Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

giovedì 26 agosto 2010

EDMOND SCHMIDT VON SECHERAU


L'ultimo sindaco
di Marradi
(1922)
prima
del fascismo

di Claudio Mercatali


Il miele del colonnello
(da Tarabusi, Marradi com’era)


Il barone Edmond Schmidt von Secherau nacque a Vienna nel 1872 e morì a Marradi il 5 giugno 1944. La prima cosa che dicono gli anziani che si ricordano di lui, è che da giovane era stato uffi­ciale dell’esercito austro ungarico, ma non è vero e dall’Anagrafe risulta che era un ex colonnello dell’esercito italiano che aveva fatto l’Accademia a Modena. Il padre era austriaco e la madre, Anna York, americana. Dal 1912 abitò a Biforco, però oggi nessuno in paese sa dire come vi sia capitato. Non ci sono ricordi particolari di sua moglie, la principessa romana Leopoldina Ruspoli. C’è invece il ricordo di sua figlia Marcella, una ragazza bionda che negli anni Trenta sposò Angelo Gonnelli, un giovane imprenditore del paese che poi fece il sindaco per tanto tempo a S.Godenzo.
Nel primo Novecento a Marradi la gente parlava quasi solo in romagnolo e il suo nome era troppo difficile, perciò Schmidt piano piano divenne Smic e con questa specie di soprannome è ricordato anche oggi. Abitava in una villa all’uscita di Biforco verso Camurano, e dove ora ci sono i giardini pubblici c’era il risedio di casa sua. Infatti il posto è noto come “ort de smic” (orto dello smicco). La villa era dove ora ci sono le case popolari e fu distrutta da una bomba d’aereo nel 1944. Gli anziani di Biforco ricordano che nel parco c’era una bella voliera e anche una gabbia con le scimmie. Que­sto terreno fu donato al Comune dalla figlia dopo la morte del colonnello.



Edmond a caccia
nei monti attorno a Marradi


Lo Smic si inserì benissimo nella vita del paese, come se fosse nativo. Nel 1916 e 1917 ebbe l’incarico di sorvegliare e tenere occupati i prigionieri austriaci, a Urbania, (Urbino). Un gruppo di loro, spedito a Marradi, costruì il muro all’ inizio della strettoia di Camurano. In una pietra era in­cisa la scritta “i prigionieri austriaci anno 1917”.
Era un abile apicoltore e la sua produzione di miele centrifugato riscuoteva un buon successo, però campava da “benestante” cioè di rendita o forse della sua pensione di ufficiale. La passione per le api fu probabilmente il motivo del suo trasferimento da Firenze a Marradi.
Alto, con la barba, d’aspetto severo e di carattere autoritario, era proprio come noi italiani immagi­niamo che siano un po’ tutti i tedeschi. La nipote dr.ssa Leopoldina Gonnelli racconta che coman­dava tutti e aveva abituato i suoi cani da caccia ad andare alle ciotole uno alla volta al momento del pasto. Era quello che si dice una persona seria e infatti fu rispettato e stimato. Lo Smic fu a capo del Comune per un anno e mezzo, dall’ottobre 1921 al marzo 1923. La sua Amministrazione era Social popolare, cioè formata dai Socialisti di Turati e dal Partito Popolare di don Sturzo. Questo aumen­tava di parecchio le sue difficoltà perché i fascisti premevano per le sue dimis­sioni. Il PPI e il PSI assieme avevano una larga maggioranza (vedi qui sotto) ma non erano d’accordo su nulla, a livello nazionale e di riflesso anche nelle amministrazioni locali.

I RISULTATI DELLE ELEZIONI POLITICHE A MARRADI (da Romagna Toscana)NOTE Le donne non vota­vano. Il PCI nel 1919 non esisteva. Il Blocco Nazionale era una formazione fascista presente per la prima volta nel 1921.

Negli anni 1919 e 1921 gli iscritti nelle liste erano rispettivamente
2980 e 3007 e i votanti furono 1103 e 1715. I vari partiti ottennero
questi voti. I risultati del 1921 sono fra parentesi:

liberali 163 (- ) Part. popolare PPI 493 (597)
Part. socialista PSI 387 (392)
Part. comunista PCI - (265)
Blocco nazionale - (372) Altri 60 (89)

Che cosa si sa dell’ultima amministrazione comunale prima dell’avvento del fasci­smo? Nell’Archivio del Comune ci sono i verbali dei Consigli del 1922 e a leg­gerli si scoprono tante cose. Al Consiglio dell’ 11 ottobre 1921 fu eletto il sindaco. I ventitré consiglieri presenti votarono tutti per lo Schmidt, mostrandosi d’accordo una volta tanto, ed egli li ringraziò: “… ringrazio il Consiglio per la prova unanime di stima che mi è stata data eleggendomi a Sindaco, che mi rincuora ad accettare l’onere dell’Ufficio fatto oggi, specialmente per le difficili condizioni economiche in cui versa il Comune per le sempre crescenti spese e le non corrispondenti entrate …”



Il Foro Boario prima della

costruzione dei
giardini del monumento.

L’Amministrazione gestiva l’ordinario e aveva poca forza per fare di più. Il Sindaco decideva con cautela, e rassicurava chi chiedeva spiegazioni o esprimeva dubbi. Insomma il signor Schmidt “navi­gava a vista” e teneva un profilo politico basso, ma in quei tempi cupi che altro avrebbe potuto fare? Però sui temi amministrativi aveva le idee chiare. Per esempio era contrario alla costruzione dei “giardini del monumento” lì dove sono ora, perché trasformare il Foro Boario in Parco della Memoria avrebbe congestionato il paese nei giorni di mercato.

L’AVVENTO DEL FASCISMO A MARRADI
aprile 1921 Si costituisce il Fascio di Marradi
maggio 1921 Il marchese Dino Perrone Compa­gni, dirigente
fascista, incita all’azione dal balcone di Palazzo Fabroni.

maggio 1922 A Biforco Socialisti e Comunisti in­nalzano
una bandiera rossa sorvegliata da gente armata.

marzo 1923 il Partito Nazionale Fascista (PNF) vince
le elezioni amministrative. Si forma un Con­siglio Comunale
quasi tutto di fascisti. Però questa tornata elettorale
è di validità dubbia, perché si tiene dopo la Marcia su Roma.

Come amministratore sapeva bene che nelle casse del Comune non c’era nemmeno un soldo e non era sem­plice trovare dei finanziamenti per la sua tra­ballante Amministrazione. Nonostante ciò riuscì a ottenere qualche risultato e nel mag­gio 1922 fu completato il primo blocco delle Case Operaie, che erano al ponte di Villan­ceto dove sono quelle odierne. Inoltre il 10 dicembre 1922 prese forma il Consorzio di Comuni per costruire la strada di S.Benedetto. I sindaci di Tredozio e di Portico erano venuti a Marradi e avevano accettato di sottoscrivere un grosso impegno finanziario, assieme al Comune di Marradi, ma i lavori iniziarono nel 1924 – 25 con la successiva amministrazione.
PRESENZE AI CONSIGLI CO­MUNALI DEL 1922
Dati dell’Archivio storico (gli assenti sono in grassetto)
25 febbraio 16 - 13 , 29 aprile 19 - 10 , 15 maggio 20 - 9 ,
5 luglio 17 - 12 , 16 luglio 15 - 14 24 luglio 15 - 14 ,
21 settembre 15 - 14 , 24 settembre 17 - 12 ,
10 dicembre 14
- 14 , 8 gennaio1923 8 - 20

Dopo la marcia su Roma, il 24 – 28 ottobre 1922, qui in paese la situazione politica per i Social popolari volse rapidamente al peggio e si faceva sempre più fatica a raggiungere il numero legale per fare i Consigli comunali. Stava per finire un’epoca e per iniziarne un’ altra. Siamo ad uno dei punti chiave della storia del Novecento e il signor Schmidt ebbe la ventura di trovarsi proprio in mezzo a questa situazione, perciò ci interessa lui e la sorte del Comune. L’avvento del fascismo a Marradi non fu violento come in altri posti e tuttavia il clima in paese doveva essere pesante. Nella seduta del 10 dicembre 1922 c’erano 14 consiglieri presenti e 14 assenti, e dunque il numero legale fu raggiunto appena appena. Nel Consiglio successivo i presenti erano solo otto e la seduta non ebbe luogo. Siamo giunti alla fine del 1922, alla fine del libro dei verbali e anche alla fine della democrazia. Edmond Schmidt von Secherau rimase in carica ancora due mesi e poi si dimise perché il suo mandato era finito e si tennero le nuove elezioni, che furono vinte dai fascisti.

IL 1922 VISTO DAGLI ALTRI (I FASCISTI)
La locale segreteria del PNF (Partito Nazionale Fascista)
descrisse così i fatti del 1922 a Marradi,
in un discorso pubblico tenuto qualche anno dopo:

“… Rossi e Bianchi spadroneggiavano, contendendosi il favore delle masse, i buoni borghesi assenti e timo­rosi, i più ormai sfiduciati e rassegnati. Era il tempo della bestia trionfante. Il piccolo nucleo fascista tenne audacemente il campo; vi furono polemiche, minacce, contese, imboscate, senza, per puro caso, man non certo per buona volontà dei nostri nemici, che avvenissero fatti tragici… ma come altrove anche a Marradi il Fascio aumentava sempre più la sua efficienza, il suo potere: furono così ben presto disperse le leghe e le cooperative rosse e bianche, finché nell’occasione della Marcia su Roma, fu dato il colpo di grazia all’ultimo residuo di potenza del sovversivismo locale, col rovesciamento dell’Amministrazione Comunale social popolare …”
Marradi, Casa del Fascio, 30 novembre 1930

Bibliografia E.W. Secherau Della fecondazione dei fiori per mezzo delle api Boll.Soc. Ort. Firenze 1910. Archivio storico del Comune. Notizie fornite dalla famiglia. Sito www florin.ms/alloriS.html. Ricordi di persone di Biforco.

domenica 8 agosto 2010


CINQUE AGOSTO 2010 (a cavallo dell’Appennino granducale):
un giorno “poietico” e una notte poetica.

Il giorno: poiesi e flashback.

La “lussureggiante estate marradese” ha delle cadute autunnali.
Oggi sono stato a Firenze in scooter e ho indossato pantaloni lunghi e giacca a vento e l’aria fresca mi ha accompagnato fino a via Tornabuoni. Solo verso mezzogiorno ho provato un po’ di tepore addosso.
Dopo varie commissioni ed incontri, sono ripartito nel primo pomeriggio sotto un temporale che ha rabbuiato tutta la città e le pozzanghere tagliate dal traffico mi hanno spesso inondato le gambe tra la Fortezza e piazza della Libertà.
A Ronta ho visto il passo della Colla sovrastato e parzialmente coperto da nuvole nere; il fresco mattutino è diventato quasi temperatura novembrina: ho sentito freddo nelle gambe e sulle braccia, così ho indossato una seconda giacca a vento.
Mi sono fermato alla fonte dell’Alpe e l’acqua che ho bevuta a garganella mi è sembrata meno fresca del solito. Dopo il passo il cielo sopra la valle del Lamone è apparso macchiato di nuvole bianche nell’azzurro dominante.
Alla curva di Cencione il termometro del mio scooter segna 13°: normalmente in questo periodo e a quest’ora (17 circa) fa molto caldo anche qui, almeno 30°; le mani fanno male per il freddo e avrebbero bisogno di un paio di guanti.
Dopo la curva di Cencione scatta il flashback e vado con la memoria al 1979: ero in addestramento professionale a Vicenza e stavo seguendo l’area Fidi (quella che in banca concede crediti alle aziende ed è la massima aspirazione dei giovani bancari); la mia destinazione di futuro funzionario era già stata decisa dalla Direzione generale come specialista del settore estero. Un brutto (o bel) giorno mi venne data una pratica di fido da impostare e completare per sottoporla alla firma del direttore che allora, in una filiale importante come Vicenza, ci metteva paura come un padreterno, soprattutto “quel direttore”!
La pratica di fido fu respinta tramite commesso per due volte dal direttore (rettificando Oscar Wilde: inesperienza, il nome che diamo ai nostri errori!). Al terzo invio, venni chiamato dal direttore e non solo sbiancai io, ma anche i miei vicini; qualcuno mormorò: - rischia di essere cacciato dall’addestramento -.
Entrai in quella stanza da incubi fantozziani e il direttore mi fece sedere e mi dette la mano: - sono Benvenuti e lei è di Marradi - - sì sig. Direttore, mi scuso per tutti questi errori di analisi, di commento e proposta, ma non ho mai elaborato una pratica di fido prima di questa -, - gli errori sono meno gravi di quanto pensa, perché lei ha colto gli aspetti fondamentali di quest’azienda, la forma si acquisisce con l’esperienza. Se fosse disposto a cambiare specializzazione, propongo alla Direzione generale di inserirla nell’area Fidi -.
Di fronte al mio silenzio stupefatto, il dr. Benvenuti mi fece un’altra domanda: - lei conosce la curva di Cencione? - - sig. Direttore, benissimo perché ci sarò passato centinaia di volte -
- Ebbene Cencione era mio nonno perché io sono di Borgo -. **


La notte: poesia di lampi e… nuvolette.

Sono un po’ provato dal viaggio a Firenze, ma ceno volentieri in famiglia.
Dopo il caffè e il grappino, carico la pipa Viprati e mi siedo sul terrazzo. Il buio è precoce stasera, perché mi sono trascinato dietro le nuvole fiorentine: sono immerso nella piena oscurità.
Mentre riaccendo la pipa per la terza volta (“un vrai fumer ne rallume jamais sa pipe”: vuol dire che non sono un vero fumatore di pipa, anche se la uso da 30 anni), una saetta ramificata illumina il cielo e le nuvolette che salgono dal fornello della mia Viprati. Segue un tuono brontolone e un’onda di vento fa vibrare la betulla e i noci di casa.
Il vento insiste e le folgori di Zeus si ripetono più vicini allo zenith; i tuoni ora sono prepotenti e assordanti, poi torna un po’ di calma che mi permette di sentire il rumore delle labbra, intente a regolare il tiraggio della pipa. La tregua è breve: lampi e tuoni, si rincorrono da est a ovest, il vento persiste, gli alberi ondeggiano in tutte le direzioni e arriva la pioggia del temporale. La luce delle saette e i 4 rumori (tuono, vento, pioggia e labbra) diventano il tempo “molto agitato” di una sinfonia senza autore, ma Vivaldi, Rossini e Beethoven verrebbero in mente anche a chi non è interessato alla musica “classica”. La pioggia non cade, ma sbatte contro i muri, sulla strada, fra le chiome e sui tronchi. Il piazzale è già allagato, la strada sta diventando un torrente, i lampi affievoliscono, i tuoni ora si sentono oltre i crinali. Riprende più forte il vento, la pioggia cessa repentina com’è arrivata; sto terminando la carica di tabacco dopo un’oretta di tiri e nuvolette. Mi appoggio alla ringhiera per scaricare la cenere della pipa e noto sull’orizzonte uno squarcio di cielo sereno blu plumbeo: lo spazio libero da nubi è dominato dalla costellazione dello Scorpione e al centro brilla la stella di prima grandezza Antares: la notte di San Lorenzo è vicina.

VAAP (Antonio)


** Ringraziai il dr. Benvenuti per la sua generosa proposta, ma continuai il corso di addestramento, specializzandomi nel settore estero.

giovedì 22 luglio 2010

Briganti e malandrini nell' Ottocento


Breve storia di alcuni episodi
avvenuti nella zona di Marradi
 
ricerca di Claudio Mercatali

 
Nell’Ottocento il brigantaggio era frequente nella zona di Marradi e di Modigliana, perché il confine con lo Stato Pontificio era una comoda via di fuga per i contrabbandieri e i fuorilegge dell’ agitata Romagna ottocentesca, ma non solo per loro. C’era anche un brigantaggio nostrano, fatto da persone un po’ sbandate che si aggiravano per le campagne cercando di arraffare quello che potevano. Ci furono tanti episodi, tutti finiti male, in genere a fucilate con i gendarmi o dopo un inseguimento fatto dai contadini armati di forcone. Sono storie di miseria, a tratti buffe o penose, di povera gente che cercava di campare rubacchiando ad altra povera gente.

La banda Buriga compì le sue scorrerie nella zona di Modigliana. Tredozio e Marradi, nei primi anni dell’Ottocento. Era formata da una decina di elementi, guidati da un tal Giovanni Montanari, detto appunto Buriga, originario di Bagnacavallo, un paese fra Faenza e Ravenna, che prima di darsi al banditismo era stato un domestico della famiglia Dappiani di Modigliana. I suoi compari erano gente della zona, cinque contadini, un bracciante, due vetturali e un mercante di pentole. I più giovani probabilmente si erano dati “alla macchia” e al banditismo perché coscritti.

LA COSCRIZIONE Napoleone conquistò l’Italia nel 1799. I Francesi richiamavano continuamente alle armi i cittadini, e i richiamati, detti “coscritti” spesso erano renitenti alla leva e latitanti.

Uno dei contadini più anziani era già stato condannato per brigantaggio e uno dei due vetturali era evaso dal carcere di Faenza. Gli altri erano incensurati.

Si aggiravano per le campagne commettendo piccoli furti di cose e bestiame, più qualche grassazione organizzata meglio ai danni di qualche benestante di Modigliana e Tredozio. Uno dei loro bersagli preferiti erano le canoniche delle chiese di campagna, perché evidentemente dai preti si poteva rubare qualcosa in più da mangiare e forse qualche spicciolo. Il loro brigantaggio durò dal 15 ottobre 1809 al 21 febbraio 1811. In questo giorno un benestante di Tredozio, nel corso di una rapina ai suoi danni, riuscì a dare l’allarme suonando una campana. Così Buriga e i suoi furono inseguiti dalla gente di Tredozio e dai gendarmi di Marradi, e rimasero bloccati presso la chiesa di Santa Reparata, nella vallata di Lutirano, proprio al confine fra Marradi e Modigliana. Qui ci fu uno scontro a fuoco, due banditi furono uccisi e gli altri catturati.

Furono portati a Firenze per il processo e le condanne furono durissime. Buriga il 12 settembre 1811 fu condannato a morte e fucilato. Un contadino di diciotto anni fu condannato ai lavori forzati a vita e un altro subì una condanna a dodici anni. Ci fu anche qualche assoluzione, soprattutto per i briganti più anziani, che si erano arresi subito senza sparare.

Bisogna però ricordare che nello scontro all’ Osteria de vdòc (l’Osteria del pidocchio) morì una guardia. Dov’era questa osteria?
Nella vecchia carta del geometra Morozzi (1780 circa), si vede che il Poggiolo dell’Osteria del pidocchio è lungo la vecchia strada da Modigliana a Marradi. L’Osteria era lì, vicino alla chiesa di Santa Reparata.

Vdòc (pidocchio) in romagnolo significa anche “avaro” e con ogni probabilità qui c’era un oste che lesinava nella mescita, oppure il posto non era il massimo per l’igiene. La notizia di queste scorribande era giunta anche a Firenze e nel 1810 la Prefettura scrisse a “le Maire” di Marradi, cioè al Sindaco di nomina francese, offrendo 25 fanti d’aiuto per reprimere il fenomeno. Però il Sindaco Remigio Fabroni rifiutò, dicendo che ormai il problema era risolto. Non era vero, ma i soldati francesi avevano una pessima fama fra la gente e si preferì dire una diplomatica bugia purché non venissero. La figura del brigante ha sempre colpito l’immaginario collettivo della gente. A questo contribuiva l’insicurezza della vita nelle case isolate, il buio, il timore degli sconosciuti e il rischio continuo di essere derubati da qualche disperato. Era facile pensare ai briganti e ai malandrini quando si vedeva un viandante armato.

Lo storico Metelli racconta che nel 1848, alla fine della Prima Guerra di Indipendenza, il Governo Pontificio mandò dei soldati verso Marradi, al confine con il Granducato, nella zona di S.Martino e Rugginara, per rendere più sicure le campagne, e successe che:

“ … vennero da Brisighella venticinque fanti pontifici, condotti da un tenente. Andando costoro ogni giorno pel contado in traccia dé malandrini che infestavano le campa¬gne, accadde per la poca pratica che avevano dé luoghi, che entrassero nei confini della Toscana dalla parte di Marradi, ove alcuni onesti uomini se ne givano cacciando a diporto su quei monti. Uditosi dai soldati lo strepito degli archibugi, sospettarono che fossero ladroni, e perciò si diedero a seguirli, e questi credendo di essere seguiti da briganti, giacché quei fanti non usavano cappelli soldateschi, si volsero a fuga verso Rugginara (= alla dogana), dove arrivati sparsero terrore fra i soldati che vi riscuotevano le gabelle, sicché arraffato in fretta il pubblico denaro se ne fuggirono insieme verso Marradi, Scopertasi poi la verità il Governo Toscano richiamossi fortemente pei violati confini a quello del Pontefice, il quale per satisfare i vicini ordinò che que’ fanti venissero ritratti immantinente da Brisighella…”.

Gli edifici dell'ex Dogana di Rugginara

Dunque lo sconfinamento provocò un piccolo incidente diplomatico. Dopo il 1848 lo Stato Pontificio imboccò la china del disfacimento irreversibile e fino al 1859 ci fu il vuoto di potere. In questo clima di sbandamento trovò spazio il più famoso dei briganti romagnoli, il Passatore, che però non arrivò mai a Marradi. Nel 1851, dopo la sua morte, i suoi seguaci, dispersi, continuarono con il banditismo, e qualcuno di loro ogni tanto passava il confine del Granducato per sfuggire alle guardie pontificie. Le cronache narrano che Giuseppe Afflitti, detto il Lazzarino, si permetteva addirittura di fare qualche esercitazione di tiro a segno nelle campagne di Marradi più vicine alla Romagna. Di fronte a tanta sfrontataggine il Governo Granducale nel 1854 mandò a Marradi un plotone di soldati austriaci, che rimisero rapidamente le cose a posto. L’arciprete si lagnò di loro, perché avevano trovato comodo alloggiare nell’Oratorio del Suffragio, proprio sulla piazza del paese, dopo aver messo da parte candele e paramenti.

Il Lazzarino fu il più longevo dei briganti romagnoli e fu fucilato a Bologna nel 1857. Un compare del Lazzarino, Giuseppe Zanelli detto il Cesarino, fu ucciso nel luglio 1853. Secondo alcuni documenti dell'epoca don Pietro Valgimigli, detto don Stiffelone, arciprete di S.Valentino di Tredozio, complice, per tenere tutto per sé il bottino delle rapine organizzò una trappola chiamando i gendarmi del Granduca.

Le “avventure” dei briganti finirono subito dopo l’Unità d’Italia, perché senza il confine di Stato non si poteva più riparare “all’estero” e la nuova polizia sabauda, i Carabinieri, erano molto efficienti. Ci furono però vari episodi di banditismo e di rapina, da parte di gruppetti armati che si scioglievano dopo il “colpo” e poi si ricomponevano per qualche altra malefatta.

Il Lazzarino in un vecchio disegno








Il 16 maggio 1872 la diligenza di Angiolo Cappelli percorreva la strada Faentina fra Crespino e Casaglia (la ferrovia non c'era ancora) e venne assalita dai briganti, nel modo descritto qui accanto ...

Il 6 ottobre 1876 il comandante della Stazione dei Carabinieri di Marradi così scrisse:

“Facendo seguito al mio rapporto del 4 corrente partecipo alla Signoria vostra (... il Prefetto) che il signor Neretti Luigi era stato derubato di 222 lire e non già di 85 lire come aveva prima dichiarato, e ciò perché non voleva far conoscere ai propri figli di possedere qualche risparmio. La reale somma trafugata al Neretti sempre più conferma che autori del reato furono i quattro malfattori incontrati dai Regi Carabinieri di Brisighella, giacché i due rimasti uccisi possedevano 55 lire per cadauno, e deve supporsi che altrettante ne possedessero i due che riuscirono a fuggire e che vuolsi siano di Brisighella”.





Il più famoso episodio di banditismo avvenne il 29 maggio 1874 alla Colla di Casaglia. A circa un chilometro dal Passo, dalla parte di Marradi, c’è la “curva di Cencione”. Secondo le cronache dell’ Ottocento costui era un commerciante di Ronta che transitava spesso lungo la Colla.
Nel maggio 1874 stava andando verso Borgo S.Lorenzo con il calesse. I briganti lo aspettarono dietro alla curva e spararono, non si sa se in aria o addosso a lui. Il cavallo si imbizzarrì, Cencione cadde a terra, picchiò la testa e morì.
Questo episodio, raccontato in molti modi, lasciò un vivo ricordo nella gente, anche a Marradi. Il resoconto del fatto, tratto dal quotidiano La Nazione, è qui accanto.

Fonti

Il bosco e lo schioppo, Edizioni Le Lettere. Romagna Toscana, Tomo II. Edizioni Le lettere. Archivio storico di Terra del Sole. www. Archivio di Scansano, sentenze Tribunale di Firenze. A. Metelli Storia di Brisighella e della valle del Lamone. Un racconto del 1981 di Don Becattini, parroco di S.Reparata