Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

mercoledì 5 gennaio 2011

I FABBRONI DI MARRADI




Materiali e ricerche per una storia
della famiglia nei secoli XVI e XVII

di Luisa Calderoni

Lo stemma e uno dei palazzi di famiglia


La storia della famiglia Fabbroni è profondamente intrecciata con quella della comunità marradese in cui si insediò a partire dal lontano 1177. La più significativa fonte cui hanno attinto storici e genealogisti è una storia della famiglia scritta nel 1670 dall’Abate Leonardo Fabroni e cioè l’ “Istoria della Famiglia de’ Fabbroni scritta dall’Abate Leonardo Fabbroni e scritture e notizie di d.a famiglia gran parte originali” che è conservata in un Codice Strozziano nella Biblioteca Nazionale di Firenze.

Un’altra opera importante per ricostruire la storia della famiglia è quella del Cav. Di Crollalanza cioè “ Cenni storici e genealogici della Famiglia Fabbroni”, Pisa, 1881, che contiene anche una serie di alberi genealogici che partendo dall’originario ceppo pistoiese, descrivono le successive ramificazioni della famiglia:
- il ramo rimasto a Pistoia,
- il ramo che si stabilì a Marradi e che solo in piccola parte , nel ‘500, si trasferì a Firenze,
- il ramo dei discendenti di Paolo di Antonio, originario di Marradi, che andato a vivere a Firenze seguì in Francia il Cardinale Salviati, Abate di Redon a Langement, prendendo lettere di naturalità nel 1556.

Piazza Scalelle. Sullo sfondo si vede Palazzo Cannone,
una dimora dei Fabbroni

Tornando all’ Istoria dell’Abate Leonardo Fabbroni, questa fu scritta proprio per rimettere ordine le vicende degli antenati che furono sempre fedelissimi della famiglia Medici, Signora di Firenze, e per loro impiegarono senza esitazioni la propria vita e le proprie ricchezze, ottenendone in cambio benefici, riconoscimenti materiali, onorificenze.

Quella che segue è una sintesi degli scritti dell’Abate Leonardo integrata da altre notizie storiche sui Fabbroni.
L’Abate scrive che la famiglia Fabbroni era originaria di Pistoia, città da cui fu cacciata in seguito a lotte tra fazioni interne avendone arse e distrutte le proprie abitazioni. I capi di questa numerosa famiglia si rifugiarono in vari luoghi attendendo il tempo di ritornare in patria e ve ne fu uno, Pietro di Matteo Fabbroni, che con tre figli e molti servitori e seguaci, pigliato il cammino del Mugello, attraversò l’Appennino per la banda di Ronta e si fermò in uno spazio rinchiuso dai monti acquistandovi Signoria. Era l’anno 1177.

La badia del Borgo

Questa era una terra era ricca di poderi molti dei quali di proprietà della Abbazia Vallombrosana di Santa Reparata, oggi Badia del Borgo. Uno di questi, posto sulla destra del Fiume Lamone alla foce del Rio Salto, doveva chiamarsi “Maratus” cioè “ lavorato con la marra” , specie di grossa zappa con lama larga e corta a forma di cuore adatta a preparare il terreno per le semine. Da “ Maratus” probabilmente deriva il nome di Marradi. Una volta estesa la propria giurisdizione nel territorio marradese, per meglio difendersi dagli altri potentati romagnoli quali Ubaldini, Mariscotti, Ceroni e altri, i Fabbroni dettero il proprio cognome e la propria insegnaai servitori e seguaci più fedeli creando un vincolo di lignaggio con uomini che non avevano alcun legame di sangue con loro ma erano accomunati dalla difesa degli stessi interessi e degli stessi privilegi e dalla fedeltà alla Famiglia dei Medici. E’ così spiegato il gran numero di Fabbroni presenti nel territorio alcuni dei quali, essendo molto facoltosi vi edificarono chiese, monasteri, case e nobili palazzi sempre contraddistinti dall’arme della casata che reca tre martelli allineati su banda diagonale che sormonta tre spade convergenti in punta cui dal 1274, viene aggiunta una palla bianca con la croce rossa, segno araldico che sta ad indicare che i Fabbroni erano riconosciuti come cittadini di Firenze.
La fedeltà dei Fabbroni ai Medici di Firenze si manifestò durante il periodo della Repubblica Fiorentina quando Cosimo il Vecchio, Padre della Patria, dovette fuggire da Firenze e dopo la morte di Giuliano de’Medici quando i Fabbroni accompagnarono il fratello Lorenzo in arme fino a Venezia o quando Antonio di Piero Fabbroni, nel 1491, accolse nel suo palazzo Pietro de’Medici che con l’aiuto dei veneziani andava all’assedio della Fortezza di Castiglionchio che dominava e proteggeva la vallata in cui sorge Marradi.
All’inizio dell’assedio di Firenze anche Maria Salviati, moglie di Giovanni de’Medici detto “dalle Bande Nere” con il figlioletto Cosimo, il futuro primo Gran Duca di Toscana, fuggita dalla Villa del Trebbio in Mugello, trovò riparo e accoglienza a Marradi nelle case dei Fabbroni.

Ogni volta che i Medici passavano dal territorio marradese erano alloggiati dai Fabbroni come avvenne nel 1506 quando Papa Giulio II che andava in Lombardia passando dalla Romagna, fu alloggiato con tutto il suo seguito da Antonio di Pier Fabbroni. In seguito a ciò il Papa con un Breve del 1506 ottenne dalla Signoria di Firenze che Antonio e i suoi discendenti fossero liberati da ogni gravezza o tassa e il Papa stesso lo fece esente da tutte le gabelle dello Stato Ecclesiastico.
Il papa Giulio II

Nel contempo in ogni modo i Fabbroni avversavano la Repubblica Fiorentina facendo ribellare una parte della Romagna montuosa cosicchè furono dichiarati ribelli dalla Repubblica stessa. Inoltre, a loro spese e con i loro uomini, tenevano il passo dell’Appennino sopra Marradi da cui si scende in Toscana per favorire gli approvvigionamenti di vettovaglie e munizioni all’esercito del Papa e dell’Imperatore che assediava Firenze. Ciò scatenò la furia della Repubblica fiorentina che inviò a Marradi 1500 fanti sotto la guida del capitano Corbizzo da Castrocaro i quali, coadiuvati dalle forze del presidio fiorentino arroccato nella Fortezza di Castiglionchio dovevano conquistare Marradi e rovinare le case dei Fabbroni.
Allora i Fabbroni, poichè il paese non era difendibile essendo privo di mura, abbandonarono le loro case che furono depredate e poi bruciate.

Il Castiglionchio, o Castellone, è una fortezza che fu oggetto di tante contese nel medioevo.

Espugnata Firenze da Clemente VII e dall’Imperatore Carlo V anche i Fabbroni tornarono a Marradi e ottennero molti favori dal Duca Alessandro e dopo la sua morte, Cosimo assegnò alla famiglia Fabbroni la Fortezza di Castiglionchio con tutti i suoi armamenti, munizioni e guardie dando alla famiglia il diritto di eleggere tra i suoi membri un Castellano che tenesse la fortezza nel nome del Gran Duca Cosimo. All’epoca questa fortezza era molto importante per difendere Firenze dai nemici che provenivano dalla Romagna essendo il passo dell’Appennino il punto d’accesso al Mugello ma avendo poi Cosimo edificato la Fortezza della Terra del Sole vicino a Castrocaro, il nostro “ Castellone” perse la sua importanza strategica e fu disarmato.

Quando poi Cosimo assunse al Principato chiamò presso di sé quindici dei ventiquattro figli di Giannotto Fabbroni affinchè facessero parte della sua guardia personale. Capo di questa squadra dei Fabbroni era il Capitano Giuliano detto Pelinguerra, padrino di Cosimo I, e da lui molto amato come dimostrò quando Pelinguerra fu ucciso tradimento da alcuni membri della famiglia Ceroni di Palazzuolo mentre usciva dalla messa. Cosimo, addolorato per la morte del fedele servitore, mandò le Bande di Romagna contro i Ceroni che subirono gravi perdite, ebbero le case messe a sacco e bruciate e non tornarono più al lontano splendore.
Con queste notizie termina la storia dell’Abate Leonardo Fabbroni ma dalle notizie riportate da altri storici si evince che i Fabbroni di Marradi e alcuni di quelli andati a Firenze nella seconda metà del XV secolo furono gente d’armi, consiglieri, Capitani di Ventura e Comandanti di Fortezze ma sempre e comunque legati fortissimamente alla famiglia Medici di cui seguirono la buona e cattiva sorte dal momento in cui andò affermandosi la loro Signoria a Firenze.

LA BADIA: a 4 mani e "magnis itineribus" percorriamo 1000 anni in 100 righe




Questo articolo è apparso nel libro "Alla scoperta del Maestro di Marradi" - Polistampa 2009, lavoro a più mani coordinato da Galeotti Pedulli Livietta, che ne ha curato l'organizzazione e la ricerca ed ha scritto il testo biografico e critico dell'artista.

Il presente articolo parla della "BADIA" (Badia del Borgo)ed è diviso in tre parti:
  • CENNI STORICI
  • FESTE e ASSOCIAZIONI
  • ANNEDOTI e DICERIE POPOLARI DELLA VALLATA
La BADIA, di chi c’è nato, ci vive o ci ha vissuto: cenni storici, tradizioni, feste e aneddoti.

CENNI STORICI.
A Badia del Borgo o Borgo Badia o, più comunemente alla Badia, come viene chiamata a Marradi, gli abitanti di ieri e di oggi si sentono accomunati dalla storia del loro monastero vallombrosano che dominò il nostro territorio dal medio evo all’epoca napoleonica con attività religiose ed economiche.
In quel lungo periodo di potere e di splendore tanti importanti eventi sono diventati storia, arte ed economia.. I capolavori del Maestro di Marradi sono nati nel monastero. La più antica confraternita di Misericordia a nord-est di Firenze è stata costituita qui. I primi castagneti della vallata sono stati impiantati dai monaci nei versanti scoscesi settentrionali, già occupati da foreste spontanee, le stesse che furono sostituite da prati, pascoli e campi seminati nelle aree più idonee all’agricoltura di rotazione. Forse la tecnica per produrre la scagliola ha avuto origine nei dintorni del monastero. La Badia ha visto anche una forte immigrazione nell’immediato dopoguerra (dal 1948) soprattutto di molisani che si sono integrati presto e bene ed hanno ottenuto proprio quest’anno dal Comune di Marradi l’intestazione di una strada che verrà chiamata “Via della Comunità Molisana”. Gli abitanti della vallata vanno fieri di tutto questo e conservano ricordi di un passato che ha generato molte feste e tradizioni, mantenute vive fino a quando lo spopolamento delle nostre campagne ha visto diminuire sempre più la partecipazione popolare. Proprio di tutto questo vogliamo parlare perché il tempo non ne cancelli la memoria.

FESTE e ASSOCIAZIONI.
Le feste religiose erano frequenti durante il ciclo liturgico annuale e ad esse partecipava tutto il popolo, organizzato in varie associazioni. La Confraternita della Misericordia doveva presenziare ai riti in chiesa ed alle processioni con almeno sei confratelli, vestiti di cappa nera e biffa (cappuccio tipico). La Compagnia del Sacramento indossava tunica bianca, stretta in vita con cordone, e mantella rossa; con proprio stendardo apriva le processioni. La Pia Unione delle madri cristiane organizzava le donne che partecipavano alle processioni, ma non portavano alcuna divisa. La loro protettrice era S. Monica, madre di Sant’Agostino. Un altro organismo presente la domenica e nelle feste religiose era il gruppo vocale gregoriano, costituito da parrocchiani di ogni livello sociale e colore politico. Il gruppo si sistemava nella cantoria sopra il coro e cantava, di solito a cappella, la Missa Angelorum. Vi era una prevalenza di bassi e baritoni che creavano un’atmosfera greco-ortodossa durante i riti.
Nel periodo quaresimale si assisteva alla predica delle anime (domenica precedente quella delle Palme). I predicatori erano forestieri e salivano sul pulpito di legno a destra dell’altare maggiore, ammonendo i fedeli con toni savonaroliani e invitando tutti a pentirsi dei propri peccati. Nella settimana di Passione le donne portavano vasi colmi di piante varie (soprattutto leguminose e cereali), cresciute al caldo ed al buio e li sistemavano davanti all’altare della Madonna. I cosiddetti “sepolcri” offrivano ai visitatori una scena suggestiva e speciale per i colori albini, dal viola pallido delle fave e piselli, al giallo tenue dei ceci, al bianco opaco del grano e rilucente dell’orzo e dell’avena.. Questa tecnica di germinazione ha origini pagane e si ispira ai giardini di Adone dell’antica Grecia.
Le principali feste devozionali della Badia erano quelle della Madonna (la 1^ domenica di settembre) e di Santa Reparata (8 ottobre), che spiegano anche la presenza dei quadri più amati dai fedeli e di cui andava fiera la chiesa.
La festa della Madonna resiste ancora oggi, sebbene la Badia abbia perso lo status di parrocchia per la carenza di sacerdoti e la diminuzione continua di abitanti. Fino agli anni ’60 del secolo scorso, alle 11 si celebrava la S. Messa solenne con coro gregoriano e banda musicale di Brisighella in pompa magna. Dopo la Messa ogni famiglia portava a casa propria un membro della banda ed era tradizione terminare il pranzo con un gran cocomero che era stato messo a rinfrescare in una sorgente o nella cisterna. Il pomeriggio c’era la solenne processione con il quadro dell’Annunciazione che troneggiava sul corteo, portato a spalla da gagliardi giovani e anziani ancora in forza. La giornata si concludeva fra banchi di dolciumi, bevande e varia chincaglieria.
La festa di Santa Reparata era meno solenne ma molto sentita dai fedeli che pregavano la patrona come protettrice delle partorienti. Un’invocazione di buon augurio e tutta al femminile conferma questa devozione popolare: “Santa Reparata, che l’uscita sia dolce come fu l’entrata”. In quel giorno accorrevano, anche dai luoghi vicini, donne incinte e madri con bambini di pochi mesi per ricevere la benedizione, in quanto alla santa erano affidati anche i pargoletti.

ANEDDOTI E DICERIE POPOLARI DELLA VALLATA.
La vallata della Badia è lunga appena sette chilometri ed è bagnata dal Rio del Salto che attualmente nasce nei prati di Trebbo e sfocia nel Lamòne, passando sotto Marradi attraverso una galleria.
Nonostante la brevità del bacino, la vallata è molto più ampia delle altre confluenti verso Marradi perché in epoca geologica remota Rio del Salto sorgeva a 12 km da Marradi, sotto il passo dell’Eremo, con abbondante portata d’acqua ma, all’altezza di Trebbo, ruppe l’argine sinistro e divenne sub-affluente del fosso di Campigno. L’attuale Rio del Salto s’intreccia con la strada provinciale che fa da filo conduttore di tante storielle, raccontate dai nostri vecchi durante le veglie.
Ancora oggi qualcuno dice di aver ammirato nelle notti di luna piena, alla prima curva di Trebbo, proprio dove nasce il fiumiciattolo, un superbo cavallo bianco che, misteriosamente, non fu mai avvistato di giorno.

La prima "curva di Trebbo"

Nella cava di Campodavanti (6° km) appariva di notte un vitello senza testa, che attraversava la strada all’improvviso, scomparendo verso il fiume o nel bosco sopra la cava. Negli anni ’50 alcuni valligiani riferivano di essersi rifugiati, pallidi di paura, nella vicina casa poderale per essere stati testimoni di quell’apparizione.

L' ex cava di Campo davanti

Sopra il passo di Riale (5° km) c’è un canale coperto che convoglia l’acqua del ruscello di Valdifiore nel Rio. Quel punto della strada è chiamato passo della capra, perché durante le veglie si diceva che là una capra grigia belava con toni raccapriccianti verso mezzanotte e aveva le sembianze di un fantasma ovino.


Nella strada della chiesa, quella che dal sagrato arriva al ponte sul Rio, è ambientata la storiella più nota: nel buio notturno tanti parrocchiani avrebbero incontrato Gabannone, il fantasma di un monaco condannato a fare solo la discesa, in quanto nessuno l’avrebbe mai visto salire.

La salita che porta alla Badia del Borgo. Qui scendeva il fantasma di Gabbanone, condannato ad andare sempre in giù ( ... non si sa come facesse ...)

L’ultima fantasticheria popolare riguarda la croce di Valcampigno, sempre lungo la provinciale, poco sotto il passo della Badia: là c’era la manifestazione più paurosa, la figura di un giovane in veste bianca, un classico fantasma che poteva apparire a qualsiasi ora della notte, gridando per il dolore patito prima di morire. La tradizione popolare riferisce che egli fosse stato vittima di una terribile punizione a lui inflitta dai monaci, che l’avrebbero fatto passare al buio nel tunnel segreto, dopo aver aperto il trabocchetto che fece cadere il malcapitato nel pozzo tritatutto, pieno di lame rotanti e ferri acuminati.

La croce di Valcampigno


Immaginiamo quante paure doveva soffrire un viandante che partiva di notte da Marradi per arrivare a piedi fino a Trebbo. Se avesse conosciuto tutte queste storielle, almeno cinque volte avrebbe invocato il cielo e accelerato il passo. Quelli della Badia lo sanno bene perché fino a tutti gli anni ’50 si ritrovavano spesso nel cuore della notte lungo la strada per tornare a casa con le proprie gambe e, anche in compagnia, la paura faceva sempre 90.
Concludiamo completando la storia del passaggio segreto in cui sarebbe morto il fantasma della croce di Valcampigno. Si dice che quel tunnel partisse dalle cantine, ancor oggi in funzione, collocate dietro l’abside della chiesa, e sfociasse poco lontano dalla casa delle Fornaci, bella costruzione tutt’oggi visibile lungo il Rio del Salto. Non ci sono documenti che provino l’antica esistenza della galleria e i motivi che portarono a costruirla. Però, dopo aver raccontato tante fantasticherie popolari intonate alla paura, proviamo a formulare un’ipotesi sul passaggio segreto con spirito rinascimentale. Il toponimo “Le Fornaci” presuppone che in quel luogo ci fosse una fabbrica di mattoni e la cottura del galestro per produrre calce. Poiché qualche notizia storica ci ricorda che nel secolo 16° un inglese carpì, proprio nel nostro territorio, ai monaci del posto, il segreto della formula per produrre scagliola, potremmo dedurre che il tunnel conducesse ad un luogo nascosto dove si produceva quel prezioso materiale, che appartiene alla categoria degli antichi cementizi.
Nella vallata della Badia sono rimasti pochi abitanti. Non ci sono più le mandrie di animali al pascolo che fino agli anni ’60 punteggiavano i versanti verdi delle colline e che, all’imbrunire venivano portate al fiume per abbeverare, le coppie di vacche romagnole non tirano più l’aratro sotto il sole settembrino o l’erpice per le semine autunnali. Non si va più a veglia nei casolari lontani, portando un bastone acceso per illuminare i bui sentieri del ritorno a mezzanotte. Sono rimasti tanti ricordi e tanta nostalgia per quei tempi vissuti in pace con se stessi e con i vicini lungo tanti decenni che scorrevano secondo le leggi della natura, prima che il mondo si mettesse a correre troppo in fretta verso mete imposte da misteriosi registi che non ci danno più le emozioni del mistero della vita, ma solo paure e noia.
Caterina GRAZIANI e Antonio MOFFA

giovedì 23 dicembre 2010

1773 Il palazzo comunale di Marradi

Si costruisce il nuovo Pretorio
sulle fondamenta
di un vecchio edificiodi Claudio Mercatali


Il Pretorio nel 1898

Il Palazzo Pretorio di Marradi verso la fine del Settecento era mal ridotto, e si decise di ristrutturarlo completamente. Per questo il Granduca concesse 1500 scudi con un Regio Decreto datato 23 agosto 1773. Però questo era solo un contributo, e per far fronte al costo totale si dovettero aumentare le tasse nel biennio 1774 – 1775. Anche Palazzuolo fu chiamato a concorrere alla spesa, perché nel palazzo c’era la sede del nuovo Vicariato (= il tribunale), che comprendeva tutti e due i comuni e sostituiva le vecchie Podesterie, che erano state soppresse.

Il primo sopralluogo di un tecnico non fu molto confortante:
“Io sottoscritto, nel giugno 1772, ho visitato il Palazzo Pretorio di Marradi. Questo palazzo è com­posto di una pessima costruzione, tutta piena di squarci, scollegazioni, con una parte della loggia fuori piombo. Conviene disfare e rifare gran parte del muro maestro e porvi quattro catene che do­vranno arrivare da sotto a tenere diritta la fabbrica, la quale si trova malandata e umida …”.
Che è quanto, a dì 12 agosto 1772 Agostino Fortini, ingegnere

I lavori cominciarono nel 1773. Intanto il tribunale del nuovo Vicariato aveva cominciato a funzionare in modo un po’ provvisorio:
“Il notaro di codesto tribunale lamenta che essendo in costruzione il Pretorio, si pretende di obbli­garlo a portarsi a Palazzuolo, invece di trovargli una conveniente abitazione in codesta Terra. Se­condo le leggi in vigore, nel tempo in cui non sarà finito il Pretorio, gli spetta un quartiere dove possa tenere la sua abitazione senza alcuno aggravio o spesa. E resto”.
Il Notaro civile Filippo Cioni 15 marzo 1774

Durante la costruzione ci furono delle varianti nel loggiato (che aveva solo cinque archi e non sette come oggi) e si decise di costruire la Torre dell’orologio. Questo fece raddoppiare la spesa. Palazzuolo protestò e chiese di concorrere solo per la quota inizialmente prevista e iniziò così una lite. 

Quando il conto con la spesa raddoppiata arrivò a Firenze, assieme alle proteste di Palazzuolo, il Curatore granducale scrisse questa lettera dura e molto bella al Gonfaloniere di Marradi:
“Ho ricevuto la lettera di vostra Eccellenza datata 30 maggio, e con essa alcuni dei documenti da me richiestili per l’opportuno chiarimento delle ragioni di Codesta Comunità di Marradi in ordine al Palazzo Pretorile e ricevo pure un ristretto di ragioni della medesima Comunità contro quella di Palazzuolo. Tutto questo va bene, ma se non m’inganno credo che ancora qua siano mancanti altri documenti, perché non comprendo come avendo proposto quel Generale Consiglio un disegno che porta alla spesa di 1500 scudi, approvato dal Sovrano con il suo R.D. al dì 23 agosto 1773, si sia poi potuta fare la spesa di 3317 scudi. Io capisco benissimo che oltre alla spesa del divisato disegno vi sarà quella del loggiato, vi sarà quella del Rologio, della Torre e qualche altra cosa, ma se si hanno da fare le giustificazioni ci vuole per questo anco il corredo degli opportuni documenti. Perciò favo­rirà Vostra Eccellenza rimettermi tutto ciò che ci sia in codesta Cancelleria riguardo a questo affare. Vi aggiungerà tutte le decisioni del Consiglio Generale (= il Consiglio comunale) e dei Soli di Seggio (= i Priori, cioè gli assessori), affinché noi vediamo com’ei s’ingegna di sapere il bene e il male per poter fare l’opportuna distinta. Favorisca avvisarmi se il ricorso fatto dai Palazzolesi per l’esenzione di Palazzuolo dalla spesa fu fatto nel 1774 o dopo terminata la fabbrica e se fu fatto prima della terminazione della fabbrica mi invii quel foglio che fu fatto”.
La piazza di Marradi e il Pretorio nel 1822, (catasto Leopoldino).

Anche durante la costruzione c’era stato qualche pa­sticcio e un certo Gaetano Piani si lamentò perché un muro del nuovo palazzo era stato costruito nella sua proprietà. Alla fine il capomastro ammise il fatto e il Piani fu risarcito:
“Io appiè sottoscritto perito muratore, capomastro alla ricostruzione del Palazzo Pretorio accetto la pura e vera verità di aver occupato un pezzetto del cortile di pertinenza della casa del sig. Gaetano del fu Francesco Piani, e di essermi servito di un suo muro d’appoggio e di aver murato una finestra dalla quale si vedeva maggior lume di quella che è stata aperta di nuovo. Io stimo e valuto il danno in 28 monete fiorentine (scudi). In fede io Stefano Mazza affermo quanto sopra

A chi spettava il mantenimento dei nuovi palazzi pretorili sedi di Vicariato? Data l’aspra lite fra Marradi e Palazzuolo il Granduca intervenne perentorio:
La piantina del primo piano del Palazzo Pretorio prima della ristrutturazione del 1773 (clicca sulla piantina per ingrandirla)
“Sua Altezza Reale, volendo togliere ogni dubbio sulla spese di mantenimento dei Palazzi Pretori, si è degnato di dichiarare che dette spese sono considerate ordinarie e toccano alle varie Comunità. Per il caso che un Palazzo Pretorio serva a più comunità, e non si trovi accordo nel riparto delle spese, ogni Comunità concorrerà con un importo pari a quello che ogni anno impegnava per la sua soppressa Podesteria”. Firenze, 6 febbraio 1776

Per attivare il nuovo Vicariato servivano anche le carceri, che erano nel retro del Comune. Perciò nel 1776 da Firenze si volle sapere se le prigioni erano finite e idonee:
“ Desidero sapere da Vostra Signoria (il Gonfaloniere) in quale stato si trovi codesto palazzo Preto­rio e le sue carceri, e se siano abitabili senza pericolo per la salute di chi vi fosse messo. Ella dunque unitamente a codesto Vicario a cui pure scrivo per l’istesso oggetto, si compiacerà di commettere a due periti muratori, al medico e al cerusico condotto una visita in dette carceri e gli farà fare la relazione del loro sentimento. Favorirà di trasmettermi la relazione dicendomi anche quello che ne pensa la Signoria Vostra, che assisterà alla visita. Vorrei un sicuro riscontro per decidere se convenga differire l’apertura del Tribunale del nuovo Vicariato e con sincera stima mi confirmo”. Dalle Legazioni delle Tratte, Firenze, 10 Settembre 1776

Finalmente alla fine del 1776 l’opera ebbe termine e fu inaugurato anche il nuovo orologio da torre, costruito dall’artigiano fiorentino Giuseppe Baggiacchi, che rilasciò questa garanzia:
Io infrascritto, avendo venduto al prezzo stabilito al Magistrato di Marradi un orologio da torre e postolo convenientemente nella nuova torre del Comune, in virtù di ciò prometto e mi obbligo che qualora detto orologio venisse a soffrire, nel corso di anni tre, qualunque alterazione e difetto dell’ arte, di raggiustarlo a tutte mie spese e di rimetterlo nello stato in cui di presente si ritrova e ciò sotto l’obbligo della mia propria persona, eredi e beni e beni de’ miei eredi, presenti e futuri, e che così sia fatto”.
Io Giuseppe Baggiacchi, orologiaio, tutto ciò affermo, In Dei nomine, amen 11 giugno 1776

Fonte Documenti dell’Archivio storico di Marradi, filza degli atti dal 1771 al 1778, come da inventario