Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

giovedì 11 luglio 2013

La storia secondo Sibilla



La relazione con Dino Campana
raccontata dalla Aleramo
ricerca di Claudio Mercatali



Sibilla Aleramo lasciò per testamento al Partito Comunista Italiano la raccolta delle sue lettere, che ora sono custodite all'Istituto Gramsci di Roma. L'Archivio Aleramo comprende migliaia di lettere, manoscritti, appunti, il testamento e una rassegna stampa di quanto è stato scritto su di lei.
In uno di questi documenti essa racconta la sua relazione con Dino Campana:



[...] A Firenze, settimane prima, avevo sentito parlare, forse da Franchi, di uno strano volumetto: Canti Orfici, pubblicato in veste meschina a spese dell'autore Dino Campana. L'avevo portato con me in campagna. Lo lessi, ne rimasi abbacinata e incantata insieme, tanto che scrissi al poeta alcune parole d'ammirazione. Egli mi rispose, una bizzarra cartolina. Abitava anche lui in quel momento nel Mugello, nel suo paese nativo, Rifredo (... Marradi). Vi fu uno scambio epistolare, dopo di che ci incontrammo a Barco, un gruppetto di case ad un valico dell'Appennino Toscano. 
L'amore divampò, in un delirio selvaggio. Campana era già pazzo, già stato rinchiuso due volte per qualche settimana in manicomio, ma io non volevo crederlo tale, e nei primi tempi, per tutto il mese anzi che passai con lui lassù, in una località detta Casetta di Chiara (... Tiara), egli fu, pur in mezzo a mille stravaganze, molto tranquillo, dolcissimo innamorato come un bimbo.
Diceva di non esser più capace di scrivere, ma non pareva soffrirne. Progettava, per l'inverno, di impiegarsi, di lavorare, di vivere con me e per me. Eravamo felici. Scrissi "Fauno".

 
Ma appena sceso a Firenze, a settembre, incominciarono a manifestarsi segni gravi di squilibrio. Tutto il mio passato lo ingelosiva atrocemente. Volle che andassimo a nasconderci a Marina di Pisa; presi a nolo tra la pineta e il mare una villetta ("ove si disse vi che aveva abitato anche G. D'Annunzio"), ove si rimase solo pochi giorni, egli cominciò a dare in escandescenze, a far scene violente, sino a battermi e a sputarmi in viso. Spaventata, disperata, fuggii a Firenze, dalla Castiglione, dove venne a trovarmi Emilio Cecchi, che mi vide con un occhio pesto, e mi scongiurò di rompere ogni rapporto con Dino, se non volevo perdermi. Ma io l'amavo troppo ancora. Tornai a Marina di Pisa, si andò assieme ai Bagni di Casciana, dove io iniziai una cura di acque calde, ma anche là egli ebbe manifestazioni paurose sin che lo persuasi a partire, ad aspettarmi presso Firenze, da un'amica svedese che affittava stanze, presso Settignano. Là lo raggiunsi, e si visse sino al dicembre, in una alternativa quotidiana e notturna di violenze e disperazioni, che mi rendevano a mia volta folle. Tornai in città, presi una stanza sopra al Ponte di Santa Trinità, chiesi aiuti di denaro per lui a gente ricca. Egli giungeva, ripartiva, scriveva pentito, implorava perdono e amore. Giunsi ad un tale stato d'esaurimento e di panico, pur col cuore gonfio di pietà e di passione, che mi rifugiai, senza dargli l'indirizzo, presso un'altra amica mia ch'egli non conosceva. Gli scrissi supplicandolo di eseguire il progetto di recarsi in montagna, un luogo delle Alpi piemontesi ov'era già stato, mi pare, e lá cercar di ritrovare salute e calma.


Così finalmente fece, e io tornai alla stanza sull'Arno, ma ero disfatta da quei brevi eterni mesi di martirio. Passai tutto l'inverno cosi, squallidamente, attendendo le rade lettere di Dino, aggrappandomi alla speranza d'una guarigione che nel fondo di me stessa sapevo impossibile ormai. Lavoravo alle traduzioni per l'Istituto Francese meccanicamente, e a qualche strofa del Passaggio (v. il cap. Il silenzio e qualche brano inserto nel II).

In aprile ebbi da mio padre l'annunzio della morte di mia madre, avvenuta nel Manicomio di Macerata, dopo oltre vent'anni di reclusione.
La guerra continuava. Franchi era anche lui partito per il fronte. Franchi che aveva sopportato con infinita abnegazione l'esser sacrificato all'amore per Campana, e portò la ferita in sé per innumerevoli anni. Vedevo qualche volta la de Blasi, la Castiglione, Padre Pistelli, i Luchaire. Tutto è avvolto in una nebbia dolente nel ricordo.
A giugno andai a Milano, per qualche settimana. (Credo m'abbia raggiunta là la notizia della morte di Boine. L'estate prima in Mugello avevo avuto quella della morte di Boccioni soldato). Mi trovavo con i Tallone, non ricordo se Teresa si era già sposata con Somarè.


Cesare Tallone, pittore, 
e alcuni suoi quadri.


Vidi i Gonzales. (Michele e Rebora erano al fronte). Ebbi da essi l'indicazione d'un alberghetto alpino ove passar l'estate: Ca' di Janzo, in Val Sesia. Arrivai là, sola, per San Giovanni. Tutta questa fine di giugno fu soleggiata e dolce. L'alberghetto era vuoto, io sola pensionante. Trovai finalmente un po' di distensione ebbi un po' di requie.




Cà di Janzo


Scrissi la fine del capitolo Le carovane, e tutto quello della Favola. Leggevo Sofocle e Pindaro. Campana non mi scriveva più, doveva aver lasciato le Alpi ed esser ridisceso in Toscana. Cominciavo a rinunciare alla speranza di rivederlo e riaverlo e agire sul suo destino.
Verso la metà di luglio l'alberghetto si popolò di gente tranquilla. Poi ad agosto giunse Luchaire, con la sua seconda moglie, un'italiana, e il loro bimbetto di tre anni. Si fecero gite assieme (una al Col d'Olen, dinanzi al Monte Rosa, dove pernottai e scrissi la breve lirica Orgoglio). Poi essi ripartirono e io tornai a settembre a Milano.
Là, all' Hotel Manin, ebbi un telegramma di Campana, da Novara, che mi supplicava di andarlo a visitare alle Carceri di quella città. Sgomenta, mi feci dare dall'avv. Gonzales una lettera di presentazione per il Procuratore del Re di Novara e accorsi. Campana era stato arrestato per vagabondaggio e insufficienza di documenti, ecc. Il suo aspetto l'aveva fatto prendere per un tedesco.
Ottenni di rivederlo attraverso le sbarre. Egli singhiozzava, mi chiamava Rina, Rina, mi baciava le mani fra i ferri. Fuggii. Ebbi dal Procuratore la promessa che sarebbe stato liberato. Qualche mese dopo seppi da Cecchi che era tornato in Toscana, e là rinchiuso in manicomio, dove morì 14 anni dopo [...].



sabato 6 luglio 2013

Prigionieri alle falde dell'Himalaya


I ricordi di Enzo Barzagli
ricerca di Silvana Barzagli



L'Italia entrò in guerra il 10 giugno 1940 quando ormai la Francia era stata invasa dai Tedeschi e sconfitta. Pareva che il conflitto dovesse durare solo poche settimane e Mussolini ordinò un' avanzata dalla Libia verso l'Egitto, per poter vantare qualche successo al momento dell' armistizio. 
Però gli Inglesi non avevano la benché minima intenzione di arrendersi, passarono alla controffensiva e travolsero l'armata italiana d'Africa guidata dal generale Rodolfo Graziani facendo 130.000 prigionieri che furono spediti nei campi di prigionia in India, dove rimasero cinque o sei anni.



Fra questi c'era Enzo Barzagli e sua figlia Silvana ricorda così il racconto di suo padre:



"Mi piacerebbe scrivere un libro sulla mia prigionia, ma farei un doppione di "Reticolati sotto le stelle" di Omero Taddeini, il mio compagno di baracca a Yol in India, alle falde dell' Himalaya."



Poi cambiò discorso, sino a che eravamo adolescenti ci raccontava, diventati tutti adulti non ne fece più parola. Quando nel 2000 ci ha lasciato, a me toccano le "carte" incartate per una decina di anni sino a poco tempo fa.

Scarto articoli di "Gente", ritrovo cartoline delle principali città libiche Derna - Barce - Tobruk - Tripoli.




Qui accanto: Un marabutto (una tomba a cupola di un uomo venerabile) 
  A destra: Il palazzo del governatore 
italiano della colonia, a Tripoli.



 
 





L' attestato di Capitano arrivato nell' 1988, la foto del suo Battaglione (sotto), della sua batteria (a sinistra), e la motivazione per la croce al merito di guerra. Dal suo Stato Matricolare il 16 marzo 1939, (foto qui sotto) risulta imbarcato a Napoli sottotenente, sbarcato a Bengasi al 158° Rgt.Ftr "Liguria" sino al 01.09 1939.



 

 
Trasferito all' VIII Btg. Libico Porto Bardia. Tenente dal 1/10/1940, l' 11.12.1940 viene catturato prigioniero dagli Inglesi a Sidi El Barrani, e rimpatriato il 30.11.1946.
 Questo è tutto quello che appare dallo Stato Matricolare, ed unito a questo, di suo pugno, un elenco di "Ricordi" che vado a trascrivere testualmente:
 

- 1940 Cattura (P.O.W) - dentro una gabbia.
- 1941 Egitto: Bardia  e Tobruk.
- 1942 Traversata in nave (Suez - Mar Rosso - Golfo di Aden).
- 1942 Arrivo in India al porto di Bombay.


 
 

 
















Poi in treno, il "Cashmir Express (foto qui accanto) - fermate: Bangalore - Dharhansala - Kugnara - Kasba - Yol, campo con reticolati e baracche piene di avvoltoi.







1942/1943/1946 prigionia al Campo di Yol, (foto) alle falde dell' Himalaya.
- 1946 partenza per Pathankot nel Punjab per il rimpatrio.
 - 1946 arrivo a Napoli il 30.11.1946 accolti da risate e sputi!!!!
- Arrivo a Marradi il 6.12.1946.

 







Sopra: le baracche del campo 
di concentramento

A sinistra: la scuola per i bambini 
indiani gestita dai prigionieri italiani



Ora i miei ricordi dai suoi racconti al Campo di prigionia di Yol: "un milione di eroi armati solo di speranza"

"Io ero nel campo degli ufficiali ed i generali avevano deciso d' intesa con gli inglesi che ci saremmo autogestiti, e così fu, sino a costruirci la radio clandestina ed ad aprire un Centro studi con gran parte dell' Università italiana prigioniera"


 

"Ci perquisivano continuamente, ci perquisivano anche gli animi"


"Lo sport ci aiutò a sopravvivere"
"Un esile filo ci legava all' Italia: la posta".












lunedì 1 luglio 2013

L'osteria di Angiolo Cappelli

Nei ricordi delle figliEde e Giovanna.
di Luisa Calderoni





L’osteria di Angiolo Cappelli, prima della guerra che la distrusse in gran parte, si trovava in Via Celestino Bianchi, proprio sotto la dimora familiare. Angiolo lavorava in Ferrovia, in Romagna, come " Guardia merci", ma nel 1933, utilizzando l'esborso di fine lavoro e parte della dote della moglie, decise aprire un'osteria.


Angiolo Cappelli e la futura moglie Maria Antonia Bassetti (1911)
La licenza era infatti intestata alla moglie Maria Antonia come risulta dai seguenti documenti custoditi nell'Archivio Storico del Comune di Marradi.











 











































 Angiolo Cappelli (il secondo da sinistra) davanti alla sua osteria in via C.Bianchi.

La licenza concessa a Maria Antonia Bassetti in Cappelli permetteva, secondo i ricordi di Ede e Giovanna, la mescita di Vin Santo, Vermouth, China Martini e vino rosso. Angiolo continuò ad esercitare questa attività in via Celestino Bianchi anche dopo la precoce morte della moglie.
L’osteria, composta da due stanze, una sul davanti e l’altra dietro, era decorosa ed elegante. Scarsi sono i ricordi delle due sorelle circa l’aspetto della prima stanza, ma ricordano con accuratezza la seconda sala.


Un quartino e un quintino salvati tra le macerie




Una sedia e un panchetto salvati dalle distruzioni

Le pareti della stanza sul retro erano ornate da 4 grandi quadri, elegantemente incorniciati, rappresentanti scene d’opera: Carmen, Cavalleria Rusticana, Tosca…
Le 4 cornici e il dipinto con la scena della "Carmen" sono stati recuperati tra le macerie della casa che fu minata quando i tedeschi si ritirarono dal paese di fronte all'avanzata degli Alleati.





La sala conteneva alcuni tavolini da gioco, piccoli e di forma quadrata, a disposizione degli avventori ed era scaldata da una stufa di cotto a 2 piani su cui i clienti, in inverno, mettevano a scaldare i bicchieri di vino.

Stufa in cotto della Ditta Becchi di Forlì


La domenica pomeriggio sei notabili del paese, accompagnati da un poveretto del paese, tal Fiorentino, che era da loro aiutato, si recavano regolarmente all’osteria che era sempre piena e venivano ospitati in una stanza privata dell’abitazione di Angiolo.
Qui, lontano, da occhi indiscreti, trascorrevano il pomeriggio bevendo un fiasco di vino e giocando a carte, forse a soldi…
Poiché erano in sei e mentre quattro giocavano, gli altri due facevano gli "angolisti" stringendosi scomodamente intorno al piccolo tavolo da gioco, uno dei notabili decise di far trasportare nella stanza di Angiolo un bel tavolo di noce della fine del '700-inizio '800, di forma ellittica e munito di tiri, decisamente più comodo. Dopo il primo bombardamento di Marradi, il tavolo fu portato via e si salvò dalla distruzione. Quando Angiolo riaprì l'osteria in Piazza Scalelle volle restituire il tavolo al legittimo proprietario che però non lo volle indietro. Così il tavolo rimase nell'osteria fin quando Angiolo continuò questa attività e oggi fa bella mostra di sè nel salotto di Giovanna e Ede Cappelli.


Il tavolo in noce usato dai notabili marradesi nell'osteria di Angiolo


Dopo la guerra infatti Angiolo riprese la sua attività di oste in un locale sito in via Fabbrini. Niente a che vedere con la precedente osteria di via Celestino Bianchi: questa era una semplice mescita in cui il vino veniva direttamente spillato dalla damigiana ai bicchieri degli avventori.
Dopo pochi mesi Angiolo si trasferì in Piazza Scalelle, dove fino a pochi anni fa si apriva la bottega di telerie di Dante Miniati.
Qui Angiolo Cappelli rimase fino all’apertura della bottega di stoffa e poi si trasferì nei locali dell’ex latteria.
Nel 1953 Angiolo, all’età di 72 anni, cessò definitivamente l’attività e nel locale fu aperta una latteria che poi passò alla famiglia Lombardi.



Via Celestino Bianchi vista dalla strada per Palazzuolo