Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

lunedì 8 ottobre 2012

L'aspetto


Ma com’era Dino Campana?
1a Parte
di Luisa Calderoni



Se dobbiamo dare ascolto a chi lo conobbe, nel cercare di dare un volto a Dino Campana, a volte, ci troviamo di fronte a descrizioni contraddittorie che non calzano con l’immagine più nota del poeta, quella autografata (?) che sul retro reca la scritta:
“ Dino in data 10 agosto 1911 a Marradi”.


In questa foto Dino, quasi ventiseienne, è elegantemente vestito secondo i dettami borghesi della moda del tempo e mostra un volto sereno, mansueto, curato e certamente bello.
E nulla nell’aspetto fisico può far pensare al dramma che è dentro di lui e che non tarderà a manifestarsi anche in cruente esternazioni che lo videro protagonista anche Bologna.
Dopo appena un anno, quando arriva entra nell’ambiente goliardico bolognese, Dino, se non sembra aver tralasciato la cura del viso, appare  sicuramente più trasandato nel vestire. Con queste parole il Ravagli lo descrive nella sua opera “ Dino Campana e i goliardi del suo tempo” :

“ Tarchiato, biondastro, di mezza statura (…) aveva una capigliatura biondo-rame folta e ricciuta, che gli incorniciava un viso di salute: due baffetti che s’arrestavano all’angolo delle labbra, e una barbetta economica che non s’allontanava troppo dal mento”. Per quanto riguarda l’abbigliamento, parafrasando il Ravagli, girava per Bologna tutto intabarrato in uno strano cappottone dalle cui tasche uscivano fogli manoscritti che non abbandonava mai poiché, in ogni momento, poteva sentire il bisogno di togliere, limare o aggiunger qualcosa a quanto già prodotto".


Il primo scritto in cui cerchiamo informazioni sui connotati di Dino Campana e che attesta la richiesta di passaporto, risale al 9 settembre 1907 quando Dino fa domanda per il documento di espatrio per recarsi a Buenos Aires. Questo documento  non ci fornisce informazioni sulla fisionomia di Dino Campana ma solo dati anagrafici e la generica professione di “ scrivano”.


Nel maggio del 1909 Dino Campana fa richiesta di un nuovo passaporto, questa volta per la Svizzera, ma ancora una volta non abbiamo notizie sul suo aspetto…

Al Signor Sindaco di Marradi

Il sottoscritto fa rispettosa istanza alla S.V.al fine di ottenere un passaporto Governativo per la Svizzera Con rispettosa osservanza
Dino Campana di Giovanni
Marradi 12 maggio 1909


Nel 1916 Dino Campana, tornato a Marradi, fa domanda per ottenere il passaporto per l’interno, fornendo una serie di dati sulla propria fisionomia:



Se nella precedente domanda per il passaporto, fatta nel 1907 per recarsi a Buenos Aires, Dino risultava esercitare l’attività di scrivano, nel foglio di via emesso il 17 settembre 1917, Dino è diventato “pubblicista” e gli occhi del poeta da cerulei, così come li descrive il Ravagli nell’opera citata, son diventati castani!!!!



E così l’immagine che ci resta Dino risulta ancora più incerta e sfumata dall’oblio del tempo, da un lato legata alla bella foto giovanile, dall'altro alla foto, forse l'ultima,  che ,secondo il Dottor Pariani,  di malavoglia Dino si fece fare a Castelpulci.








                 Dino Campana a Castelpulci




sabato 6 ottobre 2012



Il Cantamaggio e i Maggiaioli di Povlò
di Luisa Calderoni



Cantamaggio deriva da Calendimaggio, parola composta dai termini latini Kalendae e Majo. Il calendario romano, riformato nel 46 a.c da Giulio Cesare, da cui prese il nome, era, come l’attuale, composto di 365 giorni che diventavano 366 negli anni bisestili. Per quanto riguarda la datazione, i giorni erano stabiliti in rapporto a tre date fisse:

Le Kalendae, 1° giorno del mese
Le Nonae, 5° o 7° giorno del mese
Le Ides, 13° o 15° giorno del mese.

La Kalenda indicava quindi il primo giorno del mese, mentre alla dea Maja, la dea della fertilità e della natura, era dedicato il mese di maggio.
Dalla fusione di Kalendae e Maja deriva il termine Calendimaggio, contrattosi poi in Cantamaggio, per indicare una festa pagana che si svolgeva all’inizio del mese.

Già presso gli antichi romani il Calendimaggio indicava sia l’annuncio ( dal latino calare = annunciare) che il Pontefice Massimo dava ad ogni primo del mese, sia le feste da esso connesse, cioè le lunghe processioni nei campi e i riti propiziatori dedicati alle divinità agresti.
Durante il Medioevo e il Rinascimento la festa del Calendimaggio celebrava il ritorno della primavera ed il rifiorire della natura. La festa aveva luogo il primo di maggio ed era molto diffusa soprattutto a Firenze e nel suo contado dove il popolo festante seguiva un gruppo di fanciulli recanti arboscelli fioriti e procedeva poi all’elezione della “ Regina di Maggio”. L’uso più diffuso a Firenze e dintorni era quello di piantare il Majo, cioè di fissare, come negli antichi culti agrari, un ramo frondoso ornato di fiori e nastri variopinti alla porta della donna amata o nella piazza del villaggio. In questo secondo caso intorno al Majo si intrecciavano danze o si tenevano brevi rappresentazioni teatrali chiamate “ Maggi”.




 Nella tradizione cristiana, fino al secolo scorso, tra la fine di aprile e i primi di maggio, erano in uso le rogazioni, cioè processioni religiose, mutuate dalla tradizione pagana, lungo le strade di campagna , quale auspicio per un buon raccolto.

Nel mondo contadino la festa del calendimaggio, così come presso gli antichi romani, annunciava il risveglio della vita dopo i rigori dell’inverno e in un certo senso era il segno della rinascita dell’uomo e del trionfo della forza rigeneratrice della natura, la vittoria della luce del sole dopo i brevi e bui giorni invernali, della magia buona sulle malefiche stregonerie.

Il Cantamaggio, specie a partire dalla fine dell’  '800, quando il 1° maggio diventò il giorno dedicato alla “Festa del lavoro”, assunse anche connotazioni civili e alcuni canti si trasformarono in canti di protesta con chiari inviti all’impegno civile, libertario e pacifista.

Per questo motivo durante il Ventennio fascista fu proibita ogni forma di manifestazione legata alla festa del lavoro e fu vietato il “cantar maggio”.
Un detto popolare della Val Bisenzio a questo proposito  recitava ” Triste l’anno che i maggiaioli non vanno..."

Finita la guerra, grazie all’iniziativa di chi l’aveva sentito da ragazzo e con l’aiuto degli anziani che ricordavano le strofe a memoria, il Cantamaggio è rinato in molte zone con nuovo vigore e grande partecipazione popolare.

                                                                   
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La prima tessera di iscrizione al gruppo 
dei Maggiaioli ricostituito nel 1986.


Il gruppo folkloristico de “ I Maggiaioli di Povlò” ha ripreso una secolare tradizione interrottasi negli anni ’60 riportando in vita questa antica e gioiosa manifestazione.
Il gruppo dei Maggiaioli rinasce nel 1986 a Popolano, frazione di Marradi, per l’iniziativa dei suoi abitanti che trovano nel Signor Egidio Rontini, maggiaiolo fin da ragazzo, il loro capo ideale e che da quel momento sarà il loro " Maestro".
Egidio, originario del podere Poggio Lungo di Gamberaldi racconta che all’età di 17 anni, nell’immediato dopoguerra, iniziò a cantare nel gruppo dei maggiaioli di Gamberaldi, composto da 6-7 uomini “canterini”, da un suonatore di organino e da due bassi.

Il gruppo non aveva un numero fisso di canterini essendo in uso di accogliere, strada facendo, chiunque volesse unirsi ai maggiaioli per celebrare con canti rituali l’arrivo della buona stagione.



 Una delle prime esibizioni del gruppo: si riconoscono alla fisarmonica Tommaso Barretti e Aki Kostis, tra le canterine Carla Cavina, Mara Alpi  Moffa, Adriana Cappelli, Marina Scalini, Fiorenza Pagliai, Alba Tagliaferri, Giovanna Rivola, Lally Cecchierini, e i canterini Alfiero Pagliai, Giancarlo Benerecetti, Claudio Liverani...al centro Caterina Liverani e Anita Previdi
Il Cantamaggio si svolgeva in due serate e cioè nei due primi sabati del mese e venivano visitati i poderi della zona di Gamberaldi, Valnera e San Martino in Gattara. Era un Cantamaggio di questua in quanto le offerte ricevute, dopo la rituale esibizione canora e l’immancabile bevuta finale, erano destinate alla Chiesa per la celebrazione di messe in suffragio per i defunti.

Quando Egidio si trasferì a Marradi, i maggiaioli estesero questa tradizione anche al podere La Torretta, dove egli abitava, e alla vicina Casa Carloni, spingendosi a piedi anche fino a Bulbana e Grisigliano per aggregarsi al locale gruppo di canterini, l’unico altro gruppo di maggiaioli nostrani di cui Egidio avesse notizia.

Secondo la testimonianza della Signora Mara Neri Moffa, sembra che fino agli anni ’60 si spingesse fino a Campigno un gruppo di maggiaioli provenienti dalla Toscana, scollinando per la vecchia strada che veniva da Villore. I canterini portavano cappelli adorni di fiori freschi o di carta colorata e accompagnavano i loro canti con l’organino, non disdegnando di danzare con le ragazze del luogo un ballo popolare denominato “ la lola” di cui si è perso il ricordo.

Il gruppo dei Maggiaioli di Povlò, inizialmente tutto maschile, in seguito si è aperto anche alle donne arrivando a contare una trentina tra canterini e canterine, accompagnati da fisarmoniche, chitarre cembali e armonica a bocca. Si riconosce facilmente per il costume tipico che rievoca quello dei contadini e delle contadinelle, con pagliette infiorate e cappelli a larghe tese, e soprattutto per l’allegria e la voglia di cantare che sa trasmettere a chi lo ascolta.

Bozzetto per la divisa delle "canterine" 
dei Maggiaioli di Povlò




 Alcune delle donne del gruppo. 















Anche se si esibisce tutto l’anno nelle più svariate occasioni, il gruppo inizia la sua attività, secondo la tradizione antica, nella notte del 30 aprile andando di casa in casa e nei pochi poderi ancora abitati, a cantar stornelli e antiche canzoni. Ogni visita è introdotta da due strofe del canto del Cantamaggio, cantate in assolo e senza accompagnamento musicale, dal capo dei maggiaioli. E’ una specie di prologo al canto propiziatorio in cui si chiedono ascolto ed ospitalità al padrone di casa e con cui, in caso di rifiuto, il gruppo si accomiata.

Anticamente, dopo l’intermezzo musicale il gruppo intonava le strofe del “Maggio” che si concludevano con i saluti e i ringraziamenti. Oggi il repertorio dei maggiaioli è più ampio e l’intrattenimento più lungo ma allora come oggi il tutto si conclude sempre con un bicchiere di vino accompagnato da ciambella e dolci della tradizione locale.



Un bozzetto di Lanfranco Raparo 
per i Maggiaioli

lunedì 1 ottobre 2012

Una storia di emigranti in Brasile



L'altra parte del cielo
O outro lado do céu
di Sonia Kessar
Mario Catani, Claudio Mercatali,
Antonella Visani



Alla fine dell'Ottocento le partenze degli emigranti da Marradi erano tante. Si emigrava un po' dappertutto e un gran numero si imbarcava per il Brasile. Qualcuno rientrava deluso, dopo qualche anno, ma la maggior parte non tornava più. Di tutta questa gente ogni tanto arrivava qualche notizia, ai parenti o agli amici, e nella maggior parte dei casi pareva che la loro vita fosse migliorata. Fu così che Domenico Montevecchi cominciò a pensare di emigrare. Chi era? Dalle schede dell'anagrafe del comune di Marradi (Firenze) sappiamo che Domenico nel 1897 abitava nel paesino di S.Adriano, al numero 20, era un colono, (nato nel 1858), sposato con Maria Assirelli (nata nel 1867), e i due avevano quattro figli, Giuseppe (1890) Pietro (1892) Francesco (1894) Luigi (6 maggio 1897).

Chissà quante volte avrà discusso con la moglie e con gli amici di questa sua idea. Qual era il posto giusto per emigrare? L'Argentina o il Brasile?
Nella nostra zona, negli anni 1896 e 1897 un'ondata migratoria consistente era verso la regione brasiliana del Minas Gerais e gli Agenti per l'emigrazione, cioè gli intermediari che proponevano i contratti di lavoro indirizzavano la gente lì.
Domenico e chissà quanti altri marradesi avranno chiesto al Comune qualche informazione, e dal Ministero dell' Interno venne il consiglio di evitare la parte settentrionale, considerata insalubre, come si legge qui sotto, in questa lettera del 21 gennaio 1889.



Nella cartina: il Minas Gerais



A sinistra: la lettera informativa 
del 21.01.1889









 
Qui accanto: le schede anagrafiche 
di Domenico Montevecchi e sua moglie
Maria Assirelli.







 Fra il 1894 e il 1900 cinquantamila italiani emigrarono nel Minas Gerais. La maggioranza erano contadini dell' Emilia Romagna e del Veneto.
Gli elenchi degli emigranti per il Brasile venivano compilati dal Comune ogni tre mesi e questi sono i nomi di chi andò in Brasile nell' estate del 1896 e 1897.
Nei fogli qui accanto ci sono anche Domenico e Maria, con i loro figli.




Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire



Non c'era molto tempo per decidere, perché i contratti di lavoro non bastavano per tutti. Arrivavano anche notizie su una crisi del prezzo del caffé che rendeva più difficile trovare una sistemazione nel sud del Brasile. Domenico e molti altri marradesi erano partiti appena in tempo e infatti negli anni successivi l'immigrazione nel Minas Gerais cessò quasi del tutto.



Gli emigranti italiani nel Minas Gerais
1894     1895     1896      1897    1898   1899  1900
4.410   6.422   19.000   17.303   2.111   650    21


Per partire serviva il passaporto e siccome tanti non sapevano scrivere, la Questura di Firenze scrisse al Comune di Marradi questa lettera del 17 febbraio 1897, dove si dice di accettare anche le domande a voce.

La nave dove si imbarcarono Domenico e Maria si chiamava Aquitaine ed era un piroscafo francese di 1988 tonnellate, costruito in Inghilterra dai cantieri Sunderland Ship Building Co. per la Société Générale de Transports Maritimes a Vapeur de Marseille.
Faceva la rotta tra l'Europa e l'America del Sud, con partenza da Marsiglia e scalo a Genova e a Valencia.
Le destinazioni finali erano: Rio de Janeiro, Santos e Buenos Aires. La nave aveva due alberi maestri, una ciminiera e navigava a 12,5 nodi di crociera. All'andata imbarcava emigranti e al ritorno merci, soprattutto caffè, grano argentino e carne conservata.














A destra: I prezzi dei piroscafi per l'America del Sud in partenza da Genova nel 1903.
Sopra: il piroscafo Aquitaine 

Per consuetudine, quando i piroscafi attraversavano l'equatore i capitani facevano fare qualche rintocco alla campana della nave. Sarà successo così anche in questo viaggio. Domenico e Maria entrarono così nell'emisfero Sud, dove non c'è la Stella Polare, perché si vede l'altra parte del cielo ...

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Olá, Boa tarde! Eu sou a Sonia Kessar, e Dominic era o meu bisavô. Se você quiser falar mais sobre esta história .....


Sonia Regina Gamba Kessar nasceu em São Caetano do Sul, São Paulo, Brasil. Atua nas áreas de jornalismo e comunicação e também tem formação em Publicidade e Sociologia. Poetisa e Humanista. Nos últimos quinze anos trabalha na assessoria de imprensa da área cultural (teatro, cinema, música, dança e literatura).

É bisneta de Domenico Montevecchi e Maria Assirelli.
É neta de Giuseppe Montevecchi e Drusilla Tacconi.
É filha de Alexandre Gamba e Benedita Montevecchi Gamba.
É casada há 33 anos com Theodore Kessar, nascido em Athenas, Grécia.
É mãe de uma filha de 28 anos, nascida no Brasil, Sophie Ecaterini Kessar Aurichi, casada com André Fiorini Aurichi.

Com agradecimentos especiais pelo convite e todo o meu carinho a: Mario Catani, Claudio Mercatali e Antonella Visani. Abraços carinhosos




  “Esta é a história de uma brava gente de Marradi, que tinha nas veias o mesmo sangue que eu tenho, mas que infelizmente não tive a sorte de conhecer pessoalmente, pois quando nasci, todos já haviam morrido. É a história de um casal humilde que buscava apenas dignidade, terra e alimento para seus quatro filhos. Uma história sobre o sonho e a esperança de um mundo novo com dias melhores. São fatos que ouvi desde muito pequena, narrados pela minha mãe que hoje junto a documentos e fotos que guardo com muito carinho como se fossem relíquias e tesouros. É a história da minha família, aqui no Brasil, bem longe, do outro lado do céu.”          Sonia Kessar



É sabido que a viagem da Itália para o Brasil durava mais de 30 dias e as condições nos navios eram péssimas, sem nenhum conforto ou higiene. Domenico e Maria traziam, além da bagagem humilde, o bem mais precioso, seus quatro filhos: Giuseppe (meu nonno), Pietro, Francesco e Luigi. Mas, o sonho de vir para a América do Sul, terra de oportunidades, com clima tropical e abundancia de trabalho, alimentos e de terras, logo foi desmoronado.

Os vapores possibilitaram a realização de viagens mais rápidas e não havia controle das epidemias e pandemias entre os passageiros. Muitos ficavam seriamente doentes e morriam. Durante a viagem, Domenico e Maria passaram por uma terrível experiência: a morte de um dos filhos, Pietro, de 5 anos, que foi sepultado no mar, embrulhado apenas num lençol branco.
Depois de passarem dias de angustia, tristeza e desespero - Domenico, Maria e os filhos finalmente aportaram no Rio de Janeiro, Brasil, em dia 3 de agosto de 1897.
Do porto, foram encaminhados para a Hospedaria dos Imigrantes de Juiz de Fora (Minas Gerais) e após a triagem, no dia 8 de agosto de 1897, partiram de trem – com mais dez famílias de italianos - para a Fazenda Lambary, em Poços de Caldas, estado de Minas Gerais, contratados por Vinci Fortunato, para a fazenda de café de propriedade de Joaquim Cândido da Costa Junqueira. Lá se estabeleceram como lavradores, e, durante anos, seguiram suas vidas mesclando a cultura italiana com a brasileira, os idiomas italiano e português.



 Documento original da chegada da família Montevecchi ao Brasil
 (Arquivo Público Mineiro)




A Fazenda Lambary – Poços de Caldas – Minas Gerais – Brasil

Localizada a 1.100 metros de altitude, tem invernos secos, noites frias e dias quentes durante a colheita.

As terras são férteis devido ao maior teor de potássio no solo que propícia o cultivo do café, premiado internacionalmente.



O dia a dia no Brasil

Os anos que se seguiram foram difíceis para Domenico, Maria e seus filhos que tinham força para trabalhar e uma alma cheia de esperança. Nas fazendas, as mulheres que não trabalhavam nas plantações, cuidavam dos filhos, da casa e, aos finais de semana, transportavam a cavalo os produtos que eram vendidos no centro da cidade de Poços de Caldas: doces caseiros, pães, cestos, galinhas, etc.

O trabalho, de sol a sol, nas plantações era duro. As mãos ficavam calejadas e chegavam a sangrar.

Os colonos acordavam às quatro horas da manhã e às cinco já estavam nas lavouras de café. O sol que aquecia a Toscana era o mesmo sol que ajudava o café a crescer aqui no Brasil.

Imagino quantas vezes meus bisnonnos, Domenico e Maria, olharam para as colinas da fazenda e lembraram com saudades da distante Toscana.
Era função das crianças levar o almoço para os adultos, pais e irmãos que trabalhavam na roça, equilibrando na cabeça pesadas panelas de comida quente. As crianças não iam à escola e trabalhavam ajudando nos afazeres de casa. Algumas também trabalhavam nas lavouras de café.

Imigrantes italianos 
(adultos e crianças) trabalhando 
nas plantações de café
(A  colheita, Antonio Ferrigno 1903)


Os caçadores
A carne de caça era muito importante para o homem italiano que naquela época costumava sair para caçar nas matas. Em grupos de três ou quatro, levavam suas espingardas e ficavam fora alguns dias trazendo na volta muitos animais como pacas, tatus, javalis (porco do mato), etc.
As cobras venenosas eram uma ameaça constante na vida dos caçadores e também nas lavouras de café.  Muitos morriam com as picadas e outros eram milagrosamente curados graças aos remédios caseiros, preparados à base de álcool e raízes que deveriam ser ingeridos logo após a picada da cobra.

Italiano se casa com italiano
Naquela época nem tudo era tristeza. Os casamentos realizados nas fazendas eram muito divertidos. Normalmente, ainda muito jovens, os italianos se casavam com italianos ou descendentes e muitas vezes o casamento era realizado entre primos de primeiro grau.
No final do século XIX, 74% dos noivos e 95% das noivas casavam com pessoas nascidas na Itália. As festas eram simples e alegres, com música e muita fartura de comida: vinho, queijos, pães e carnes frescas de galinha, porco e boi.
Além dos três filhos que chegaram da Itália, Domenico e Maria tiveram outros quatro que nasceram no Brasil. O primeiro a nascer em solo brasileiro ganhou o mesmo nome do irmão que morreu no navio: Pietro (Pedro em português). Pedro nasceu um ano depois da chegada dos pais ao Brasil, no dia 27 de setembro de 1898. Além dele, mais três crianças nasceram em Poços de Caldas: Luiz, Elvira e Lorenzo.
Meu bisnonno, Domenico Montevecchi que faleceu de uma complicação de gripe, aos 66 anos, em 23 de dezembro de 1924, está sepultado no Cemitério Municipal de Poços de Caldas, Minas Gerais, Brasil. Maria Assirelli viveu mais alguns anos e quando faleceu, foi sepultada no mesmo cemitério.



Atestado de Óbito de Domenico Montevecchi que faleceu de uma complicação de gripe, aos 66 anos, em 23 de dezembro de 1924. Está sepultado no Cemitério Municipal de Poços de Caldas, Minas Gerais, Brasil.



Giuseppe Montevecchi, meu nonno, casou-se ainda bem jovem, na fazenda, em Poços de Caldas, com Drusilla Tacconi, uma imigrante italiana de Firenze.  Aos 18 anos tiveram o primeiro filho, num total de 13, mas devido às condições precárias, somente quatro filhos sobreviveram: Maria (a mais velha), Benedito, Ana e Benedita, minha mãe.


Meu nonno Giuseppe Montevecchi, minha nonna Drusilla Tacconi com a filha Olívia (ano 1935)


Meus tios Maria e Benedito se casaram em Poços de Caldas. Minha nonna, Drusilla Tacconi, que tinha a saúde frágil faleceu muito cedo, aos 40 anos, no dia 6 de julho de 1936. Está sepultada no Cemitério de Poços de Caldas, Minas Gerais.
Depois da morte da esposa, meu nonno, Giuseppe Montevecchi deixou a fazenda em Poços de Caldas, Minas Gerais, e, em 1942, mudou-se para a cidade de São Caetano do Sul, Estado de São Paulo, com suas duas filhas menores, Ana e Benedita (minha mãe). Meu nonno, sempre muito doente, trabalhou como operário até o final de sua vida, nas indústrias de louças e porcelanas, dirigidas pelo italiano, Conde Francesco Matarazzo.


A Carteira profissional de Giuseppe Montevecchi
 Indústrias Reunidas Francesco Matarazzo













A religião
Mesmo com a vida difícil no Brasil, os Montevecchi nunca deixaram a religião de lado. Católicos Apostólicos Romanos praticantes, tinham uma fé inabalável. Em todas as casas, por mais humilde que fosse sempre havia um pequeno altar com os santos protetores.
A fé e a religião eram os grandes estímulos para continuar a viver. Giuseppe Montevecchi, durante anos, fez parte da Congregação de Marianos, da Paróquia Sagrado Coração de Jesus, em São Caetano do Sul.

Os santos de fé de Giuseppe Montevecchi:
Madonna Achiropita (original do ano de 1900)


Minha terra, minha mãe
Giuseppe Montevecchi - que chegou ao Brasil aos sete anos – nunca mais voltou para sua querida Marradi. Ele contava à minha mãe, Benedita, que apesar da vida difícil que teve na Itália, seu sonho era pisar novamente na terra onde nasceu, nem que fosse por um único minuto, uma última vez.
Meu nonno, que estava com a saúde muito debilitada, morreu em junho de 1954, seis meses antes do meu nascimento, sem realizar o sonho de voltar para sua terra natal, Marradi. Ele jamais perdeu seu sotaque italiano.

A saga dos Montevecchi é mais uma dentre tantas outras histórias de sangue, suor e lágrimas de imigrantes que se espalharam pelo mundo. Mas, no meu caso, esta história sempre será única, emocionante e especial, permeada de amor, luta, sacrifícios e acima de tudo, bons exemplos. E foi em Marradi que tudo começou. Mas, aqui no Brasil, quando olho para cima tenho certeza que meus antepassados estarão sempre comigo.

Minha mãe, Benedita Montevecchi, meu irmão José Carlos, com um ano, e meu nonno Giuseppe Montevecchi, na cidade de São Caetano do Sul, São Paulo, Brasil (ano 1952)

Depois de tanto tempo, ainda carrego no coração e na alma, os sonhos e sofrimentos dessas pessoas que amo sem nunca ter conhecido. Durante o dia eles são o azul profundo. Durante a noite eles são raios de luz, estrelas cintilantes que brilham no infinito.
Os Montevecchi deixaram para os descendentes um grande legado sobre a bondade, a caridade e a fé no futuro. Pra mim, em especial, eles deixaram a missão de contar essa linda história e o orgulho de fazer parte do bravo povo “marradesi”, aqui, deste outro lado do céu.

Sonia Kessar