Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

martedì 6 luglio 2021

Il Poeta in famiglia

Ricordi su Dino Campana 
di Giovanna Diletti Campana



Marradi nei primi anni del Novecento. La casa dei Campana è quella in primo piano, a sinistra,
con le persiane aperte ad angolo, però la casa natale era poco prima di questa e non esiste più.





Giovanna Diletti Campana detta Gina (1875-1967) era la moglie di Torquato Campana (fratello di Giovanni Campana, padre del poeta). Era originaria di Brisighella, dove i suoi parenti avevano una fabbrica di inchiostro di china. Quando scrisse i ricordi che sono qui di seguito era già molto anziana e lo fece per lasciare a suo figlio Lello un ricordo del poeta. Leggiamo che cosa ci dice:

 … Dino nacque a Marradi il 20 agosto 1885, alle ore 14,30 nella casa di proprietà dell'ing. Vincenzo Mughini. Sua mamma, Francesca Luti detta "Fanny" (1857 - 1925) essendo allora sposa giovane, non sapeva fasciarlo, usava allora, ed era una barbaria, di fasciare i piccini da sotto le braccia fino ai piedini e richiedeva certo un po' di abilità. Supplivano per lei Marianna e Barberina Bianchi, due zitelle che abitavano allo stesso piano. Barberina era levatrice e così si può ben dire che fu allevato da loro. Dino si affezionò a loro e loro a Dino.

Dopo qualche anno nacque Manlio (1888), Io conobbi Dino durante il mio viaggio di nozze, era allora nel collegio dei Salesiani a Faenza, avrà avuto 11 o 12 anni. Andammo a trovarlo mio marito ed io, era a ricreazione e venne da noi in parlatorio, tutto sudato, teneva in mano il frustino e la trottola. 


Il collegio dei Salesiani di Faenza nel 1897


Anche i maestri dei Salesiani lo giudicavano di grande ingegno, ma era uno scarabocchione disordinato. Dopo la nascita di Manlio (Ninni), il cocco Dino passò in seconda, o per meglio dire in terza linea.

Ninni sempre Ninni e solo Ninni. Marianna ancor più che Barberina si era affezionata a Dino. Quando veniva in casa per la questua della Chiesa mi chiedeva: "Come vanno su?" e si sfogava con me. Si ha da vedere un povero figliolo che quando escono per il passeggio la mamma gli dice: "Tu Dino vai sulla strada di Palazzuolo, noi si va per altra via. Quel noi era Fanny e Manlio. E gli abiti? Colla cosa che era disordinato egli aveva sempre i più brutti, o gli scarti del babbo e quando era lusso erano quelli provenienti da B. Cominciò a viaggiare e molte tappe le faceva a piedi, non aveva mai posto fermo, pareva un'anima in pena. Un giorno all'estero, non ricordo dove, passavano due signori, marito e moglie, pezzi grossi. Lui Dino corse ad abbracciare l'avvenente signora. Successe un putiferio, e stette in prigione diversi giorni e fu liberato grazie all'intervento di Cecchino (Francesco Campana zio di Dino) allora Procuratore del Re (a Pisa e a Firenze). Un'altra volta a La Verna portò via la borsetta a una signora. 


Orticaia, podere della parrocchia di Gamberaldi


Egli stava molto a Orticaria, noi avevamo allora una modesta villetta in campagna al Corno, e per andare a Orticaria egli passava davanti alla nostra. Una volta si fermò e stette a desinare da noi. Fu tanto allegro e di buon umore che se ne andò via di mala voglia. Lo vidi allontanarsi mesto e zoppicante era in quel periodo che ebbe male a una gamba (novembre 1915). 


... Lo vidi allontanarsi mesto e zoppicante ...


Quando decise di andare in America il padre non si fidò a dargli i denari del viaggio e pregò lo zio Torquato di andare con Dino ad accompagnarlo fino a Genova. Lo zio accettò e quando furono a Genova Dino disse di andare in un posto e si assentò. Combinarono di trovarsi al porto. 


Il Porto di Buenos Aires nei primi anni del '900


Ma le ore passavano e Dino non si vedeva, si può immaginare l'ansia e la pena del povero Torquato perché il bastimento stava per partire. Finalmente arrivò Dino proprio in tempo per salire. In America fece un po' tutti i mestieri da mozzo a tanti altri. Quando ritornò dall'America marinaro, aveva una larga fascia colore azzurro legata alla vita era bello e molto allegro.


Le liti con la mamma erano assai frequenti, forse era incomprensione dall'una parte e dall'altra. Dino era geloso e questo è indubbio, certo è che egli cercava invano nella mamma l'affetto del nome di mamma! Intelligente come era ben si avvedeva delle differenze che la mamma faceva fra lui e il fratello. Le moine tributate a quest'ultimo e gli improperi a lui diretti.

Sembrava rustico ma spesso fermava Mimma (Maria Soldaini Campana cugina di Dino) e per fare una carezza la prendeva per il collo e la sollevava di peso. Una volta intervenni e gli dissi: Dino non fare così può essere nocivo. Dimenticavo scrivere che finché vissero le due vecchiette non passava giorno senza che non andasse a trovarle. In seguito la famiglia di Dino si trasferì nella casa di via Pescetti, nella casa del nonno dove visse finché ammalò di mente. Il babbo (Giovanni Campana 1854 - 1926) che io ricordo non andò mai a trovarlo a Castel Pulci, non gli reggeva il cuore ma la mamma si andava. 


E quando accusava qualche male Dino diceva che l'avrebbe guarita lui per mezzo dell' elettricità, aveva lui diceva il modo e il mezzo per guarire l'intera umanità. Questo negli ultimi tempi. Era questa la sua idea fissa, e dava spiegazioni da incantare. Nel sanatorio non mangiava con gli altri ammalati, ma bensì con i dottori e superiori che se lo contendevano perché sapeva di tutto, conosceva tutto e la sua conversazione era ambita.

 

Fonte: Souvenir d’un pendu, Carteggio 1910 – 1931 a cura di Gabriel Cacho Millet Edizioni Scientifiche, Napoli.

mercoledì 30 giugno 2021

Gli attentati a Umberto I di Savoia

La fine tragica 
del secondo re d'Italia
ricerca di Claudio Mercatali


Umberto I

Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento il Movimento anarchico di tutta Europa era attivissimo e gli attentati erano frequenti. In Italia il re Umberto I subì tre aggressioni e l’ultima gli fu fatale. Il 17 novembre 1878 a Napoli avvenne la prima: era in una carrozza scoperta, con la regina e il figlio che si stava facendo largo tra due ali di folla.



All’improvviso l’anarchico Giovanni Passannante lo aggredì con un coltello gridando: «Viva Orsini, viva la repubblica universale». Lo colpì di striscio a un braccio e un ufficiale dei Corazzieri della scorta ferì l’attentatore con la sciabola.

Clicca sulle immagini se le vuoi ingrandire



Il secondo attentato

Che cosa deve fare un padre se si accorge che il figlio sta per accoltellare qualcuno? Questo era il dilemma del sig. Acciarito, che nell' aprile del 1897 si accorse che suo figlio preparava un attentato contro il Re Umberto I di Savoia. Alla fine decise di andare alla polizia e le cronache dell'epoca raccontano che:

"... Consapevole delle idee del figlio, e del fatto che il 22 aprile Umberto I avrebbe presenziato alle corse ippiche sull' Appia, organizzate in occasione del ventinovesimo anniversario del suo matrimonio con la regina Margherita, il padre si recò presso la Polizia e avvisò di stare pronti a fronteggiare un attentato al re in quella occasione.




Ciò nonostante Pietro Acciarito era in mezzo alla folla che salutava l'arrivo del sovrano all'ippodromo, e riuscì ad avvicinarsi armato di coltello alla carrozza reale. Il Re, notata l'arma, schivò il colpo e rimase quasi illeso. Acciarito si allontanò con calma e nella confusione seguita al suo gesto, fu fermato solo dopo circa 50 metri. Umberto, non volendo apparire scosso dall'evento, assistette alle corse come da programma".


Il fatto destò viva impressione nell' opinione pubblica e fu riportato con risalto anche nella stampa locale. Ecco qui accanto le reazioni dei marradesi all'episodio.



In ogni paese ci fu sdegno per il fatto e iniziative di solidarietà per la Casa Reale: convocazioni straordinarie dei Consigli Comunali, messe di ringraziamento per lo scampato pericolo, telegrammi agli Aiutanti di campo del Re.



Il terzo attentato

Il 29 luglio 1900 Umberto I era a Monza per un concorso ginnico e attraversava la folla festante. Di solito portava una maglia di ferro protettiva sotto la camicia, ma quel giorno era caldo e non la indossò. Il sovrano si intrattenne per circa un'ora, era di ottimo umore. Mentre la folla applaudiva e la banda intonava la Marcia Reale l'attentatore, Gaetano Bresci, sparò tre colpi di pistola. 



I carabinieri si scagliarono su Bresci, che non oppose resistenza e lo arrestarono, sottraendolo al linciaggio della folla. La carrozza giunse alla reggia di Monza, ma il re era morto. Fu sepolto nel Pantheon accanto al padre e il 13 agosto diventò giorno di lutto nazionale. 

Bresci fu processato il 29 agosto e condannato all'ergastolo. Il nuovo re Vittorio Emanuele III, gli concesse la grazia (per il regicidio c'era la pena di morte). Bresci morì il 22 maggio 1901 in condizioni dubbie: fu trovato impiccato nella sua cella.





L'impressione fu enorme in tutta Italia e Vittorio Emanuele III diede la notizia ufficiale della morte di suo padre e della sua ascesa al trono con questo manifesto, da affiggere in tutti i comuni. Questa è la copia conservata nell'Archivio storico di Marradi.


... Italiani! Il secondo re d'Italia è morto ...






L'Amministrazione di Marradi fece stampare la carta intestata listata a lutto e nell'archivio storico del Comune gli atti di questi mesi sono tutti bordati di nero.

Il quell'anno erano state completate le nuove scuole elementari del capoluogo, intitolate a Giovanni Pascoli ma note anche come "scuole umbertine" perché il re aveva concesso un finanziamento per costruirle. La via di fronte all' edificio venne chiamata via Umberto I e solo di recente ha cambiato nome in Via Castelnaudary, il paese della Francia gemellato con Marradi.





Il sindaco di Marradi mandò le sue condoglianze al Prefetto, che rispose con questa lettera ..





giovedì 24 giugno 2021

Le stelle dell'Orsa Maggiore

Una occhiata a una costellazione 
molto importante
ricerca di Claudio Mercatali


L'Orsa Maggiore (sul dorso e nella coda dell' animale) nel Catalogo Uranometria (1603).


Questa è una costellazione famosa e tutti l’hanno sentita rammentare. La sua posizione è a nord e quindi per vederla bisogna guardare a settentrione. Assomiglia a un carro da buoi o a un mestolo o al carrello del supermercato. Gli antichi romani la chiamavano Grande Carro perché le sue sette stelle disegnano il profilo del carro trainato dai triones, dai pazienti bovi. Da questo viene la nostra parola settentrione, che indica il nord.



Karl Philips Spierincks: Giove e Callisto

Allora perché i Greci la chiamarono Orsa Maggiore? Secondo la mitologia Giove si era invaghito della ninfa Callistòs (= bellissima) e Giunone era gelosa e la cercava per ucciderla. Quando lei era in pericolo Giove la tramutava in un’orsa, e così la confondeva con gli altri animali della foresta delle ninfe. Però Giunone si rivolse a Diana, la dea della caccia, che non poteva essere ingannata con questo trucchetto, e lei la trovò e la uccise. Giove per ricordarsela sempre la proiettò nel cielo in mezzo a un gruppetto di sette stelle che non tramontano mai e sono appunto quelle dell'Orsa Maggiore, che noi abbiamo la comodità di vedere in ogni mese dell’anno.

La scienza ci riporta con i piedi per terra e ci dice che questa costellazione, come tutte le altre, in realtà non esiste e le stelle sembrano disegnare una figura ma in realtà sono a diversa distanza rispetto a noi e quello che vediamo è solo un effetto della prospettiva.




Superiamo questa delusione e torniamo agli astronomi antichi, che diedero il nome ad ogni stella: secondo l’uso greco la prima, quella in fondo al carro, si chiama Alfa Ursae Maioris (Alfa dell’Orsa Maggiore) alla quale fanno seguito beta, gamma, delta, epsilon zeta, eta. Gli astronomi arabi dell’ anno Mille furono più eleganti e diedero ad ognuna un nome proprio: Alfa Ursae Maiors è Dubhe, beta è Fegda, e poi Merak, Megrez e Alioth. La penultima è Mizar, una stella doppia, cioè accompagnata da Alcor, una stellina lì vicino. Nel cielo terso del deserto, con l’aria secca e al buio completo chi riusciva a distinguere le due stelle aveva la vista perfetta. L’ultima è Alkaid, la timoniera, quella che sta alla barra dov’è aggiogato il bue, oppure al manico del carrello del supermercato, se avete preso a riferimento questo veicolo. La parola ha la stessa radice di Al Kaida, il nome dell’organizzazione terrorista araba che si propone appunto come guida per il mondo islamico.

Torniamo agli astronomi moderni: le indagini sulla natura della luce che ci mandano queste stelle, dicono che: 

Alioth (ε epsilon) è la più luminosa, di colore bianco.
Dubhe (α alfa) è gialla e si trova a 124 anni luce da noi.
Alkaid (η eta) è azzurra, a 101 anni luce da noi.
Mizar (ζ teta) è bianca e fa coppia con Alcor.
Merak (β beta) è bianco - azzurra.
Fegda (γ gamma) è bianco - azzurra.
Megrez (δ delta) è bianca, la meno luminosa.

Così apprendiamo che le stelle possono avere diversi colori, sono più o meno calde, più o meno giovani e più o meno lontane.


Queste quattro caratteristiche non si colgono ad occhio nudo e gli antichi, greci o arabi, considerarono le stelle sempre bianche, anche se più o meno brillanti. Per tutti loro l’Orsa Maggiore serviva a trovare il nord, per navigare o per spostarsi nel deserto. La stella Polare fa parte dell’Orsa Minore, una costellazione vicina e poco evidente. E’una stellina qualsiasi e per trovarla bisogna immaginare di unire con un segmento Merak con Dubhe e di prolungarlo quattro o cinque volte. In questo modo si attraversa una porzione di cielo dove non ci sono stelle evidenti e la prima che si incontra è la Polare. 


La sua posizione è fondamentale, perché si trova nel prolungamento dell’asse terrestre e quindi è sempre nella stessa posizione ad ogni ora della notte. Invece tutte le altre stelle percorrono un cerchio più o meno ampio. Così ad una certa ora l’Orsa Maggiore può avere la posizione di un mestolo appoggiato su un tavolo, oppure appeso a una parete o a rovescio.