Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

mercoledì 9 settembre 2020

Crespino negli anni '50 e '60

Dalle foto dei crespinesi raccolte 
dalla maestra Giovanna Pieri



Crespino sul Lamone è stato il paese del Comune di Marradi che ha patito di più durante la Seconda Guerra Mondiale. I Tedeschi qui commisero un eccidio di 44 persone e prima di ritirarsi minarono tutto l’impianto ferroviario, devastando l'abitato perché la ferrovia Faentina lo attraversa. Dopo la guerra la vita riprese lentamente, con difficoltà. I lutti avevano lasciato il segno, il lavoro non c’era e si poteva contare solo sulla poca agricoltura di montagna e sul taglio della legna. Però la gente con ammirevole costanza e con grande semplicità ebbe la forza di ricominciare …



La posa della prima pietra del 
Sacrario dei Martiri del 1944.









In partenza.














C’era il telegrafo e il telefono pubblico, la fermata della SITA, il distributore della benzina OZO.

L'auto parcheggiata è una FIAT Topolino famigliare.



Vanda Pieri impegnata al telegrafo.




La villa Mazza. Sullo sfondo si vede 
lo scheletro del ponte della ferrovia 
minato nel 1944 dai Tedeschi.


La stazione ferroviaria ancora devastata dalla guerra, senza binari e con la facciata bucherellata dai proiettili.






Il ponte di Valbura minato nel 1944 
e in fase di ricostruzione nel 1954 – 55.




Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire
a tutto schermo

Il viadotto della ferrovia distrutto 
e il suo aspetto prima della guerra.




Il molino di Valbura



La cascata di Valbura


Nello Sartoni, detto Gabbanino in azione. Questa foto è stata scattata alla Locanda Le Spiagge. I ragazzi sono quasi tutti di Ronta.

Gabbanino era nato al podere Giuvigiana (Razzuolo) ma per 32 anni abitò a Crespino, soprattutto al casello ferroviario di Spèdina.


La fonte delle Fabre.
E' nel viale della stazione, 
oggi è più spostata rispetto alla strada.


Una carovana di muli va a caricare la legna.


La catasta della legna 
all'inizio del paese.


Al lavoro con i buoi.


Una cerimonia alla fine 
degli anni quaranta.


La cerimonia è finita e il vescovo torna alla badia. Sullo sfondo, a destra, si intravedono resti del grande ponte di ferro minato dai Tedeschi.


Un particolare e bellissimo taxi, la Vespa faro basso a risciò (1955).
.






Il peggio è passato. La ferrovia è stata ricostruita. Ha aperto il ristorante La Ginestra, nella via che porta alla chiesa, come indicato nella cartolina.










FONTI DELLE IMMAGINI
Tutte vengono da una raccolta della maestra Giovanna Pieri, che con pazienza ha chiesto a ogni crespinese una copia delle fotografie che aveva in casa. Dunque qui c’è il contributo di tutto il paese, una memoria colletiva, tanto che non è possibile fare un elenco esauriente di chi ha dato.



giovedì 3 settembre 2020

1428 Il diario di Averardo

La conquista di Marradi descritta dal Commissario
al comando dei Fiorentini
ricerca di Claudio Mercatali

Averardo de Medici di Francesco di Giovanni (detto Bicci) era un membro della famosa famiglia, che nel 1428 era già importante ma non governava ancora la città. La Repubblica lo spedì a Marradi con un buon numero di armati per conquistare il castello e il territorio. Il motivo di tanto interesse stava nel fatto che Firenze si sentiva minacciata da nord e voleva il controllo dei passi appenninici.

I documenti autografi che seguono vengono dal Fondo Mediceo Avanti il Principato (Firenze).

Il Castello di Marradi era dei Manfredi, una consorteria di signorotti di cui i Fiorentini non si fidavano affatto. Ludovico, il primogenito, era già da un paio di anni nel carcere delle Stinche, in riva all'Arno, ma i suoi fratelli tramavano sull' appennino contro gli interessi della Città.

Averardo ebbe l'incarico di stringere d'assedio la fortezza e di prenderla, e lo fece. Non fu semplice e l'assedio durò un mese. Per prima cosa il Commissario cercò di far giurare fedeltà ai Marradesi e a quelli di Fiumana (S.Adriano) per mettere fuori gioco Guidantonio Manfredi di Faenza. I marradesi erano incerti sul da farsi e una parte preferiva stare sotto Faenza. Evidentemente il problema dell' appartenenza alla Romagna o alla Toscana era  attuale già allora.


Lo sappiamo perché Averardo era un pignolo che scriveva ogni giorno quello che succedeva e poi spediva una lettera a Firenze, per mezzo di un messaggero a cavallo, un "cavallaro" come lo chiamava lui. Queste missive sono all' Archivio di Stato di Firenze e così possiamo rivivere i fatti leggendo il resoconto di questo autorevole protagonista.

A leggere le lettere di Averardo sembra proprio che ottenere la fiducia e l'obbedienza dei marradesi fosse più difficile che conquistare il castello. L'obbedienza era importante, perché i Fiorentini non venivano per assoggettare ma per governare e avevano bisogno di consenso.

Averardo aveva chiaro questo scopo e  trattò con tatto gli abitanti, soprattutto quelli di Fiumana che erano meno convinti dei marradesi. I marradesi non vollero saperne di andare a combattere al castello, ma è comprensibile se si pensa che anche quelli chiusi nel Castellone erano di Marradi, magari  parenti o amici.   Ora leggiamo Averardo che scrive queste 3 lettere:

 

Lettera 5   da Marradi 10 agosto 1428

Magistrati e potenti signori miei. Questa mattina a ore XI per via del vostro cavallaro ricevetti la vostra; da di poi a ora 8 pomeridiane del 10 di agosto  era il termine che issi uomini doveano venire a iurare e io andai a Marradi per ricevergli.

In sull'ora del tramonto sono venuti qui due da Fiumana Noé di Nanni e Beneditto del fu Ubaldo e per quegli di Marradi Bernardino di Ruberto i quali dissero per loro parere essere i detti uomini deliberati a iurare e ubbidire e fare tutti i nostri comandamenti e quegli di Fiumana che sono in numero di 240 dirono esserne una parte per la quale dirono che per loro signore vorrebbono quello di Faenza perché dirono essere del contado medesimo di Faenza.Essi sono ora di diverso (parere) e per domine il signore di Faenza non gli interessa e sono contenti di venire di buona voglia sotto la V.S. ...

Quei da Marradi che sono circa 300 non hanno ancora mandato a dire niente e per stringere presto diranno che essi persuasi per la maggior parte sono ben disposti e quelli che restassono li farebbono venire a forza. E comprendo per lor parlare che per prima cosa si contenterebbono della S.V e di nessun altra. E per questo volersi  accordare tutti a un tratto perché vorrebbero stare in pace. E però per persuaderli mi pare che bisogni concedergli due cose. La prima che il comando nostro non sii per gli uomini di Fiumana. La seconda di persuadergli che qui si sia così forti che si possa strignere il castello loro altro che con le parole. E così facendo avere da farlo libero.

E questa deliberata si faccia presto perché stare in questa forma senza fare nessun drappello di Marradi fa parecchi contrari. E perché non potesse nascere una questione e il signore di Faenza non potesse perdonarci ingerenza deliberai subito udito il volere vostro formargli un altro drappello ...... e (?) ......... dimando alla S.V alla quale sempre mi raccomandai che si comprendesse la sua intenzione. Di poi sono venuti a me 22 uomini per parte di quegli di Marradi e diromi che gli uomini tutti sono rimasti disposti di venire alla vostra obbedienza e così hanno sacramentato in  sull'altare che se qualcuno mancherà dirono che lo faranno venire per forza. Per me che quello più era in dubbio più ora è certo. Mandate qualche cavallaro che non ve nè niuno.

Da Firenze rispondono che stanno arrivando dei rinforzi:

 Lettera  6   da Firenze 11 agosto 1428

Insigne e strenuo signore. Come penso che dobbiate sapere sono state mandate più brigate a cavallo parate a ridurre all' obbedienza della loro signoria questo paese di Lodovico e suoi fratelli.

E perché dessero bandiera alla nostra Signoria vi raccomandiamo di richiedere a tutti loro avrìa essere comandati soldati cognoscendo voi essere dei più fidati alla signoria di Firenze piglierà sicurezza bisognando dir che diano aiuto e favore. Per ora resto, die XI agosto

 Lettera 7    da Marradi 12 agosto 1428

Magistrati signori miei. Questa mattina ore XI risposi alla lettera vostra per (mezzo di) Agnolo il cavallaro di quanto dopo ad allora era seguito. E come poi ch' ebbi suggellato la lettera vennero di là uomini di quelli di Marradi e per parte dei suoi dissono di essere quasi tutti d'accordo che si erano accommodati di venire all'obbedienza della S.V. e se qualcuno se ne traesse che gli farebbero venire per forza essendo questo affare ragionevole.

E vi dico che ci sono uomini infra gli altri che più mi stringevano perché non volevano essere tenuti andare a combattere al castello purché non andassero per loro decisione, ma si dicevano certi che di loro volontà ve ne andranno molti.

E vollono che questa mattina si andasse fino là a fargli firmare l'impegno e rimasero gli uomini per memoria il mio nome e mi pare un gran esempio perché c'erano con i detti i più fidati uomini.

E come potete comprendere col mio segno quelli tutti essere venuti alla vostra ubbidienza e anche quel terzo di Fiumana che vorrebbero Guidantonio oramai sono persuasi per modo che stamani adiurarono.

Ed essi medesimi si lamentarono perché dirono di sentirsi abbandonati ma non sono tutti disposti per la guerra al castello e tenuti alla guerra si inimicarono perché tutti mi hanno parlato dei modi verso di loro tenutisi di essere un'altra volta nemici e di tenere sempre la loro brigata.

Vidi l'inimicizia che hanno molto verso i loro stessi signori e mi apparve cosa grave, mi pare che a torto infino a qui sono stato in sospetto di quelli perché niuno addiverrà a essere contro di noi. E dove prima di ieri la loro venuta mi pareva fatta troppo presto ora ne fo però dubbio che sia ancora da attendere di pigliare il castello del quale detti paesani ne fanno meno stima che ne fo io ...

Dunque le cose vanno per il meglio e piano piano i marradesi si convincono ad assoggettarsi ai fiorentini. Il castello sembra un problema secondario ma non è così. Con il passare dei giorni l'assedio si dimostra duro, i mezzi sono pochi e diversi soldati disertano. Da Firenze arrivano dei rimproveri per Averardo, accusato di non essere stato abbastanza fermo con i disertori e lui risponde così:

 


Lettera 17    da Marradi a dì 20 agosto

 Domini e signori miei, iermattina per mezzo di Romanello mio famiglio risposi alla V.S. di quanto accadea fino ad allora. Poi ieri a tardo dì ebbi una vostra e a quella così vi rispondo, che io non mi meraviglio che sopra alla V.S. siano dette e mosse molte cose perché essi possono fare e dire di quelle cose che quando coll'occhio vedessero il luogo e il fine che bisogna fare vi verrebbe tutto l'opposto che questo dire, che non alla V.S ma a me e ogni giorno capitano di simili cose.

Ma poiché io credo che la intenzione della V.S. sia di fare in modo che sempre si vinca e si accontenti e si andasse innanzi senza avere a perdere o tornare indietro, si è fatto e si fa nel modo che insino qui avete potuto comprendere.

E per la grazia di Dio per lo stesso motivo il barroccio lo metterò dietro ai bovi e non innanzi, così ho seguitato fino a qui e così penso di fare per lo venire.

Avvisai la S.V avea dato ordine ...... che fossero perdonati .......... di fuori tornare all'obbedienza per tutto il mese di agosto passato e dal termine in qua nessuno fosse reputato un ribelle da che nessuno ha fatto grande  pena  però quelli che danno di fuori oltre il termine tenete più . ....... ..........  la quale senza replicare essendone venuta alcuna a effetto  ............. la nostra faccenda.

Che volesse Dio che ora vi fosse noto che se mi aveste informato prima della vostra intenzione era legger cosa che avessimo potuto fare a nimici tale insulto e altro che in breve l'avremmo ridotti a grande stretta, perché avendo passato il termine del bando e deliberando di assaltarli come ieri facemmo si sarebbe potuto fare per tal modo che andava molto meglio che non così.

E dove mandai 300 fanti in vetta al poggio dove già fu la bastia li avrei mandati avanti da più parti e potuto fare dell'altre cose e grande danno e grande paura perché strettisi come poteano alla porta del castello ferono una grande scaramuccia e infine presono un prigioniero dei loro e li rimisero dentro ma non si è potuto seguitare a combattere come si sarebbe fatto se mi aveste mandato la roba che diceste e altro ancora ...

A Firenze danno ascolto ad Averardo e alla fine di agosto arrivano i rinforzi, cosicché l'assedio va a buon fine ai primi di settembre.

Volete provare a tradurre un manoscritto del Quattrocento? Avete un computer con un buon video? Allora questa è la ricevuta che don Giacomo da Gamberaldi, cappellano di S.Lorenzo in Marradi, rilasciò ad Averardo, che dopo l'assedio gli aveva donato per la sua chiesa ... ...

Cliccate per ingrandire e resistete alla tentazione di leggere la risposta qui sotto.


Io, don Giacomo di Mattia da Gamberaldi, capellano della chiesa di S.Lorenzo da Marradi ho avuto dal Commissario un pacco molto fornito e dui .................. uno ...................... il quale mi dà per la chiesa da Marradi, a dì sei d'otobre 1428 noi da Averardo de Medici commissario. 


Come era organizzato l'esercito del Comune di Firenze nel 1428 e negli anni seguenti? Il Comune non aveva un esercito stabile e chiedeva di volta in volta l'invio di milizie ai comuni attorno alla città, secondo un complicato gioco diplomatico basato sui favori dati e ricevuti negli anni precedenti. Insomma i comuni del circondario non potevano dire di no alla Città, in ragione dei tanti interessi che li mantenevano vincolati a Firenze. 



Per esempio questa lettera annuncia l'arrivo di un gruppo di fanti da Pistoia, guidati da un certo Nicolò Danovelli Capitano della Montagna pistoiese.

Pian di Novello è una frazione del comune Abetone Cutigliano (PT).

Arriva gente dalla Val di Chiana: G
argonza, Monte San Savino, Palazzuolo.
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Questa invece è una lettera che annuncia l'arrivo di una compagnia di fanti da Colle (Valdelsa)

L'equivoco o il tradimento

Questo comandante, di cui non si legge il nome, aveva alloggiato le sue milizie al castello di San Piero ma la mattina presto una parte dei fanti "senza fare trombetta" cioè senza preavviso partì dirigendosi per errore (o apposta) verso Barberino invece che verso Borgo San Lorenzo. In questa lettera il comandante scrive ad Averardo che sono andati ad alloggiare a Bruscoli, dopo aver passato la Futa invece della Colla e lamenta un tradimento.

Fonti
Fondo Mediceo Avanti il Principato filza 81, documento 24, anno 1428 dalla carta 195 alla carta 264 "Quadernum recordantiarum, literarum atque famulorum".

 Fulvia Rivola, Il Castellone, edizioni Polistampa, Firenze.

Per approfondire: Arch. Marco Cappelli, La guerra di Marradi, pubblicazione recentissima, del 2020.

 

sabato 29 agosto 2020

Un trekking con i Longobardi

A caccia con loro 
nella valle Acereta
ricerca di Claudio Mercatali


I Longobardi



I Longobardi furono rudi guerrieri, cacciatori e grandi mangiatori di carne di maiale, ma anche abitanti convinti del Mugello e del nostro appennino per quasi duecento anni. Lo considerarono apprezzabile e non solo una terra di conquista da tassare, come fecero i Bizantini in tante parti d’Italia. Poi conquistarono anche la pianura romagnola scacciando i Bizantini, temporeggiatori ed eleganti come quelli dei mosaici di Ravenna. Il re Liutprando nel 740 prese e saccheggiò Faenza ma fece edificare la chiesa di Santa Maria ad Nives, per farsi perdonare. Una certa storiografia ci ha descritto o rappresentato così queste genti, ma forse tutte queste cose non sono del tutto vere. 





Mettiamo da parte la storia, che ora non ci interessa e facciamo un trekking lungo il confine con Tredozio, in un sito che quasi di sicuro fu di caccia per i Longobardi, frequentato anche ai tempi nostri per le battute al cinghiale. Oggi uno dei nostri scopi è la caccia al toponimo, per trovare qualche nome che ci può far risalire fino a loro. “Trovare” è un verbo difficile da coniugare in questa indagine, perché la lingua longobarda è scomparsa da più di mille anni, e per giunta non era scritta. Sappiamo che era un dialetto sassone, bisnonno del tedesco attuale e quindi faremo riferimento a questo.

Sia chiaro che così facendo il vero, il verosimile e l'inverosimile si confondono, perché le regole della toponomastica intesa come scienza impongono di non fare affidamento solo sulle assonanze. Diamo un limite alla fantasia cercando dei nomi riferibili:
1) al tedesco, non tanto nella pronuncia, ma proprio nella radice delle parole.  
2) ad una caratteristica del posto altrettanto chiara.

Però questi luoghi sono interessanti anche senza pensare ai Longobardi e osserveremo un po’ anche la natura attorno, per capire perché questi antenati nostri diedero certi nomi ai posti.


La via da percorrere comincia dal Passo al confine con Tredozio, va a Trebbana e poi scende nella valle dell’Acerreta. Si parte dalla villa La Collina, della famiglia Vespignani dal 1576. Il posto è incantevole, con alcuni poderi sul versante di Tredozio e altri su Marradi, trasformati in agriturismi, con tanto di piscina.

Si riconoscono bene perché le case sono tinteggiate di rosso, anche a Lutirano, come piaceva a Jacopino Vespignani, il vecchio proprietario sindaco di Tredozio per tanti anni. Così è per il Manzino e la Collinaccia, nel crinale di confine fra Marradi e Tredozio, cioè fra la regione Toscana e l’Emilia Romagna.  La strada vicinale finisce al podere Il Campaccio e comincia una via percorribile solo a piedi. Dopo 1 km si arriva al Poggio Dornéta, primo toponimo di possibile origine longobarda, perché in tedesco dorn significa spino. Là sullo sfondo, sul crinale accanto c’è il Monte del Villio o Viglio, forse da wild selvatico, incolto. Si va avanti con poca fatica, perché siamo in un crinale pianeggiante per dei chilometri.


Il panorama è ampio: verso ovest, come si vede qui accanto e lungo la valle dell'Acerreta.

La segnaletica è chiara: una banda bianco rossa indica il sentiero 533 del CAI che segue il crinale, confine con Tredozio. Invece la segnaletica a bande giallo blu, dell’AGESCI, indica una campestre che scende verso Pian di Trebbana, più agevole ma fradicia il caso di piogge recenti.




Anche Tredozio fa un bell'effetto visto di qua.


 
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Nel crinale di fronte, a solame, si vedono i resti di Frassanello (qui accanto), uno dei quattro poderi antichi di questa zona. Gli altri sono Linsetola, la Casetta del forno e Pian di Trebbana.
La Casetta del forno? Chi veniva a comprare il pane qui? Forse c’è un equivoco: il forno, e fùrne somiglia a fern che in tedesco significa lontano. In effetti questo è il posto più remoto di Trebbana. Anche Linsetola è un nome interessante per noi oggi, perché linse in tedesco è la lenticchia. Pian di Trebbana è una casa poderale in rovina, ben nota perché lì accanto c’è una quercia plurisecolare con la circonferenza di quasi cinque metri. E’uno dei patriarchi vegetali più noti di questa zona.



 
Alcuni componenti della Allegra brigata del Maggiociondolo (un gruppo di escursionisti di Marradi) abbracciano la quercia di Trebbana e cercano di misurarla.


Trebbana viene da trivium, parola latina che significa “luogo dove si incrociano tre vie”. Qui, a San Michele in Trebbana, la chiesa dell’ incontro, confluivano gli abitanti di questa remota valletta per la liturgia e per ogni altra ricorrenza. Siamo in un sito abitato fin dall’Alto Medioevo, che compare in una donazione del 1062 a San Pier Damiani e in questa pergamena del 23 marzo 1297, conservata all’Archivio delle Riformagioni di Firenze.

Quell’anno i frati del Convento faentino di San Ippolito, padroni del sito da tempo immemorabile, vendettero i poderi al Comune di Firenze e il dì del contratto convocarono i 46 capifamiglia alla chiesa per comunicare il cambio della proprietà. La pergamena qui accanto è appunto l'atto di vendita, con i nomi degli abitanti e la firma del notaio. La scritta in giallo è la trascrizione dell'originale in caratteri moderni. 








I Magistrati fiorentini ben presto si accorsero che questa comunità aveva delle consuetudini antiche che erano diventate leggi e le rispettarono. Trebbana divenne un Comunello, una specie di zona franca che non dipendeva né da Marradi né da Portico, ma aveva un vincolo elastico e diretto con il Vicariato di Rocca San Cassiano. C’è una precisa traccia di questo nelle vecchie cartine topografiche del Settecento. La situazione cambiò solo alla fine di quel secolo, quando la Riforma del Granduca Leopoldo assegnò la zona a Marradi, come semplice parrocchia.



La statua di legno di San Michele arcangelo, alla chiesa di Trebbana. La fece Luca, il custode del luogo qualche anno fa. E' mutila delle ali perché un vandalo le tagliò.

Sotto: l'interno della chiesa, ristrutturato da don Antonio Samorì. il prete che ha fatto rinascere anche Gamogna e Lozzole, cittadino onorario di Marradi.





 
Quali erano le consuetudini irrinunciabili che convinsero i Magistrati fiorentini a concedere l’autonomia a queste zone? 

Non lo sappiamo ma dovevano essere forti e la qualifica di “comunello” fu riconosciuta anche a Portico, Bocconi e San Benedetto. In questo angolo chiuso e affascinante dell’ appennino forse per un paio di generazioni rimasero isolate le ultime comunità di Goti o di Longobardi, dopo la fine disastrosa dei loro regni in Italia. Poi pian piano furono assimilate ma lasciarono traccia in alcuni nomi di luoghi e forse in qualche tradizione, come il culto di San Michele, che dà il titolo alla chiesa ed è l’angelo con la spada caro ai Longobardi. Qui in zona ci sono altre tre chiese dedicate a lui (Abeto, Grisigliano, Tredozio). e in più c’è un dipinto alla Maestà di Piaiano, vicino a Cesata. Se l'angelo qui ha così tanta devozione un motivo ci sarà.

Borgo di sopra e di sotto sono due poderetti con il nome chiaro: burg in tedesco significa posto sorvegliato, custodito, controllato. Ci sono tanti esempi anche nella lingua odierna. Sono le uniche due case poderali della valle che si chiamano così.



Mestìolo (muscióla) è un altro poderetto, del quale rimangono solo i ruderi. Il suo nome  può avere una doppia origine: 1) dal romagnolo mèz stiór, mezzo stiòro,  un’unità di misura di 500mq 2) da muschio perché nelle cartine recenti il podere è segnato come Muschióla (però il muschio non è poi così tanto).

Scendiamo a Ponte della Valle, lungo una strada antica, a fianco del Fosso di Trebbana. Nel 1868 il ponticello che lo attraversa era di legno decrepito e fu travolto da una piena. Il commissario prefettizio che governava il Comune di Marradi ordinò che fosse ripristinato e nella sua relazione lo chiama ponte sul Fosso dell’ Acquadrini, che però in realtà scende dall’ Insetola e questo è un suo affluente.



Le Ghialde è un podere con il nome assonante con I Eld  (gli Aldi, i vecchi, i nonni) con il solito toponimo longobardo – aldo.
El tόl, le Tavole. C’era una trattoria qui? No, la Tavola era un’antica misura agraria che da noi era di 34 mq. Dalle cartine catastali qui accanto sembra proprio che il terreno sia spartito con questa unità.
E siamo così giunti a Ponte della Valle, dove e foss del Quadrȇn  sbocca nell’Acerreta. Siamo usciti dalla valletta di Trebbana ed entrati nell’alta valle dell’ Acerreta, dove l’ indagine continua camminando verso Lutirano. Qui si incontrano delle belle case poderali ristrutturate, con dei nomi che sono uno più interessante dell’altro.

Pizzafrù (Psafrù) è uno dei toponimi più buffi del comune di Marradi, forse dal tedesco spitze, vetta. Il Catasto del 1822 ci conforta in questa etimologia, perché riporta la Capanna di Pizzafrù, in alto, nel modo indicato qui accanto. Però i lutiranesi intendono con questo nome la casa vicino alla strada comunale, che nel Catasto granducale del 1822 si chiama Mancorti.

Rio di Corniòla è un toponimo che sembra chiaro ma non lo è. Il corniòlo è un alberotto alto qualche metro, con bacche rosse e legno duro, che un tempo si usava per fare le pipe.  Linneo nel 1755 lo chiamò Cornus mas, si trova già in un contratto di compravendita del 1794. E' una pianta spontanea ma a Badia della Valle ce ne sono poche. Può darsi che nei secoli si sia diradata, in fondo il tempo non passa invano, però è resistente, tanto che si dice “sano come un corniòlo”.


Il dialetto romagnolo ci aiuta a trovare una alternativa: se il nome del posto derivasse dalla pianta si direbbe Rè ed corniό e riferito al frutto Rè ed cόrniola, con la prima “o” chiusa e accentata. Ma si dice Rè ed corniόla e allora dobbiamo staccare “- ola” che è un diminutivo e andare alla radice “kòrn” che in tedesco significa grano. Dunque così facendo il toponimo significa “Rio dove si coltiva un po’ di grano” il che è compatibile con la morfologia del luogo e con altri quattro toponimi “còrn” qui in zona.

Rio Faggeto è una bella villa vicino al torrente Acerreta a circa 450m di quota, però i faggi vivono dai 700m in su. In nome forse deriva da Cafaggio, parola longobarda che significa "posto recintato, Bandita", proprio come Cafaggiòlo, il noto castello mediceo del Mugello.



Vallamento grande e Vallamento piccolo sono due poderi sullo sfondo di questa foto, sulla sinistra dell' Acerreta. Chi si lamentava là? Nessuno, lamm in tedesco significa agnello e dunque è come dire Val dell'agnello, nome di un sito a Palazzuolo.





Il nostro trekking è finito e siamo a Lutirano, di fronte al podere Il Violino, la casina a destra nella foto qui a fianco. C’era qualche musicista qui? No, il nome viene dal romagnolo viotlȇn, viottolino, che c’è anche a Modigliana nella variante Violàno, un gruppo di case all’ inizio del passo del Trebbio e i Longobardi non c’entrano. Poteva essere una scorciatoia per il trekking di oggi, se fossimo scesi dal Monte del Viglio attraverso Valladoccia, una lunga vallecola che finisce accanto al Violino. Mai nome fu più appropriato: scende diritta a Lutirano con un fosso gagliardo ricco di piccole sorgenti e infatti a metà c’è il podere Fontanelle. Qualche cacciatore longobardo l’avrà percorsa di certo, però noi non l’abbiamo fatto.

E’ rimasto qualche carattere genetico longobardo in noi, qui nella zona? Vediamo. La genetica dice che uno trasmette sempre esattamente il 50% del suo DNA. Dunque nel giro di tre generazioni nei miei discendenti rimarrà solo il 12,5% di me. Considerato che i Longobardi sono stati assimilati 1300 anni fa e da allora sono passate 1300 : 25 anni = circa 52 generazioni …
E’ rimasto qualche retaggio culturale? No, al massimo ci può essere qualche parola deformata, perché le culture orali si mescolano più o meno con la stessa rapidità dei caratteri genetici.

Per ampliare questo argomento sul blog: L'eredità di un popolo scomparso 28 maggio 2019