Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

lunedì 6 dicembre 2021

Il Cardo

Un ortaggio per l'inverno
ricerca di Claudio Mercatali




Dafni era un giovane pastore e Pan il dio delle selve e dei pascoli gli insegnò a suonare il flauto. La ninfa Achernais innamorata gli fece giurare di non tradirla mai. 


Pan e Dafni

Però la ninfa Chimera lo fece ubriacare ed ebbe un rapporto con lui. Per questo Achernais lo accecò e Dafni passò la vita suonando con il flauto i canti pastorali dei quali è considerato l'inventore. Quando morì Diana fece nascere dalla terra una pianta bella ma spinosa, tanto che non si può toccare, il cardo appunto.






La presenza delle spine è una caratteristica comune alla ventina di specie spontanee in Italia e in particolare alle quattro o cinque che sono qui da noi. L'altra caratteristica tipica è il fiore bombato e quasi sempre violetto. Per il resto i cardi non si assomigliano per niente. 



I botanici spiegano che alcune specie sono biennali, ossia il primo anno nasce una rosetta basale che passa inosservata e quasi sempre scampa al taglio del rasa erba perché è troppo bassa. Il secondo anno i cardi selvatici crescono, fioriscono e si manifestano per quello che sono, cioè essenze bellissime.


Non hanno un habitat preciso: sono lungo i fossi, nei pascoli, nei prati incolti, nelle valli e in quota. Si incontrano anche durante i trekking nei nostri monti.


Sto ben attento a non tagliarli durante la rasatura del prato nella casa di campagna e mi piace vederli crescere fino a due metri di altezza. Non hanno bisogno di niente, per fortuna perché sono veramente pungenti. A settembre sfioriscono, come i carciofi, che sono loro parenti e vanno tagliati rasoterra. Però spargono nel terreno delle gemme e l'anno dopo rispuntano. Nel giardino si può piantare anche il Gigante di Romagna, un cardo non spontaneo dall'aspetto incredibile, come si vede qui accanto.



In cucina

I cardi coltivati, non i selvatici, sono ingredienti indispensabili per la Bagna Cauda piemontese, un sugo fatto di tante verdure. Qui da noi sono tipici ortaggi invernali dei quali si usano i gambi, bolliti a lungo, cotti al forno coperti di besciamella, gratinati o impanati e fritti.

Il cardo Gigante di Romagna si può cuocere assieme alla salsiccia. Si usa la parte più consistente del gambo, che è pronto per essere cucinato quando è bianco. C'è una tecnica precisa per coltivare queste piante e dunque è meglio comprare i cardi dal fruttivendolo.


Per coltivare il cardo si fa "l' imbianchimento", una pratica che serve per renderlo meno amarognolo. La procedura è laboriosa, consiste nel legare le piante a ciuffo e avvolgerle con dei fogli di plastica nera (quelli usati nella pacciamatura) in modo che solo le foglie più alte siano scoperte. Questa operazione dopo qualche settimana provoca l’imbianchimento delle parti coperte, che non possono fare la fotosintesi e le rende più tenere. Al momento della raccolta si taglia la pianta al colletto, privandola delle foglie esterne e questo è quanto troviamo dai fruttivendoli.


martedì 30 novembre 2021

Alcune ricette di fine Ottocento

In cucina con Il Piccolo

ricerca di Claudio Mercatali



Il 7 maggio del 1899 nasceva a Faenza "Il Piccolo, periodico settimanale popolare" stampato alla Tipografia Novelli. Come d'uso all' epoca per molti altri settimanali, era in 4 pagine, 49 x 39 cm e costava 3 centesimi. Era una testata cattolica, spesso in polemica con il settimanale repubblicano Il Lamone e Il Socialista. Nel 1920 cambiò nome in Idea Popolare, organo del PPI faentino e nel 1923 fu chiuso dai Fascisti. Riprese le pubblicazioni un anno dopo con il nome Il Nuovo Piccolo, però la libertà di stampa non c'era più e per venti anni si occupò solo di questioni parrocchiali e di ricorrenze religiose.



Dopo la fine della guerra ricominciò le pubblicazioni con il titolo Il Piccolo ed è tuttora in edicola, ultimo settimanale storico faentino, perché Il Lamone e Il Socialista hanno da tempo cessato.





Fin dai primi anni pubblicò tante notizie sui paesi della diocesi di Faenza e anche oltre, spedite in redazione da una fitta rete di corrispondenti. Aveva anche una nutrita varietà di rubriche, di storia locale, di astronomia, di varia attualità e di ricette, come queste che seguono, suggerite da Very, esperta cuoca della quale non conosciamo il nome. Leggiamo:





Clicca sulle immagini
se vuoi 
una comoda lettura













































































FONTE: Emeroteca della Biblioteca Manfrediana di Faenza








mercoledì 24 novembre 2021

Dante all'Acquacheta

La bellissima e rumorosa
cascata del nostro appennino


ricerca di Claudio Mercatali


La lapide all'inizio del sentiero
che parte da San Benedetto in Alpe




Certe volte si dà il nome ai posti per quello che non sono. E' il caso della cascata dell’ Acqua Cheta, che è una fragorosa caduta d’acqua lungo una costa dell’ Appennino, nel Comune di S. Godenzo, quasi al confine con il Comune di S.Benedetto in Alpe e con Marradi.

Il Sommo Poeta fu così colpito dal rumore dell'acqua, che la paragonò alla cascata del fiume infernale Flegetonte che separa il settimo dall'ottavo cerchio dell' Inferno. I versi della Divina Commedia sono nella lapide qui accanto.

Su questi c’è una annosa discussione fra Dantisti, perché “ove dovea per mille esser recetto” è il verso misterioso che molti interpretano “ove ci dovevamo radunare in mille” intendendo “mille Guelfi bianchi”, per tentare un rientro di forza a Firenze, in mano ai Guelfi neri.

Però lo studioso Pompeo Nadiani è di diverso avviso…









Lasciamo i Dantisti alle loro dispute e andiamo più indietro del tempo di Dante. Così facendo troviamo altre notizie su questi luoghi perché la zona era terra di monasteri alto medioevali, come quello di San Benedetto in Alpe, che c’è ancora, restaurato e visitabile. 


Secondo la Regola dei frati di allora la spiritualità era compiuta se si alternavano dei periodi di vita cenobitica, comunitaria, con periodi di eremitaggio e per questo ci sono giunti i nomi Eremo dei Toschi, I Romiti e Passo dell'Eremo. Può anche darsi che questi posti fossero sede di eremiti senza Regola, ossia non appartenenti a nessun Ordine monastico. Le nebbie dell' Alto Medioevo qui avvolgono tutto e ci lasciano nel dubbio, però questo aumenta il fascino del luogo.


Ci sono diversi percorsi che portano alla cascata: dal Passo del Muraglione, dal Passo dell' Eremo e da San Benedetto in Alpe. Quest'ultimo è il più facile e segue il corso del torrente Acquacheta marcato da una segnaletica chiara.






La cascata è temporanea, spesso iperattiva d’inverno e in secca d’estate. Questo avviene perché il fosso dell’Acqua Cheta e i suoi affluenti coprono un vasto bacino ma hanno delle sorgenti deboli. Perciò la stagione migliore per vedere la caduta dell’acqua e sentire il rimbombo è l’autunno, dopo un periodo di pioggia lungo o l’inverno, se sull’Alpe c’è una coltre di neve che si sta sciogliendo.


Anche Dino Campana fece un trekking all' Acqua Cheta assieme ad un gruppo di amici di Faenza, il 3 gennaio 1912. Lo vediamo qui accanto, nella tradizionale foto ricordo, davanti a un fosso ghiacciato. E' il secondo a partire da destra, seduto.