Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

lunedì 7 agosto 2017

La Littorina

Il treno più famoso
della linea Faentina.


 
Che cos'era una Littorina? Per chi ha una certa età (oltre i 60 anni) questa è una domanda con una risposta ovvia: era il treno, di colore marroncino, diesel, che aveva sostituito le locomotive a vapore nella nostra linea Faentina.
Gli esperti in cose ferroviarie ci spiegano che, a voler essere precisi, il nome “Littorina” venne coniato nel 1932 quando Mussolini fece visita alla città di Littoria, oggi Latina, giungendo su una ALn (Automotrice Leggera a nafta). Quel termine rimase poi nell’uso popolare, esteso a tutto il materiale rotabile leggero, anche a trazione elettrica.
Dunque la risposta alla domanda di prima è meno ovvia di quello che sembra e, a seconda delle linee, ci sono Littorine FIAT, Ansaldo, e OM di vari modelli. Anche oggi nelle automotrici che ogni tanto fanno servizio nella nostra linea quando il moderno treno Alstom Minuetto  è in manutenzione c'è scritta, su un fianco, la sigla Aln 668 seguita da un numero di matricola, che sarebbe una specie di targa. Però per noi, anziani pendolari della Faentina, la classica Littorina è la OM 772 che si vede nella foto qui sopra.

Queste motrici diesel entrarono in servizio agli inizi del 1934 e fu un evento commentato anche dalla stampa. In effetti il servizio migliorava sensibilmente, per i tempi di percorrenza e perché i viaggiatori arrivavano a destinazione senza essere affumicati.

 Nel Messaggero del Mugello leggiamo che:
"... ci viene assicurato che il percorso Borgo S.Lorenzo - Firenze sarà coperto in appena trenta minuti ...".

Non era vero, però i vantaggi furono enormi lo stesso. Come stavano le cose prima dell' entrata in servizio delle Littorine?
Ecco qui di seguito gli orari della Faentina, dall' inaugurazione (1893) fino al 1957, quando il servizio era coperto dalle OM 772 che vediamo in questa foto.

















Anno 1893 Il primo orario
della ferrovia Faenza - Firenze






Prima della ferrovia per andare a Firenze si poteva prendere la diligenza di Giovan Battista Neri, il mercoledì e la domenica.





 

 

A destra: l'orario del 1910








L'orario estivo
del 1933









L'orario
invernale
1933







 
 
L'orario
del 1957
 
 

martedì 1 agosto 2017

Uomini visti

Giuseppe Ravegnani
parla di Dino Campana

ricerca di Claudio Mercatali



Giuseppe Ravegnani, romagnolo di S.Patrignano (Rimini) conobbe Dino Campana.
Giornalista e direttore della biblioteca Ariostea di Ferrara scrisse diverse cose sul nostro poeta. Questa che segue è la cronaca del suo incontro con Campana a Ferrara, un giorno dell' agosto 1915. Sentiamo come lo racconta:

... Finalmente me lo vidi capitare a Ferrara, e fu quello il nostro primo incontro, che merita un po' di cronaca.




Era un pomeriggio afoso di fine agosto. Il mio studiolo, nonostante aprisse una gran finestra sul giardino e sull'orto, era una specie di fornace accesa; e io stavo boccheggiando in maniche di camicia, con un libro sui ginocchi, stordito da quel caldo che quasi bruciava la pelle. Un po' appisolato com'ero, non avevo sentito mia madre entrare e avvicinarsi alla poltrona, su cui riposavo.

 "C'è lì fuori" disse mia madre tutta allarmata "uno strano tipo, una strana faccia, che domanda di te ..."    Chi è? domandai.
"Non lo so. Non lo conosco. Non mi ha detto il nome. Ha detto solo che è un tuo amico".
Va bene. Fallo passare.
"Ma che razza di amici ti sei messo dattorno ... Sarà certo qualche scroccatore ..." aggiunse mia madre, voltandomi le spalle.


Di Campana uomo molto si è scritto, lavorando di fantasia. Chi lo ha detto bello come Shelley, scomposto come Dioniso, spettinato come Verlaine. Altri lo hanno paragonato a un brigante" a un frate camaldolese, a un tedesco spiaccicato, a uno scampaforche, a un fauno dorato", a un Giove ubriacone, a un "giramondo che, parlando, cantava come un fringuello" e chi più ne ha più ne metta.

 Insomma poète maudit; e per dargli come tale l'aureola di rito, gli hanno fatto fare una trentina di mestieri, alcuni veri, altri inventati. Il vero Campana era diverso.


Dunque, uscita mia madre, dopo un attimo entrò un ragazzone, dagli occhi chiarissimi, di un celeste che sfumava nel grigio, i capelli di un biondo caldo, la pelle del viso tesa e stillante di sudore. Indossava un abito sgualcito; la camicia aperta sul petto: le scarpe ricoperte di polvere. Appena mi vide, tese il braccio in un gesto un po' ieratico e un po' teatrale: Tu sei Ravegnani? Domandò e senza darmi tempo di rispondere, cominciò a declamare con voce dolce, con pronuncia pulita, leggermente venata dalle cadenze della sua terra:

Non so se tra le roccie il tuo pallido
Viso m'apparve, o sorriso
Di lontananze ignote.
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora della Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina ...

 A quei versi balzai in piedi: Campana! dissi, allegro e meravigliato. "Si, Campana. Vengo da Bologna in bicicletta per trovarti. Un accidente di caldo" e mi gettò le braccia al collo.


 Cominciammo a parlare. Dino si gettò su una sedia, accanto alla finestra. Io lo guardavo contro la luce bianca che veniva dal giardino. C'era attorno a lui una specie di leggenda, quasi un mito: i suoi vagabondaggi, i suoi mestieri, le sue stranezze, le sue ire, la sua poesia. Invece, lì davanti a me, il tronco solido, il viso aperto, non c'era che un ragazzone dall'aspetto trasandato e innocente, lo sguardo puro, un sorriso tranquillo sulle labbra sane.




Le parole che diceva erano discrete, rotte da silenzi. A tratti scattava in piedi, si muoveva per la stanza, si fermava a guardare i libri dentro la scansia. Il colloquio andava avanti a strattoni, ma niente c'era in lui di difficile, di bizzarro, di annebbiato, di ribelle. Dopo i primi momenti, dopo le prime parole, lo vidi più taciturno che loquace, più pensoso che estroso; e appunto il suo carattere doveva essere così, temperante, indulgente, bonario.

Ma assai diverso mi apparve non appena cominciammo a girare per le belle strade di Ferrara, piene di armonia e di colori. Sembrò stuzzicato da qualcosa di bollente, di intemperante: una specie di felicità vertiginosa cominciò a battergli il corpo, ad accendergli le parole.

Camminava a lunghi passi in mezzo alla strada, parlando ad alta voce, e muovendo le braccia per l'aria come ali di mulino. La gente lo guardava, specialmente le donne, che a Ferrara sono belle, d'una bellezza pesante di sensualità. Campana se ne accorse; e ogni tanto a quegli sguardi, mi strizzava l'occhio felice: "Le ferraresi sono belle, granite ..." andava ripetendo. Poi, più ragazze vedeva, brune, bionde, e più forte declamava i suoi versi, che sembrava li offrisse a quegli incontri: " ... matrone di Spagna, dagli occhi torbidi e angelici, dai seni gravidi di vertigine ... o Siciliana proterva opulenta matrona a le finestre ventose del vico marinaro ... la rosabruna incantevole, dorata da una chioma bionda ...". Io cercavo di frenarlo, richiamandolo alle bellezze cittadine, al color rosso delle case ferraresi, al ricco splendore delle antiche chiese, al dolcissimo concerto delle campane, che riempivano l'aria azzurra della prima sera. Dino un po' mi ascoltava serio, faceva si col capo, si fermava a osservare ora una finestra ora un cornicione di cotto; ma appena una donna lo guardava, come balzando mi prendeva un braccio, stringendomelo fino a farmi male: "Oh! Hai visto! Opulenta! Imperiale! Notturna colomba! Ecco la poesia! Nasce in quest' aria!".




Il duomo di Ferrara



Più tardi, come arrivammo in piazza del duomo, e la facciata meravigliosa apparve, chiara contro il cielo notturno, le trine dei marmi splendenti, Dino si gettò nel mezzo e gesticolando ripeté ad altissima voce, una due volte: "La sera si veste di velluto, la sera si veste di velluto ...". E rideva felice. La gente si fermò a guardarlo. Ma davvero era una sera bellissima, piena di stelle e di fuoco.


mercoledì 26 luglio 2017

Il papa Giulio II passa da Marradi

Un complicato percorso per andare
da Forlì a  Bologna
ricerca di Claudio Mercatali

 Giulio II

Il papa Giulio II fece costruire S.Pietro e affrescare la Cappella Sistina. Passò da Marradi nei primi anni del Cinquecento, unico papa passato qui da noi, ma la sua non era una visita pastorale.
Per capire di che cosa stiamo parlando serve una breve premessa storica:

Nel 1503 Bologna e parte della Romagna erano occupate dai Veneziani che avevano profittato della debolezza dello Stato Pontificio.
Il nuovo papa Giulio II voleva ripristinare il governo della Santa Sede e con una brillante operazione le forze armate pontificie riuscirono ad entrare a Bologna.
Giulio II preparò anche un piano per cacciare i Veneziani da Faenza e dalla Romagna, occupata nel 1503 alla morte del suo predecessore papa Alessandro VI.
Siccome il Doge si rifiutava di ritirare le truppe, il papa si mise d' accordo con i Francesi e l' Imperatore.
Si era formata la famosa Lega di Cambrai contro la Repubblica di Venezia. Nel 1509 con la battaglia di Agnadello i Veneziani persero tutto.


Ora siamo nel luglio 1506 e Giulio II è a Forlì e vorrebbe riprendersi Bologna. Però a Faenza ci sono gli insorti e dalla via Emilia non si passa.
 Allora i suoi ambasciatori ottengono dalla Repubblica di Firenze il passo dalle terre della Romagna Toscana, da Castrocaro a Modigliana e poi a Marradi, Palazzuolo, Borgo Tossignano e Imola.
L’ospite è importante e così il comune di Firenze manda a Marradi Niccolò Machiavelli, commissario del governo perché organizzi il transito ed eviti ogni inconveniente.





Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire
 




Il percorso del Papa in dettaglio
evidenziato in giallo nella cartografia delle nostre valli rilevata dal cartografo Luigi Giachi nel '700.