venandi



l'Ars venandi o arte venatoria è il nome nobile della cosiddetta "caccia", una attività la cui origine si perde nella notte dei tempi. E' la grande passione di tanti marradesi e non c'è nulla di male ad esercitarla se viene praticata correttamente.


 Dalla capanna del partigiano

 

Nevicata al capanno

Roberto Randi, appassionato "capannista" ha censito tutte le postazioni fisse del Comune di Marradi che abbiano almeno 40/50 anni in una sorta di catasto di costruzioni a scopo venatorio quasi tutte dismesse e quindi ormai storiche. 



Verso Marradi

La pubblicazione ha questo titolo suggestivo: “Nel silenzio dell’alba ottobrina” Capanni da caccia nel comune di Marradi, ed è di oltre 100 pagine, con altrettante foto che documentano molto bene il nostro ambiente montano. 


Verso Monte Romano

Il libro sarà presentato all'equinozio d'autunno al Teatro degli Animosi, secondo gli orari scritti nelle locandine affisse in vari esercizi pubblici qui in paese.


Queste qui accanto sono foto scattate dai capanni di caccia storici, posti nei siti più panoramici del comune di Marradi.

mercoledì 27 marzo 2013

Il maiale


30 ottobre 1900  
Come pesare un porco 
senza bilancia
 ricerca di Claudio Mercatali




Il Messaggero del Mugello era un giornale che curava molto le rubriche di agricoltura, con consigli di vario genere. A dire il vero questo qui accanto è un po' singolare ...






Clicca sulle immagini se
le vuoi ingrandire






















giovedì 14 luglio 2011

Non sempre “piana” fu la strada del Francini…

 
1970   Al Consiglio comunale viene proposto
di intitolare una via ad Anacleto
di Luisa Calderoni e Francesco Cappelli.


Uno scorcio di via Francini


Nel 50° anniversario della morte, in un incontro tenutosi presso il Centro Studi Campaniani Enrico Consolini, è stata ricordata la figura di Anacleto Francini, giornalista, commediografo e poeta marradese, noto anche con lo pseudonimo di “ Bel Ami ”.

La delibera n°30 del 23 novembre 1970 del Comune di Marradi volta ad intitolargli una via cittadina, in prima istanza fu respinta dal Ministero dell’Interno, Direzione generale dell’ Amministrazione Civile, in quanto non era stata adottata con voto unanime dei presenti.
Il Consiglio comunale discusse questo tema una seconda volta e si giunse ad una decisione unanime. Con la delibera n° 68 del 14 settembre 1971, si decise di intitolare ad Anacleto Francini il tratto di strada nel capoluogo di Marradi, che inizia da …”Via Cà di Vigoli e termina al “Deposito gasolio nafta” di proprietà di Vanni Marco … tratto stradale praticamente senza alcuna intestazione toponomastica, trattandosi di zona denominata complessivamente “Casone”.

La casa natale, a Casa Carloni

Ma come erano andate le cose nei due consigli comunali e chi si era opposto alla proposta dell’ Assessore alla Pubblica Istruzione, Signor Enrico Consolini?
Al Consiglio Comunale del 23 novembre 1970 l’Assessore Consolini aveva illustrato la figura e l’opera del Francini con una dettagliata  relazione, come segue:

“ … Anacleto Francini durante gli anni universitari svolge un’intensa attività in Marradi come commediografo, seppure allo stato originario e di futuro giornalista. Sono gli anni delle sue prime rappresentazioni al teatro locale degli Animosi. Fra le più importanti di dette rappresentazioni è rimasta famosa , nel suo genere, quella denominata “Femmina”. Intenso è pure il lavoro di redazione . Infatti egli redige per primo il giornaletto locale denominato “Il Marciapiede”, nel quale figurano, fra l’altro le prime liriche del giovane Francini. Segue poi a breve tempo, “Il Marciapiede alla Ribalta” che ricalcando le orme del fortunato predecessore, vuole essere la rivista umoristico -satirica del luogo. Un anno dopo dalla inventiva geniale del Francini avrà vita un’altra interessantissime rivista, “Lo Zibaldone” a contenuto comico – satirico – sentimentale.
Dopo il servizio militare prestato come Ufficiale di complemento, Anacleto Francini entra come redattore al giornale “Ettore Fieramosca” di Firenze, viene successivamente chiamato alla redazione del “Panaro” di Modena ed infine fonda a Firenze il giornale “Il Tempo”, gli anni che seguono fanno capo a Torino, città nella quale espleta il servizio di redattore della “Gazzetta del Popolo”, prima e al giornale “Il Pasquino”, poi dovrà partire per la Grande Guerra in qualità di Ufficiale dell’esercito, da prima col grado di capitano, indi con quello di maggiore, distinguendosi rapidamente in molti combattimenti, conseguendone decorazioni al merito. Fatto prigioniero sul “Monte Osvaldo” il 16 aprile 1916, viene inviato ad Ostffyasszonyfa e là fonda il giornale dei prigionieri “ L’Eco di Ostffyasszonyfa” che sarà felicemente ricordato dalla “Domenica del Corriere” con documenti e fotografie.


 Anacleto, il terzo da sinistra, 
al campo 
di concentramento.


Sempre in campo di concentramento, studia varie lingue, scrive canzoni patriottiche e invia corrispondenze al “Corriere della Sera”.
Tornato finalmente a Torino nel 1919, al termine del primo conflitto mondiale, diviene redattore capo de “La Gazzetta del Popolo” e in collaborazione con l’Avv. Miaglia fonda un nuovo genere di spettacolo: la rivista, facendosi chiamare “Bel Ami”, appellativo che lo renderà celebre e che si ispira ad un personaggio del Maupassant. Ormai “Bel Ami” è famoso in tutta Torino e la sua presenza nei circoli artistici e  letterari dell’ex capitale italiana è ormai divenuta indispensabile e doverosa.
La prima rivista ad ottenere uno strepitoso successo di pubblico e critica è “No così non va” a cui seguiranno, rappresentate nei più celebri teatri di Torino (tra cui il Trianon), di Roma, Milano, Genova e Firenze: Il piroscafo giallo, Le Sorelle Siamesi, La bisbetica sognata, Milioneide, Il segno dell’Aquila, Sua eccellenza la Spugna, Il ratto delle cubane, Il Saladino, Pioggia di Stelle, La Carrozza, Attenti alla vernice, Ripassi domani, Venga con noi, Così va il mondo. e altre. Scrive inoltre commedie in dialetto torinese e suggerisce, con alcune operette e riviste, i soggetti per alcuni film di successo a cui partecipano protagonisti famosi come Wanda Osiris, Totò, Macario.
Lasciato il lavoro alla La Gazzetta del popolo, Anacleto Francini viene chiamato alla R.A.I. torinese per curare una rubrica domenicale “Vogliamoci bene” che dura 45 minuti e scrive con Dino Falconi un’avventurosa vicenda continuando il successo per oltre un anno. L’ultima produzione, per certi aspetti chiaramente poetica, “Bianco Fiore”, non verrà dal Francini purtroppo mai terminata.

 Anacleto, il primo a sinistra, 
durante la Prima Guerra Mondiale


Alla sua morte, che avviene il 18 giugno 1961, Anacleto Francini sarà commemorato da molti giornali italiani e anche dalla R.A.I. Negli ultimi tempi, trattando dell’originalità della rivista teatrale del nostro Paese, ne ha parlato e ricordato le singolari doti, anche la Televisione italiana".

Così termina la circostanziata ed esauriente relazione dell’Assessore Consolini. E fin qui tutto bene e niente da eccepire… ma a questo punto prende la parola il consigliere di minoranza Idilio Baracani, segretario della sezione del P.C.I. di Marradi, uomo tutto d’un pezzo e di specchiata integrità morale, nato comunista, morto comunista, stimato da tutti nel paese a prescindere dalle sue idee politiche… Baracani, come risulta nell’atto
" ... fa osservare che la dedica di questa Via è collegata ad una precisa richiesta dei parenti dell’Anacleto Francini, in corrispondenza ad una cessione di terreno da effettuarsi dagli stessi al Comune di Marradi per l’allargamento della strada che conduce al Cimitero di questo capoluogo.
D’altra parte è bene chiarire subito le posizioni e cioè che sarebbe l’ora di pensare di dedicare Vie in relazione a tutto ciò che è stato fatto per la nuova democrazia. Ho forti dubbi circa l’espressione del mio voto per la dedica di una Via al Francini, soprattutto in relazione al fatto che il giornalista stesso fu al servizio di un determinato ceto e di una determinata società che ha servito esclusivamente i “ padroni” ( tra virgolette nel testo).”

La votazione dà questi risultati: 
Presenti n.17-votanti n.10- astenuti n.7
Voti favorevoli per la dedica di cui sopra n.10.

Come detto sopra, la deliberazione fu respinta dal Ministero dell’Interno e rinviata a tempi migliori, cioè all’anno successivo quando pur ribadendo quanto già espresso nel consiglio dell’anno prima, il consigliere Idilio Baracani e il suo gruppo votarono favorevolmente alla titolazione della via al nostro “Bel Ami”.

Fonti: Archivio del Comune di Marradi. Le foto d'epoca sono tratte da Tarabusi, Marradi com'era.

lunedì 16 maggio 2011

UN COMPLEANNO A TUTTO TONDO (ricordi di un popolanese adottivo)

(Questo brano è inserito nell'opuscolo redatto dalla C.O.M.E.S. per festeggiare l'ottantesimo compleanno di don Nilo)

In occasione del 2° compleanno a tutto tondo (80°) di don Nilo, anche per me ricorre una data importante: lo conosco da 50 anni.

I SUOI PRIMI 40 ANNI (gli anni ’60 in particolare).

Non posso portare testimonianze anteriori agli anni ’60, poiché ho conosciuto don Nilo all’inizio di quel decennio.
Ero uscito dal seminario da pochi mesi e mi sentivo spaesato. In quattro anni di studi e formazione religiosa, interrotta per mancanza di vocazione, avevo visto il mondo esterno solo dal recinto dell’orto e dalle finestre del collegio.
A febbraio del 1961 andai nella biblioteca di Marradi, che era sistemata in piazza Scalelle, e chiesi in prestito il “Conte di Montecristo” perché mi piacevano i libri d’avventura. Mi fu risposto che quel romanzo non era adatto alla mia età (avevo 15 anni). La bibliotecaria aggiunse: - parlerò comunque con don Nilo della tua richiesta -. Quando lo incontrai, capii dal suo sorriso che la mia scelta era comprensibile e la bibliotecaria era stata un po’ eccessiva nello zelo da indice inquisitorio.
Non tornai in biblioteca per molto tempo, anche perché una copia del capolavoro di Dumas era fra i libri di mio nonno.
Negli anni successivi don Nilo, dopo aver inquadrato i miei fervori giovanili, mi rifilò dalla sua biblioteca personale mattoni che avrebbero abbattuto un toro, come “Il concetto dell’angoscia” e “La malattia mortale” di Kierkegaard, “Esistenzialismo o marxismo?” di Lukács ed alcuni lavori di Maritain e Merton. Grazie a quelle letture conobbi l’esistenzialismo in generale e quello cristiano in particolare. Quei “mattoni” mi servirono anche come alternativa all’aridità degli studi economico-statistici e come riparo dalla deformazione professionale della mia futura attività lavorativa. Nel nostro ambiente si diceva: - per lavorare in banca non bisogna essere cretini, però aiuta molto! –
Lungo tutti gli anni ’60 la frequentazione con don Nilo fu assidua, fruttuosa e ricca di confronti culturali, politici e operativi. Intorno al 1965 egli coinvolse buona parte di ragazzi marradesi nel movimento “Gioventù studentesca”. Ogni sabato ci ritrovavamo nella vecchia sede dell’Acli, Cinto introduceva le riunioni suonando “Al chiaro di luna” o “Per Elisa”, poi ci mettevamo a discutere di tutto, dai “massimi sistemi”, troppo grandi per la nostra cultura provinciale, alla liceità dello strip-tease, dal cineforum alla programmazione dei campeggi estivi: quelli di Vallombrosa e dell’Abetone sono rimasti scolpiti nella nostra memoria come eventi mitici. La penuria di soldi, di tende e mezzi di locomozione ci faceva affrontare con incoscienza e fantasia gli imprevisti e i pericoli. È andata sempre bene, anche se a Pratesi una volta rubarono la miglior tenda che avevamo in dotazione.
Quelli furono anche gli anni delle opere. Don Nilo avviò i lavori di ampliamento della sede Acli, la costruzione del campo da tennis su terreno di sua proprietà, organizzò e guidò le spedizioni di volontari a Firenze dopo l’alluvione del 4 novembre 1966, stimolò molte iniziative che divennero in seguito lavori pubblici.
A metà decennio il Mondo cominciò ad accelerare: gli effetti del concilio vaticano II, il pacifismo di Giorgio La Pira, il crescente peso del Comunismo, il Movimento Studentesco, le elezioni del ’68, i preti operai, i fermenti nelle Acli, don Milani, padre Balducci ed una nuova etica laica causarono fratture e lotte di idee e di prospettiva nelle tradizionali associazioni giovanili. Ne soffrimmo tutti.
Nel ‘67 don Nilo mi spedì da solo al convegno estivo delle Acli a Vallombrosa e potei assistere ai primi segnali di frattura fra l’ala religiosa e quella politica dell’associazione, che sarebbe avvenuta nel 1970.
Nel ’68 a Marradi eravamo una decina di universitari e volevamo creare una nostra associazione con l’obiettivo (e la presunzione) di interpretare i tempi nuovi e sprovincializzare l’ambiente culturale del paese. Non se ne fece nulla perché don Nilo non era d’accordo: mi è rimasta ancora la voglia di chiedergli, dopo quasi mezzo secolo, i motivi reali di quell’opposizione.
Intanto io stavo completando gli studi a Firenze. A fine settimana tornavo a Marradi, il sabato e la domenica pomeriggio andavo da don Nilo a Cardeto, nella sua sede parrocchiale. Egli trovava sempre il modo di intrattenermi per discutere dei fermenti studenteschi metropolitani e il dialogo si accendeva quasi sempre sugli eventi più recenti.
All’inizio degli anni ’70 i miei ritorni a Marradi diventarono sempre più radi ma potei rendermi conto che il prete dei giovani, l’ispiratore delle idee marradesi più stimolanti, il padre spirituale di una certa generazione politica locale era sempre più impegnato nella sua mansione e missione di parroco.
I primi quaranta anni non manifestano soluzione di continuità con quelli successivi. Penso che proprio negli anni ’70 don Nilo, attraverso la sua missione pastorale e parrocchiale permanente, scoprisse la vocazione della sua maturità. A mio avviso, per il carattere evangelicamente irrequieto e per l’animo generoso di carità paolina, la vita tradizionale di parroco gli stava stretta e proprio in quel decennio iniziò a seminare nuovi granelli di senape, uno dei quali diventerà una pianta su cui si sono posati tanti giovani che avevano perso il senso della vita.




I SUOI SECONDI 40 ANNI (con postilla non conclusiva)

Quanti granelli di senape ha seminato don Nilo nella sua vita che ci auguriamo tutti lunga ed ancora operosa? Tanti: alcuni hanno prodotto arbusti, altri piante grandicelle, qualcuno non è nato o ha generato un bonsai, ma uno è divenuto un grande albero, che sta crescendo ancora, e l’ultimo è spuntato nell’autunno del 2007, anno in cui don Nilo è divenuto “amministratore parrocchiale” di Popolano, in sostanza il nostro parroco.
Sul grande albero di Sasso tante persone possono parlare e scrivere meglio di me per cui mi limito a raccontare solo qualche episodio.
Per 3 anni consecutivi (1985 e ss.) i sassaioli della prima ora aiutarono il rione di Povlo’ ad allestire i carri per la sfilata della graticola d’oro.
Negli anni successivi la comunità di Sasso s’ingrandì vertiginosamente e alcune volte don Nilo, a casa mia per cena, parlava dei problemi di gestione e di nuovi locali.
Il conflitto fra società marradese e popolanese e la comunità di Sasso, vissuto a metà degli anni ’90 a seguito di episodi criticati da molti concittadini, fu sanato dal buon senso, dallo spirito di verifica reciproca e dal riordino delle attività di recupero e reinserimento dei ragazzi.
Forse quelli furono gli anni più duri e sofferti della vita di don Nilo. Il tempo ha calmato gli animi e lo spirito di pace e di concordia, che ha sempre animato il fondatore di Sasso, alla fine ha vinto ma, soprattutto, hanno vinto le virtù cristiane che più distinguono il nostro attuale parroco.
Anche la decisione di accettare l’incarico a Popolano è stata sofferta, perché la nostra comunità non era coesa su questa scelta diocesana, mentre il primo dovere del parroco è quello di riunire le coscienze e superare le divisioni.
Don Nilo è arrivato a Popolano durante una fase di propria rigenerazione giovanile. Appariva a tutti noi pieno di nuove energie, di buone idee per la parrocchia ed in ottimo stato di salute; tutto ciò spiega come egli possa sostenere tours de force quotidiani e soprattutto festivi sempre sorridente e disponibile.
La parrocchia ha ripreso le proprie funzioni organizzative ed operative, la chiesa è di nuovo aperta per tutta la giornata, grazie anche all’impegno di suor Roberta, il cui arrivo a Popolano è stato per noi e per don Nilo un dono inatteso.
Dal 2007 molti popolanesi hanno ripreso la strada della loro chiesa per la S. Messa festiva e la messa di don Nilo non è una “missa brevis”. Però quell’oretta di sacra celebrazione serve per riprenderci dalle distrazioni e divagazioni della settimana passata e ci prepara ad affrontare con rinnovato spirito cristiano quella che ci attende. Spesso la chiesa è piena perché arrivano fedeli da Marradi e gruppi di giovani da altre località.
A Popolano don Nilo ha riaperto anche la sua stagione delle opere, varando un programma di recupero edilizio dei locali adiacenti alla chiesa (canonica e abitazioni) che fa tremare i polsi per l’impegno finanziario, ma c’è una spiegazione a tutto. Al termine dei lavori in corso, i locali potranno essere utilizzati da associazioni e gruppi di altre parrocchie per trascorrere periodi di ritiro spirituale e di vacanza estiva. L’associazione consacrata laicale “Piccola Fraternità” garantirà la presenza continua nella rinnovata struttura e l’assistenza agli ospiti. Anche i popolanesi riavranno una stanza tutta loro per riunirsi e trascorrere qualche ora in allegria. Nel frattempo il “lòm a merz” di quest’anno ha sfidato intemperie, fortuna ed altri rischi. Grazie al cielo il fuoco ha resistito sotto la pioggia, la lotteria ha portato qualche goccia di denaro per i lavori in corso e 200 polente sono state distribuite dai popolanesi sotto i tendoni dello stand.

Nel ripensare alla vita cristiana di don Nilo, al suo impegno verso gli ultimi, alla sua attività pratica ed alla sua missione pastorale, vengono in mente due passi della liturgia ed un episodio del poverello di Assisi: la parabola della pecora smarrita del Vangelo di Luca, una frase della lettera di s. Giacomo (la fede senza le opere è morta) e il sogno di s. Francesco (Francesco va’ a riparare la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina). Tanti altri passi liturgici della Parola si attagliano bene alla vita di don Nilo, ma non è opportuno fare dell’agiografia, se non altro, per non precorrere i tempi… Comunque, fu proprio don Nilo a dirmi tanti anni fa: - i santi sono le persone più equilibrate -.
Una considerazione finale è “doverosa”: nelle parole di don Nilo mancano di solito gli imperativi dogmatici, le formalità giuridiche ed i richiami disciplinari rivolti ai singoli. A questa francescana carenza sopperisce una formella incastonata nel muro fuori dall’ingresso della chiesa di Popolano che riporta una frase in latino tardo medievale: “BANNA DECRETA MONITA”, il cui significato intuitivo potrebbe essere: “il bando stabilisce gli ammonimenti” ma che, probabilmente, riguardava un albo pretorio in cui venivano riportati dalle autorità “bandi, decreti, ammonimenti”. Noi popolanesi sapevamo che prima o poi don Nilo sarebbe arrivato nella nostra comunità, perché i doveri sono titolati su quella pietra serena, per tutto il resto possiamo ascoltare con attenzione e beneficio il nostro parroco.
Grazie caro don Nilo e i nostri auguri valgono anche per il tuo prossimo compleanno a “tutto tondo” (l’88°), ma vogliamo contare fino a 100.

Antonio Moffa

lunedì 21 febbraio 2011

LÒM a MERZ 2011 a POPOLANO

211



Marradi febbraio 2011
LÒM a MERZ 2011
A POPOLANO LA SERA DEL 28 FEBBRAIO TUTTI ASPETTANO TRE EVENTI:
clemenza del tempo, un’ottima polenta e l’estrazione della grande LOTTERIA.
Programma: all’imbrunire (18 – 18.30): accensione del falò, segue polenta ed estrazione

“Natura deficit, fortuna mutatur, Deus omnia cernit”: questa bella frase che si ritiene fosse incisa dentro un anello dell’imperatore Adriano, sintetizza la lettera e lo spirito del “LÒM a MERZ” di quest’anno. Infatti la natura, nel senso della meteorologia, potrebbe ma non deve tradirci, la fortuna è volubile, ma ognuno di noi spera che ci sia amica e su tutto c’è Chi guarda e giudica.
L’ultima sera di febbraio, lunedì prossimo per intenderci, a Popolano il tradizionale falò del lume a marzo sarà seguito da una buona (ma non cara) polenta e dall’attesissima estrazione della grande lotteria, organizzata dalla diocesi per raccogliere fondi necessari a continuare i lavori di ristrutturazione della canonica parrocchiale.
Ecco spiegato l’incipit dell’articolo e, in questo caso, una frase solenne e antica non guasta: i riti propiziatori per tempo bello e buona sorte, se scritti in latino, sono più efficaci.
Tutta la vallata del Lamone ormai conosce questa ricca lotteria perché molti volonterosi attivisti hanno battuto il territorio per piazzare migliaia di biglietti e l’azione continuerà fino alla sera dell’estrazione per tentare di raggiungere il “totale venduto”. Sarà una gara dura ma stimolante e divertente perché le risposte di chi si vede offrire i biglietti sono sempre più fantasiose e restrittive: -me li ha già dati Carlo-; -proprio ieri è passata Maria e ne ho comprati 10-; -ne ho già 40!-; -ne ho 2 dal mese scorso-, -ma 2 sono pochi-, -saranno pure pochi, però se tutti ne comprassero 2 a testa si fa presto a venderne 10.000-.
In questa gara di ruspanti battitori liberi si sono distinti i grandi venditori con mezzo migliaio di biglietti piazzati da Faenza a Firenze e da Verghereto a Castiglion dei Pepoli, i medi e i piccoli venditori, da 400 a 100 biglietti, per finire ai non-venditori che, pur di non riportare i blocchetti interi ne hanno comprati una buona parte per loro stessi ed ora sperano vivamente di essere baciati dalla fortuna per tanto generoso masochismo.
Chi spera nella fortuna sogna già un bel viaggio a Praga per respirare l’aria romantica e multiculturale della città di Keplero, Dvorak, Kafka e Zatopek o di riposarsi per sette giorni sul Garda o a Palinuro. È facile capire che i premi sono sostanziosi e numerosi, quindi chi acquista gli ultimi biglietti ha il vantaggio di attendere la fortuna solo pochi giorni o, addirittura un paio d’ore; come è noto l’attesa logora più del potere.
Chi ha organizzato la festa, da vari giorni visita i siti meteo, legge le previsioni tradizional-astronomiche di Frate Indovino e trova sempre dei responsi favorevoli. Chi scrive percorre la strada probabilistico-scaramantica: da almeno tre anni abbiamo avuto inverni come quelli di una volta e, in particolare, negli ultimi 4 mesi abbiamo avuto solo pioggia, neve, freddo, nebbia e galaverna quindi il 28 prossimo deve essere bello e mite.
È chiaro che il veggente meteorologico scruta il futuro ma ha l’animus del politico che, secondo Churchill, è colui che fa previsioni e poi riesce a spiegare sempre perché non si sono avverate.
Ovviamente stiamo giocando sul tempo e col tempo, sulla fortuna e con la fortuna, ma sappiamo bene che lo spirito del “lòm a merz” è quello di ritrovarci per il bene della parrocchia (quest’anno ancor di più), per mantenere viva una bella e significativa tradizione e far gustare a tutti i convenuti, che speriamo siano tantissimi, la blasonata polenta di Popolano, di sapore intenso ed a prezzo modico e così, in conclusione, abbiamo giocato anche sulla polenta e per la polenta.
Antonio Moffa

PS:Quest'articolo è stato scritto per "il Piccolo" di Faenza n.7 di venerdì 25 febbraio 2011

domenica 8 agosto 2010


CINQUE AGOSTO 2010 (a cavallo dell’Appennino granducale):
un giorno “poietico” e una notte poetica.

Il giorno: poiesi e flashback.

La “lussureggiante estate marradese” ha delle cadute autunnali.
Oggi sono stato a Firenze in scooter e ho indossato pantaloni lunghi e giacca a vento e l’aria fresca mi ha accompagnato fino a via Tornabuoni. Solo verso mezzogiorno ho provato un po’ di tepore addosso.
Dopo varie commissioni ed incontri, sono ripartito nel primo pomeriggio sotto un temporale che ha rabbuiato tutta la città e le pozzanghere tagliate dal traffico mi hanno spesso inondato le gambe tra la Fortezza e piazza della Libertà.
A Ronta ho visto il passo della Colla sovrastato e parzialmente coperto da nuvole nere; il fresco mattutino è diventato quasi temperatura novembrina: ho sentito freddo nelle gambe e sulle braccia, così ho indossato una seconda giacca a vento.
Mi sono fermato alla fonte dell’Alpe e l’acqua che ho bevuta a garganella mi è sembrata meno fresca del solito. Dopo il passo il cielo sopra la valle del Lamone è apparso macchiato di nuvole bianche nell’azzurro dominante.
Alla curva di Cencione il termometro del mio scooter segna 13°: normalmente in questo periodo e a quest’ora (17 circa) fa molto caldo anche qui, almeno 30°; le mani fanno male per il freddo e avrebbero bisogno di un paio di guanti.
Dopo la curva di Cencione scatta il flashback e vado con la memoria al 1979: ero in addestramento professionale a Vicenza e stavo seguendo l’area Fidi (quella che in banca concede crediti alle aziende ed è la massima aspirazione dei giovani bancari); la mia destinazione di futuro funzionario era già stata decisa dalla Direzione generale come specialista del settore estero. Un brutto (o bel) giorno mi venne data una pratica di fido da impostare e completare per sottoporla alla firma del direttore che allora, in una filiale importante come Vicenza, ci metteva paura come un padreterno, soprattutto “quel direttore”!
La pratica di fido fu respinta tramite commesso per due volte dal direttore (rettificando Oscar Wilde: inesperienza, il nome che diamo ai nostri errori!). Al terzo invio, venni chiamato dal direttore e non solo sbiancai io, ma anche i miei vicini; qualcuno mormorò: - rischia di essere cacciato dall’addestramento -.
Entrai in quella stanza da incubi fantozziani e il direttore mi fece sedere e mi dette la mano: - sono Benvenuti e lei è di Marradi - - sì sig. Direttore, mi scuso per tutti questi errori di analisi, di commento e proposta, ma non ho mai elaborato una pratica di fido prima di questa -, - gli errori sono meno gravi di quanto pensa, perché lei ha colto gli aspetti fondamentali di quest’azienda, la forma si acquisisce con l’esperienza. Se fosse disposto a cambiare specializzazione, propongo alla Direzione generale di inserirla nell’area Fidi -.
Di fronte al mio silenzio stupefatto, il dr. Benvenuti mi fece un’altra domanda: - lei conosce la curva di Cencione? - - sig. Direttore, benissimo perché ci sarò passato centinaia di volte -
- Ebbene Cencione era mio nonno perché io sono di Borgo -. **


La notte: poesia di lampi e… nuvolette.

Sono un po’ provato dal viaggio a Firenze, ma ceno volentieri in famiglia.
Dopo il caffè e il grappino, carico la pipa Viprati e mi siedo sul terrazzo. Il buio è precoce stasera, perché mi sono trascinato dietro le nuvole fiorentine: sono immerso nella piena oscurità.
Mentre riaccendo la pipa per la terza volta (“un vrai fumer ne rallume jamais sa pipe”: vuol dire che non sono un vero fumatore di pipa, anche se la uso da 30 anni), una saetta ramificata illumina il cielo e le nuvolette che salgono dal fornello della mia Viprati. Segue un tuono brontolone e un’onda di vento fa vibrare la betulla e i noci di casa.
Il vento insiste e le folgori di Zeus si ripetono più vicini allo zenith; i tuoni ora sono prepotenti e assordanti, poi torna un po’ di calma che mi permette di sentire il rumore delle labbra, intente a regolare il tiraggio della pipa. La tregua è breve: lampi e tuoni, si rincorrono da est a ovest, il vento persiste, gli alberi ondeggiano in tutte le direzioni e arriva la pioggia del temporale. La luce delle saette e i 4 rumori (tuono, vento, pioggia e labbra) diventano il tempo “molto agitato” di una sinfonia senza autore, ma Vivaldi, Rossini e Beethoven verrebbero in mente anche a chi non è interessato alla musica “classica”. La pioggia non cade, ma sbatte contro i muri, sulla strada, fra le chiome e sui tronchi. Il piazzale è già allagato, la strada sta diventando un torrente, i lampi affievoliscono, i tuoni ora si sentono oltre i crinali. Riprende più forte il vento, la pioggia cessa repentina com’è arrivata; sto terminando la carica di tabacco dopo un’oretta di tiri e nuvolette. Mi appoggio alla ringhiera per scaricare la cenere della pipa e noto sull’orizzonte uno squarcio di cielo sereno blu plumbeo: lo spazio libero da nubi è dominato dalla costellazione dello Scorpione e al centro brilla la stella di prima grandezza Antares: la notte di San Lorenzo è vicina.

VAAP (Antonio)


** Ringraziai il dr. Benvenuti per la sua generosa proposta, ma continuai il corso di addestramento, specializzandomi nel settore estero.

mercoledì 7 luglio 2010

UN'ESTATE LUSSUREGGIANTE a MARRADI

Dopo un giugno freddo e piovoso, pensavamo di entrare nella solita estate degli ultimi anni, con l'anticiclone delle Azzorre dominante e persistente, protettore di giornate e giornate calde, serene e tendenti ad inaridire terra e fiumi.
Invece in questa prima decade di luglio a Marradi abbiamo avuto già tre temporali che hanno sciacquato una vegetazione già prepotente e invadente di fogliame che copre i nostri crinali di una manto verde uniforme e compatto ed erba che invade prode, terrappieni,campi e giardini.
A fine giugno i castagneti e le paline erano pieni di galletti (cantharellus cibarius) e oltre la linea dei faggi anche qualche porcino (boletus) ha ricompensato la fatica dei cercatori di funghi. Ora tutti speriamo di poter trovare porcini anche a quota 500, fra castagni e querce, perché gli acquazzoni di questa settimana con l'aria umida e immobile fanno ribollire la terra e ben sperare.
Quest'estate, che vede il nostro fiume e molti torrenti ancora ricchi d'acqua, è anche di buon auspicio per un'abbondante raccolta di marroni, la nostra specifica e speciale ricchezza locale.
Una bell'estate, anche se molti devono difendersi da zanzare, tafani e mosche cocchiere.
Dopo un inverno che ci ha portato neve da inizio dicembre fino a fine marzo, e quanta neve, non pensavamo che l'estate fosse ancora così ricca di precipitazioni.
Per il turismo marradese ci vorrebbe un'estate torrida che fa cercare refrigerio sulle nostre colline ai metropolitani vittime dell'afa urbana e dell'inquinamento dell'aria bassa romagnola. Ma dobbiamo sperare in una buona stagione turistica, anche perché dalle città, che sono il nostro serbatoio turistico, arrivano notizie di notti insonni per afa e rumore. Alcuni nostri operatori turistici riferiscono che da metà luglio attendono una buona ondata di presenze.
E allora godiamoci questa bella estate: riempiamoci gli occhi di verde, ammiriamo gli orti pieni di tante buone verdure e pensiamo che l'anello di accrescimento degli alberi quest'anno sarà molto più ampio della media.
Buona estate a tutti,
Antonio Moffa (VAAp)

giovedì 15 aprile 2010

CORSO DI FOTOGRAFIA DI BASE


OBIETTIVI
Apprendere gli strumenti di base per realizzare un progetto fotografico. La tecnica e la gestione dell’immagine: dalla composizione al fotoritocco.

STRUTTURA
Il corso si articola in 8 lezioni teoriche in biblioteca e una uscita pratica sul territorio

PERCORSO
La macchina fotografica digitale. Obiettivo, otturatore, tempi e luce.
L’ottica: la camera obscura. La chimica e la fisica in fotografia.
La luce e le ombre: la materia in fotografia
La composizione. I linguaggi della percezione
Il tempo fotografico. Il punto di vista e l’inquadratura
Impostazione di un progetto fotografico
Lettura delle immagini
La postproduzione

Durata di ogni lezione 1,5 ore
Partecipanti: MINIMO 8 – MASSIMO 10
Richiesta macchina fotografica (anche digitale)
Euro 30,00

Inizio giovedì 22 aprile ore 21.00-22.30
E' richiesta l'iscrizione annuale all'Auser- Università dell'età libera

sabato 10 aprile 2010

Benvenuti nel blog della biblioteca. Pronti? VIA!!

Una provocazione (o più di una) al volo.
Da quaranta anni leggo nei programmi elettorali di tutti i partiti, in occasione delle nostre elezioni amministrative, che Marradi ha la fortuna di avere "risorse territoriali a vocazione turistica"!!!
Vorrei che qualcuno mi spiegasse perchè, nonostante questa fortuna, stiamo vedendo un costante impoverimento delle presenze degli ospiti. Qualcuno fa statistiche a questo riguardo?
La definizione " territorio a vocazione turistica" da quale considerazione sarà nata?
Dal fatto che, forse, il territorio è sempre uguale, come sessanta o più anni fa?

Le risorse umane marradesi vengono prese in considerazione? Delle vocazioni dei marradesi non se ne parla mai e non ho mai letto qualcosa che andasse nella direzione di assecondarle e valorizzarle. Eppure Marradi potrebbe, a buon diritto, sostenere di essere una città piena di vocazioni artistiche. Quale altra città può vantare, proporzionalmente, tanti pittori, scrittori, poeti e musicisti? E molti veramente di qualità. Come potremmo valorizzare ed incentivare questa nostra "fortuna"?

Un pò alla volta, inesorabilmente, siamo diventati un paese di anziani. Ma il paese ha strutture e servizi adatti alla terza età?