Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

domenica 1 aprile 2012

Lo sfollamento del 1944

Francesco Cappelli
racconta…



Negli anni della Seconda Guerra Mondiale la parola "sfollamento" indicava l'abbandono forzato della propria casa, imposto dai Tedeschi. Il fronte si avvicinava a Marradi e i Civili, donne e bambini se ne dovevano andare, per non intralciare le operazioni militari. I Capitelli, indicato nella foto qui accanto, è un poderetto che i Tedeschi usarono come punto di osservazione, dopo aver sgomberato i marradesi che erano sfollati lì. Fra questi c'era Francesco Cappelli e da qui comincia il suo racconto:

“ Eravamo verso la fine dell’estate 1944, la campagna si dipingeva di colori tenui, flebili, che anticipavano l’autunno atteso con ansia nella speranza che ponesse fine a questo conflitto che procurava lutti e distruzioni alla nostra amata patria.
Il terrore che io provavo era grande. Udivo da lontano un rumore sommesso accompagnato da lampi continui come se stesse per arrivare un forte temporale. Ma non era pioggia che si annunciava, bensì erano cannoni che lanciavano in continuazione granate di diverso calibro. Fu in quel periodo che il Comando Tedesco ci impose di partire dalla zona di Val della Meda e allora noi ci ricongiungemmo con mio zio Gino Miniati e mio cugino Mario ai “ Capitelli” verso Palazzuolo, vicino al ponte di Colecchio, dove restammo una decina di giorni circa.
 Ricordo che in quel periodo, nella notte, io e Mario Miniati uscivamo dalla stalla dove dormivamo insieme a una quindicina di persone, e osservavamo il cielo illuminato da potenti “ bengala”. Questi illuminavano il paese come se fosse giorno poi, lentamente, si spengevano…
Altre notti abbandonavamo la stalla e correvamo verso un umidissimo rifugio scavato nel bosco. Poi ci fu ordinato di abbandonare il podere e recarci altrove.

... osservavamo il cielo
illuminato da potenti bengala ...

Fu fatto un consiglio di famiglia e mio zio Gino con la moglie Lina e i figli Gabriele e Mario decisero di scavalcare i monti e recarsi nella zona di Gamberaldi dove Gino fu sequestrato e ucciso dai partigiani. Io, mia mamma Veglia, sorella di Gino, mia sorella Adriana, mia nonna Florinda, mia zia Anita con la piccola Giovanna, seguimmo gli ordini del Comando Tedesco che ci inviò a Camosciano dove era concentrato mezzo paese. Anche lì sostammo alcuni giorni in spasmodica attesa e con pochissimo cibo. La nostra destinazione era Medicina nella bassa Romagna: a piccoli gruppi dovevamo partire a piedi per raggiungere il luogo predestinato.
Una sera giunse l’ordine di organizzarci ed incolonnarci per raggiungere la meta. In pochi minuti, con carri trainati da buoi, ci incolonnammo e , a passo lento, ci avviammo verso la Romagna.
 Eravamo guidati e controllati da una decina di guardie che indossavano la divisa della Repubblica di Salò.  Io ero febbricitante ma non ne feci parola: durante il giorno non avevo fatto altro che mangiare dalle viti l’uva che mi dissetava e mi nutriva, ma forse avevo esagerato.

Bescheinigung, il lasciapassare
 intestato a Veglia, madre di Francesco, 
per andare al campo di raccolta 
di Medicina, vicino a Bologna.



Durante il tragitto vedevamo gruppi che si dileguavano nel buio per raggiungere località diverse da quella predestinata. Noi non avevamo alcun carro ma solo uno zaino ciascuno, nel quale avevamo riposto il nostro guardaroba. Lì cominciai a scoprire la fatica con la febbre e il peso sulla schiena. Finalmente giungemmo a San Cassiano e fummo collocati in locali vuoti a pian terreno e ci fu dato del fieno dove dovevamo sdraiarci per riposare. Io sentivo il fieno bucare la mia carne ma il sonno era tanto che mi addormentai. Al mattino fummo incolonnati di nuovo per incamminarci verso Medicina: nel frattempo la colonna si era assottigliata così anche i miei confabularono e decisero di scappare alla prima occasione che capitò dopo il ponte di Fognano. Lì scoprimmo che alla sinistra della strada la porta che ora conduce all’ospizio era aperta e ci infilammo dentro evitando di essere visti dalle guardie.
 
... i miei confabularono e decisero 
di scappare alla prima occasione, 
che capitò dopo il ponte di Fognano ...

A destra: La strada al centro di Fognano,
che va verso il ponte sul Rio Bagno

Attendemmo con pazienza e speranza che la colonna si sfilasse tutta e dopo un certo tempo ci incamminammo verso Brisighella dove speravamo nell’accoglienza dei nostri parenti, cosa che fecero offrendoci un locale e una cantina nel Bar Aurora nella piazza del paese come rifugio per la notte. Finalmente avevamo raggiunto una certa libertà!

... speravamo nell'accoglienza 
dei nostri parenti, cosa che fecero offrendoci 
un locale e una cantina nel Bar Aurora ...

A sinistra: Brisighella, via Firenze 
(di  fronte alla chiesa principale) 
in una foto d'epoca. Il bar Aurora 
si intravede sulla sinistra.

A Brisighella facemmo presto amicizia sia con altri sfollati sia con alcuni locali, ma il problema principale era procurarci del cibo.  Nel frattempo un plotone di tedeschi requisì una stanza della cantina dove alloggiavamo per potersi riposare: essi venivano dalla “ prima linea” del fronte che era nei pressi di Marradi. Io feci amicizia con un giovane tedesco che mi portava notizie del mio paese e mi regalò una rivoltella a tamburo che però non funzionava perché aveva il grilletto che non scattava. A me però piaceva lo stesso e ricordo che la custodivo gelosamente tanto che seppi farla sfuggire anche a una perquisizione tedesca confondendola con i miei giochi dentro un comodino.
 Un giorno quel giovane tedesco mi si avvicinò e mi disse:” Marradi alles Kaputt” Io non volevo credere che Marradi fosse "tutto finito" ma quando tre mesi dopo rientrammo nel paese scoprì che Viale Baccarini e Via Pescetti erano state distrutte dai bombardamenti aerei alleati mentre Via Celestino Bianchi dove abitavo io e la mia casa erano completamente scomparse sotto un cumulo di macerie. Il Ponte Grande sul Lamone non esisteva più e anche mezza via Tamburini era stata distrutta dalle mine con cui i tedeschi cercavano di rallentare l’avanzata degli Alleati.

... Marradi alles kaputt, 
Marradi è tutta distrutta ...


In questa foto famosa 
Mariòla rientra in paese 
con la sua mucca.


Marradi fu liberata dagli Alleati il 25 settembre del 1944 e noi tutti ci attendevamo che essi raggiungessero Brisighella in pochi giorni. Ma la guerra ha ritmi e tempi propri: il fronte si fermò nei pressi di Monte Romano - Sant’Adriano – Lutirano - Tredozio e non si muoveva.
Quello che avanzava inesorabilmente e puntualmente era l’inverno che ci colse di sorpresa e con vestiti estivi. Forse destammo pietà perché il figlio del Dottor Montanari di Brisighella mi regalò un cappotto e qualche altro capo di vestiario per coprirmi in maniera adeguata.
Poco prima ci giunse la tremenda notizia del sequestro di mio zio Gino Miniati da parte dei partigiani. Sapevamo che i partigiani non facevano prigionieri e presto avemmo la conferma dell’ uccisione sommaria di mio zio da parte degli stessi. Questo fatto ci turbò ma cercammo di tenerlo nascosto a mia nonna Florinda che apprese la notizia solo quando rientrammo a Marradi.
 Ricordo che man mano che il fronte avanzava, Brisighella veniva colpita da due o tre cannonate al giorno, sempre alla stessa ora. Le cannonate e il passaggio delle formazioni aeree non impensierivano i brisighellesi che dicevano che loro, a New York, avevano il Nunzio Apostolico Cardinal Cicognani…
 
... ma noi fuggivamo ugualmente in un rifugio molto protetto sotto la Torre dell’Orologio costituito da una profonda galleria scavata nella roccia dove ci sentivamo al sicuro.

 
A sinistra:
La Signora del Tempo, 
ossia la Torre 
dell' Orologio di Brisighella .



Agli inizi di ottobre venimmo a sapere che nella linea del fronte vi era una via poco sorvegliata dai Tedeschi e che in quel punto si poteva passare ma mentre ci preparavamo a partire ci giunse la notizia che qualche civile passando su quella via era incappato nelle mine morendo. Così decidemmo di rinviare la partenza.
Intanto il fronte si avvicinava e sentivamo il rumore del continuo transitare delle truppe tedesche con i mezzi corazzati e i cannoni. Tornata la calma udimmo due forti boati che fecero tremare i vetri del paese: I Tedeschi avevano fatto saltare i due ponti paralleli, quello della ferrovia e quello stradale chiamato il “Ponte Lungo” per le molteplici arcate.


I ponti della ferrovia 
(il primo) e della strada 
per Faenza 






Capimmo con sollievo che il fronte si allontanava e che la via della valle del Lamone era liberata. Eravamo ai primi di Dicembre e la gioia ci fece scordare la fame sofferta, i disagi e la paura subiti.

A sinistra: 
gli Alleati a Brisighella
... eravamo ai primi di dicembre 
e la gioia ci fece scordare 
la fame sofferta ...


In quei giorni vedemmo avanzare per Via Roma dei militari della “Maiella” vestiti con divise ed armi inglesi che furono accolti con applausi dalla popolazione affacciata alle finestre. Ci sentivamo liberi ma il pericolo non era ancora passato perché alcuni militari della “Maiella” alcuni giorni dopo morirono in uno scontro con i Tedeschi. Così dopo tre mesi si concluse il nostro sfollamento a Brisighella e potemmo rientrare a Marradi per riorganizzarci nel migliore dei modi.



 Alcuni soldati della brigata 
Maiella in rassegna, forse sono 
nella piazza di Brisighella.
Questa formazione era aggregata 
all' VIII Armata inglese 
e composta tutta da italiani.



Fonti Notizie e documenti forniti dall'autore, stesura in collaborazione con Luisa Calderoni



lunedì 26 marzo 2012

L'impronta delle canzoni dei migliori anni a Marradi è Musicaimpronta

di Rodolfo Ridolfi





I Tati, noto complesso marradese degli anni Sessanta. 
Dall'Alto: Enrico Gurioli, Flavio Bellini, Giorgio Casadio, 
Saverio Tagliaferri, Amos Fabbri.


Dino Campana scriveva: "Così conosco una musica dolce nel mio ricordo senza ricordarmene neppure una nota: so che si chiama la partenza o il ritorno". 

E’ stato anche per me un ritorno agli anni della gioventù ma le parole di quella musica dolce me le ricordavo tutte dopo pochi accordi accennati dalla chitarra di Amos.
Una serata indimenticabile quella della Cena Sociale dell’Associazione Musicaimpronta. Associazione musicale costituita per ricostruire la memoria storica musicale marradese e promuovere la cultura e l’attività musicale locale nel primo anniversario della sua costituzione. L’Albergo Ristorante Il Lago negli anni ’60 era il ritrovo di tutti i giovani del tempo, una sala da ballo che ospitava spesso gruppi e band.
All’imbarcadero del Lago in occasione della inaugurazione, ricordo come noi giovani e tutto il Paese assistemmo entusiasti al concerto del gruppo marradese del tempo che raggiunse vette di successo importanti non solo in Toscana: I Tati. Sabato sera 17 marzo il Presidente dell’Associazione, Amos Fabbri, intelligente e colto musicista, ha mirabilmente coordinato una serata che ci ha riproposto il sapore d’epoca. Eravamo in molti, i sessantottini della canzone, fra i Tati l’unico assente era Flavio Bellini (Trivilì) gli altri c’erano tutti: Enrico Gurioli (Cinto) alle tastiere, Giorgio Casadio (Celentano) al basso, Saverio Tagliaferri (Saverio) voce, Amos Fabbri (Amos) chitarra solista.


 








 
A sinistra: il ristorante Il Lago, negli anni Sessanta
A destra: il cosiddetto "imbarcadero" dove si noleggiavano i mosconi e le barche a remi per fare un giro nel lago dell'Annunziata.

 Dopo la cena tipica con tagliatelle e tortelli home made, musica dolce per il palato, ha preso il via il self made together che ha coinvolto proprio tutti da Gelly, batterista de la Filiale con Amos Fabbri, Angelino Cappelli ed il compianto Luciano Ravagli, a Franco Senzani che ha duettato con Amos Fabbri nella canzone Occhiali da sole, di Jonathan & Michelle (Cantagiro 1967) a Silva Gurioli che ha affrontato il microfono, non per parlare, ma per cantare Questo mio mondo (1968 I Giois), da Claudio Cappelli Maccherino che ha interpretato Una Miniera ( New Trolls 1969) fino alle eccellenze Angelino Cappelli, Pape Gurioli, Enrico Maria Papes dei veri e propri Giganti che hanno ricordato insieme i migliori anni della nostra vita: Tema (1966) e Una ragazza in due (1967), riportando alla mente quell’inizio degli anni ’70 quando il Gruppo di Enrico Maria Papes, Checco e Sergio inaugurava la Piscina Comunale con un indimenticabile concerto.

In conclusione le ultime leve di giovani talentuosi musicisti: Giovanni Vonella, batteria, Mattia Cappelli sax e Tommaso Scalini chitarra basso hanno dimostrato di aver raccolto il testimone di una tradizione musicale in piena espansione qualitativa e che grazie a Musica Impronta si arricchisce di un lavoro di ricerca, di testimonianze professionali e stimoli straordinari.


 
 

A 
destra: I New Trolls 

A sinistra: Enrico Maria Papes



mercoledì 21 marzo 2012

Un trekking alle Spiagge

sul monte Carzolano
di Claudio Mercatali




Siamo già passati da queste parti, con questo blog, il 7 marzo 2012, con il racconto di un trekking a Ronchi di Berna. Ora ci torniamo, per una via diversa in tutti i sensi, aspra nel cammino e nella storia vera di vita che stiamo per leggere, in questo vecchio racconto di Pino Bartoli (1920 - 2004). Lo scrittore, da buon romagnolo, è diretto, duro, ma la vicenda che racconta non è da meno.  Leggiamo ... lentamente ....

da: Fuochi sulle colline:   L'ultima spiaggia

" ... Issata come una quieta catasta di sassi, la casa del podere "La Spiaggia" stava addolcendo i suoi contorni sgraziati sotto una coltre di neve alta come un uomo. "La Spiaggia" in quel lontano 19 .., era di proprietà dell'avvocato Galeotti, di Palazzuolo di Romagna, la Palazzuolo sul Senio di oggi. Ora che i moderni mezzi ne hanno infranto il secolare isolamento è stata trasformata dal nuovo proprietario, il Vescovado di Faenza, in colonia estiva per bambini. All'epoca dei fatti che racconteremo, La Spiaggia, posta su una vasta falda del monte Carzolano, a più di mille metri di altitudine, era costituita da un agglomerato scomposto di case tenute insieme più dal tempo, che aveva cementato i sassi, che da opere murarie vere e proprie.

 
... Issata come una quieta catasta di sassi, la casa del podere La Spiaggia  stava addolcendo i suoi contorni sgraziati ...

L'altipiano in leggera pendenza, caratteristica che probabilmente aveva dato il nome al podere, fa da spartiacque fra le vallate del Senio e del Santerno. Un terzo corso d'acqua, il torrente Rovigo, raccoglie per primo a gran fatica gli scarichi del disgelo rovesciandoli poi in un prepotente rigetto sul vicino Santerno. Sulle pareti che sovrastano il torrente, stanno pericolosamente aggrappati enormi macigni sputati nei secoli da tremende sbornie d'acqua ingerita dal terreno argilloso. Stanno lì frementi, offrendo la loro pancia deturpata dal muschio alle implacabili carezze delle fiumane che passano mordendo con baci furiosi. Attorno ad essi giovani grappoli di faggi contribuiscono a impedire la caduta di quei sassi sulle acque del Rovigo.
Ciuffi disordinati di ginestra fioriscono solo nella tarda estate in un giallo pallido rubato a fatica all' arida terra. Il torrente è ricco di trote e di gamberi saporitissimi che si annidano tenacemente entro gallerie che le purissime acque scavano nel letto di galestro.


... attorno ai massi giovani grappoli di faggi contribuiscono ad impedire la caduta di quei sassi sulle acque del Rovigo ...

E' interessante la tecnica usata per far uscire i crostacei dai loro nidi. Con un sasso o un bastone si batte sopra le lastre di galestro dove si presume siano annidati i gamberi. Infastiditi, o meglio impauriti dal picchiettio prodotto sopra le loro teste, gli animali scappano camminando, da bravi gamberi, all'indietro, finendo così fra le mani in agguato e non resta loro che vendicarsi azzannando con le formidabili chele le dita che incautamente si allungano per catturarli.


Gambero di fiume

La casa macerata dal tempo e dalle avversità atmosferiche che imperversano feroci, sprigionava un profumo di muffe stagionate in attesa di distruzione. Quell'anno il peso della neve sembrava succhiare, stridendo, l'ultimo pianto dalle decrepite travi.
La famiglia Lolli stava raccolta attorno al ceppo guardando silenziosa la fiamma che si inanellava lungo la cappa.
Fuori dalle narici del camino ormai sepolto sbuffavano faticosamente fiocchi di fumo nero.
Nessuno parlava.
I pensieri erano pietre pesanti che cadevano nello stagno di una attesa senza fine.
Ciò che restava per sostenere la famiglia, era ammucchiato in un angolo: marroni rinsecchiti, piccole pere volpine e il sacco della farina dolce appena bastante per le ultime polente.
Le due capre, che davano il latte giornaliero, erano state ammazzate da giorni perché non morissero di fame: il fieno era finito da tempo.
La mula sfogava la sua fame accanendosi sulle seggiole di paglia e sulle foglie di formentone strappate dai pagliericci.
I bambini si erano infilati dentro le seggiole ormai senza fondo e si trascinavano per la vasta cucina disegnando il pavimento di terra.
- E allora cosa facciamo?
E' Rico, il figlio maggiore, che rompe la catena delle ore sospese nel silenzio.
- Potremmo costruire una slitta e portarlo a Lozzole - rispose la moglie.
- Con questo tempo? Chi apre la "rotta"? Ma non vedi che la neve c'entra ormai in bocca? E i bambini? Chi bada ai bambini?
- La nonna
- La nonna? Ma non vedi che la poveretta sembra rimbecillita da quando se n'è andato quello là ...



Pino Bartoli, di S.Cassiano, scrittore e poeta dialetale.


Quello là è il nonno Nandone, morto due giorni prima, alleviando sì, con la sua dipartita, il problema della comune sopravvivenza, ma ponendo quello della sua sepoltura.
Il primo camposanto è quello di Lozzole, distante non solo mezza giornata ma ora praticamente irraggiungibile a causa della neve alta che continuava a cadere in una tormenta accecante ...
- E allora? ...
- E allora ... allora sai cosa facciamo? E' da stanotte che ci penso. Lo mettiamo sopra al tetto. Qui non possiamo più tenerlo. Lo mettiamo là sopra e quando Dio vorrà lo porteremo giù a Lozzole ...
E' leggero il nonno, eppure i due fanno fatica a issarlo sul materasso di neve, che si chiude subito come una morbida ciambella di piume sul corpo rigido del vecchio "azdòr".
Lo "seppelliscono" nudo perché la nonna non ha voluto che lo vestissero con l'abito buono, l'abito nero che ha servito per il loro matrimonio, per andare a messa a Natale e a Pasqua e che naturalmente doveva servire anche per l'ultima grande cerimonia ...
- Si sarebbe sciupato subito ...
E la nonna rimette con cura il vestito già preparato dentro la cassapanca.
Fuori il volto di Nandone sembra già scolpito nel ghiaccio. Deve durare finché dura la tempesta; dormire senza morire, anche se guarda già l'eternità attraverso una fessura aperta nella sua Notte.
La neve intreccia aspidi d'argento confidando i suoi segreti ad un buio disperato.
L'aria calda della cucina sembra dissolvere la soglia di luce fredda che si schiaccia sulle finestre cieche. Gli occhi stregati dalla neve sono palle di vetro immobili nel tempo.
Fuori qualche ramo d'abete si rompe sotto il peso, in un canto d'erba strangolata.
Eppure nell'aria imbottita di morte qualcosa di vivo è lì che si aggira nella casa raccogliendo le rare sdrucide parole imbastite d'angoscia.
Nonno Nandone è presente come se l'antinotte del mondo non l'abbia ancora del tutto trascinato sull' implacabile sponda.
Tutta la notte la famiglia Lolli ha dondolato i suoi pensieri al limite del sonno.
E un incubo che dura da giorni.
Spesso si sorprendono a guardare il soffitto come se dalle crepe del tetto sbirciasse l'occhio accusatore di Nandone. Si tenta di dimenticarlo, di non parlare di lui, ma La Spiaggia è pregna del suo ricordo e allucinanti pensieri s'infrangono come spicchi di sole o d'ombra sulle pietre che rinserrano secoli di vita.
- Avrà freddo ... Quanto freddo deve avere il mio vecchio ...
Rico s'arrabbia, non vuole che si parli di lui, diventa cattivo, vuole distruggere perché non può piangere, non gli è permesso di piangere ...
- Nonna state bona per carità! Cosa volete che abbia freddo! Avrà freddo come quella volta che lo trovaste nudo sopra la pecoraia di Vagnella. Allora si che dovevate piangere! Mica adesso ...
- E quella volta che si fregò tutti i soldi con quella puttana di Marradi? Vi ricordate nonna? Venne a casa senza sale e senza petrolio per il lume. Mangiammo scondito e restammo al buio per un mese. Al buio, nonna! E la sposa che rincara la dose.

Cà di Vagnella

- Però io stavo bene con lui ... Mi teneva caldo, mi portava le caramelle di menta quando tornava dal mercato ... e guarda sospirando il pagliericcio vuoto, sgonfio come il suo sogno ...
- Fatela finita nonna! Fatela finita se no porca della M .... vado su e lo porto qui il vostro Nandone! Oppure andremo presto tutti con lui se non finisce di nevicare ...
S'inginocchia, batte i pugni per terra, bestemmia Rico con tutto l'ardore di uno che prega.
Le faville del fuoco scoppiettante impolverano di cenere la ghirlanda colorata dei bambini in ginocchio attorno all' uròla  (il focolare). Il vento caldo di scirocco si mangiava la neve a vista d'occhio. Vene turgide d'acqua nascevano improvvise pulsando fra la terra. Sotto la coltre di neve se ne sentiva il chiacchierio pettegolo scivolare verso il fondovalle ...

 Le Spiagge

Il Rovigo, il Senio e il Santerno spalancavano il loro letto, abbracciando le acque in un ruggito di animali in amore.
Gli abeti rialzavano superbamente le loro cime disseminando di piccole tende aguzze il deserto.
Qualche ramo sfrondato reclinava sul grembo materno.
Dalle ferite lacere la resina sgorgava giù in un lacrimare caldo sulla polvere fredda della neve.
A volte il rumore cupo di una valanga percuoteva le falde delle vallate scoprendo tracce di fieno di un biondo stinto.
Sarebbe stato il primo boccone per le bestie ancora vive. La neve era stata spazzata via in pochi giorni. Anche il tetto della casa era ormai libero. Nel fondo valle completamente sgombro, il vento sprecava inutili litanie fra i rami affacciati sugli argini del Rovigo. La fiumana vergine lucidava il letto di galestro rendendolo saponoso.
Rico salì sulla scala e cominciò con una mano a togliere l'ultima neve che copriva il nonno, così, piano piano, per non fargli male.
Tutti erano corsi all'aperto ad assistere alla "resurrezione".
Il corpo di Nandone era intatto, bellissimo. Gli occhi spalancati guardavano il cielo, fino ad allora chiuso, ostile.
Rico si abbassò fino a sfiorare il volto del vecchio che tornava fra di loro.
Si rialzò.
Adesso stava a lui fare l'azdòr (il reggitore, il conduttore del podere)
- Nonna, preparate il vestito ... Il nonno è pronto.

Prese Nandone per le spalle e lo alzò contro il cielo. Il primo sole di marzo ricamava lacrime d' argento sul morto. Era arrivata la primavera







E ora andiamo. Siamo all'inizio della primavera. Passerò di lì, da Cà di Vagnella, poi su fino a Ronchi di Berna e giù fino a Le Spiagge, lungo un sentiero duro da fare, come il ricordo di chi visse in questi posti. Il trekking è bello, quasi tutto oltre i mille metri. Si parte dal ponte sul Rovigo, sotto Le Spiagge e si sale verso Ca' di Vagnella.


Il trekking comincia dal sentiero 
che è proprio dietro 
al cartello che indica l'inizio 
del Comune di Palazzuolo.

  

 Ceppaia di un faggio
In pratica si tratta di ripercorrere la vecchia via della Sambuca, dismessa cinquant'anni fa, quando venne costruita la strada odierna. Qui il tempo scorre lento, come l'acqua che cola fra i sassi.
La massicciata c'è ancora tutta e non rimane che seguirla. Si guada il torrente nel punto che si vede qui sotto e comincia la salita verso Cà di Vagnella.
Siamo a circa 900m di quota nel regno dei faggi. Di fronte a me si apre una delle Vallette del Carbone, dove un tempo i carbonai facevano la carbonella con il legno di questi alberi. L'acqua del torrente è limpidissima, e invita a bere. Non lo dovrei fare, perché anche gli animali selvatici si abbeverano qui e può darsi che abbiano lasciato nel torrente qualche resto organico. Un tempo i boscaioli e i carbonai di Marradi, che non avevano di certo l'acqua minerale nello zaino, "disinfettavano" i fossi con una scaramanzia che diceva:  " Acqua corrente, la beve il serpente, la beve Iddio, la posso bere anch'io".  ... Per questa volta farò così ...   
                                              
 








Sopra: Quello che rimane della vecchia strada per Palazzuolo

A destra: la Strada Comunitativa  da Borgo a Palazzuolo nella carta del Catasto del granduca Leopoldo (1830).

La vecchia via per Palazzuolo è qui davanti a me. E' vecchia di secoli, cartografata in modo preciso già nel Catasto Leopoldino, che si vede qui accanto. I Palazzuolesi l'hanno percorsa per generazioni intere, perché era l'unica via per la Toscana. Negli anni Cinquanta, dopo decenni di richieste inascoltate, la Provincia di Firenze costruì la strada che porta al Passo della Sambuca e ora questa è la via dei passi perduti, dove non transita più nessuno.
Dopo venti minuti di cammino si arriva a Cà di Vagnella, una grande poderale in mezzo ai pascoli. La via prosegue e con lo stesso tempo si arriva al crinale.
Il Passo di Ronchi di Berna è abbondantemente sopra ai mille metri di quota e la visuale si apre a dismisura. Si vede un panorama unico, ampio e profondo decine di chilometri.
Per goderselo al meglio conviene venire qui all' inizio della primavera, quando i faggi non hanno ancora la foglia. Dopo il passo la via scende a rotta di collo verso la Croce della Sambuca, dove si innesta nella strada asfaltata. La percorro per un po', alla ricerca di qualche scorcio di panorama, e si rivela per quello che era: una strada tremenda, agibile solo con bestie da soma e barrocci.

Per chiudere l'anello di questo trekking bisogna tornare al passo di Ronchi di Berna e imboccare il sentiero giusto. Sembra impossibile ma questo posto isolato e spazzato dal vento è un crocevia importante per la viabilità della zona. Se si va a destra si imbocca la mulattiera per la chiesa di Lozzole, quella sepolta dalla neve che, nel racconto di Pino Bartoli, Rico non poteva percorrere con il corpo del nonno.

Se si sale per il ripido sentiero a sinistra si arriva in cima al Monte Carzolano, a 1150m, al Gran Premio della montagna per il trekking di oggi. Qui una brutta antenna per i telefonini mi ricorda che sto tornando verso il mondo civile.




Sopra a sinistra: i vari sentieri a Ronchi di Berna: 1) a sinistra si va al Carzolano 2) in avanti si va alla Croce della Sambuca 3) a destra si va a Lozzole (clicca sulle immagini per ingrandirle).

Ora è tutto semplice e si scende comodamente verso l'agriturismo Le Spiagge.














Sopra: Il ponte sul Rovigo (in giallo) è il punto da cui sono partito. il sentiero innevato a sinistra è la vecchia strada per Palazzuolo, che ho percorso per arrivare qui. Dietro e a sinistra di questo monte, che sembra un cuscino, ma in realtà è coperto di faggi, ci sono le Vallette del Carbone.

A destra: la neve non si è ancore fusa del tutto e sotto questi faggi spuntano già i primi fiori di Crocus, di un bel colore viola. Le cose vanno come devono andare, in fondo in questi giorni comincia la primavera.