Marradi, inizio del '900

Marradi, inizio del '900

domenica 19 marzo 2017

Quando un nomignolo nasconde un cognome

Un ramo dei Fabroni
finora sconosciuto
ricerca di Claudio Mercatali



Nella storia di Marradi la famiglia Fabroni si incontra a ogni piè sospinto, perché era una vera e propria genìa, prolifica, attivissima e politicamente inaffondabile. 
Il cognome è già un piccolo enigma, perché si trova scritto con una "b" o con due, come se la famiglia fosse multipla.
Ci sono i Fabroni di Pistoia (la città d'origine), quelli di Livorno, i Fiorentini, i Marradesi, quelli di Tredozio e altri ancora.



Romualdo Maria Magnani (1742)
dà notizia dei Fabroni trasferiti a Faenza




Mancava un ramo di Fabroni faentini, che però per caso è stato trovato. Lo storico Romualdo Maria Magnani ci racconta che alla fine del Quattrocento il colonnello Domenico Fabroni, detto Il Ploia (la pioggia), si trasferì da Marradi a Faenza, al servizio del conte Astorre Manfredi, signore della città. Nel novembre del 1500 era comandante delle milizie faentine quando il duca Cesare Borgia assediò la città. Faenza resistette sei mesi sotto i cannoneggiamenti del potente Duca, che era figlio naturale del papa e spadroneggiava nelle Romagne.




L'assedio di Faenza 
nel racconto di Michel 
Angelo Salvi (1662)



Da Michel Angelo Salvi apprendiamo che Il Ploia morì sulle mura negli ultimi giorni di assedio cercando di resistere ancora.
I suoi famigliari rimasero a Faenza e siccome erano marradesi, al cognome Fabroni pian piano si sovrappose il soprannome "i Marradi" . Poi nel 1563 quando il Concilio di Trento sancì definitivamente l'uso dei cognomi essi furono registrati come "Marradi".





Un'altra descrizione dell'assedio, 
fatta da Gian Marcello 
Valgimigli (1864)










La storia è curiosa, però è chiara e nei blasonari Baccarini, Calzi e Tassinari delle famiglie storiche faentine, conservato alla Biblioteca comunale Manfrediana si vede il cognome e la figura di un cavaliere un po' abbacchiato, con la lancia spezzata, sconfitto, come fu appunto Il Ploia, il capostipite.






 Oggi il cognome Marradi 
in Emilia Romagna non esiste più. 




Però nei testi antichi qualche componente della famiglia faentina Marradi si trova, come si vede qui sotto.



Historie di Faenza
di Giulio Cesare Tonduzzi
(1675)


Ad esempio apprendiamo dallo storico Tonduzzi  che Giulio Cesare Marradi nel 1642 fece parte di una ambasceria mandata da Faenza a trattare con Odoardo Farnese duca di Parma, che si avvicinava minaccioso 
e il cavalier Valerio Marradi nel 1675 fu uno dei Cento Pacifici 
(la Magistratura faentina che cercava di dirimere le controversie e le liti).


giovedì 16 marzo 2017

La spezieria di Orlando Pescetti

Una antica farmacia 
di Marradi nel Settecento

ricerca di Claudio Mercatali



Ci sono tanti tipi di sentenze: civili, penali, per i reati contro il patrimonio o contro le persone e altro ancora. 
Alcune sono rilevanti dal punto di vista giuridico e vengono registrate negli archivi dei tribunali come riferimento per altri casi simili. Senza scendere nel dettaglio diciamo che “fanno giurisprudenza”. Si faceva così anche nei secoli passati.

Questa ricerca riguarda appunto una sentenza del Settecento, su un fatto avvenuto a Marradi, ritenuta significativa e registrata nel “Tesoro del Foro Toscano” ossia nella raccolta degli atti da ricordare. I fatti sono questi:

Orlando Pescetti, discendente dello scrittore del ‘600 che si chiamava come lui, era un farmacista che nel 1763 teneva bottega a Marradi, probabilmente nella casa di famiglia, che era proprio accanto a quella di Dino Campana. 


La Spezieria Pescetti nel Settecento era in un edificio distrutto nel 1944 in un bombardamento aereo, sotto un terrazzino artistico, che si vede in questa foto degli anni Trenta.

All’epoca le medicine non si compravano dalle Case farmaceutiche ma venivano fatte direttamente in farmacia, con le erbe aromatiche e le spezie, da cui il nome di spezziere.
Nella spezieria di Pescetti lavorava l’ apprendista Giuseppe Piazza, tanto bravo da essersi meritato nel tempo la fiducia completa del suo principale, che lo lasciava “fare e disfare” sicuro che si sarebbe comportato bene.



Però a un certo punto Pescetti  cominciò a dubitare dell’onestà del suo dipendente e alla fine lo denunciò per furto di denaro e di merce dal suo negozio. Il processo si tenne a Marradi e le cose andarono così:





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