Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

domenica 9 gennaio 2022

Nivis, della neve


Un nome latino 
per un fenomeno delicato
ricerca di Claudio Mercatali




La neve si forma nelle nubi se il vapor acqueo che di per sé è già un condensato forma dei cristalli che cadono per gravità. La fisica dice che mentre l'acqua ghiaccia la temperatura nell' atmosfera rimane fissa, vicino a 0 °C e dunque mentre nevica non è mai molto freddo. Il gelo vero arriva dopo. Questa è in linea di massima la semplice genesi della neve.



I fiocchi che scendono attraversano strati d'aria a differente umidità e temperatura, crescono e non ne esistono due uguali, però tutti hanno una simmetria esagonale, che è quella propria del ghiaccio. La formazione del primo cristallo di ogni fiocco è favorita dai nuclei di condensazione, cioè dal pulviscolo atmosferico, che rimane inglobato nel fiocco e perciò dopo una nevicata l'aria è più pulita.









Qui da noi fino agli anni Sessanta le nevicate avevano una cadenza abbastanza regolare, dalla fine di novembre a marzo. Ora non è più così e quando un evento meteo è mutato da così tanto tempo si può dire che il clima è cambiato.



La neve si misura in centimetri, che equivalgono ai millimetri di pioggia su un metro quadro, ossia ai litri. Dunque dallo spessore di un centimetro di neve si formerà un litro d'acqua per ogni metro di superficie innevata.

A Marradi  quando lo spessore era eccessivo le Ferrovie ingaggiavano una squadra di spalatori per liberare i binari e gli scambi. Fu così anche nel 1914 e ci fu una vertenza sindacale perché la paga era bassa. Qui sopra c'è la descrizione del fatto riportata dal Bollettino dell'Ufficio del Lavoro.








Nel gennaio del 1868 avvenne una tragedia al podere Il Cigno e morirono tre persone sepolte da una slavina. Di conseguenza morirono anche i figli piccoli che erano rimasti soli in casa e gli animali ...
 



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Nel gennaio 1871 avvenne un' altra tragedia a Lozzole e morirono i tre fratelli Barzagli, travolti da una valanga. Una croce lungo il sentiero che porta alle Balze di Casté ricorda il fatto.




Se si escludono questi episodi tragici la neve è un evento lieto se non impedisce il lavoro, come avveniva un tempo.








Come ognuno sa il paesaggio innevato è affascinante.





































Il passaggio a livello
della stazione di Marradi



La cascata di Valbura a Crespino












giovedì 6 gennaio 2022

Il venerabile don Santi Fabbroni

Abate a Marradi e poi frate penitente
a San Benedetto in Alpe
Ricerca di Claudio Mercatali

 


Il tabernacolo accanto all'altare
(monastero di San Benedetto in Alpe)


Eccoci un’altra volta a parlare dei Fabbroni: inossidabili, inaffondabili e anche inevitabili nella storia del nostro paese, dove compaiono ad ogni piè sospinto. Oggi parliamo di don Santi Fabbroni, da giovane uomo di cultura e militare di carriera, poi abate al Monastero di Santa Reparata al Borgo e infine frate penitente al monastero di San Benedetto in Alpe. Siamo nella seconda metà del Quattrocento, uno dei secoli d’oro di queste due istituzioni.


Le notizie ci vengono da don Romoaldo Maria Magnani, agiografo faentino del Settecento, piacevole e attento scrittore, autore di Vite de’ santi venerabili e servi di Dio della Diocesi di Faenza, un catalogo di religiosi 
della nostra zona in odore di santità. 

Le sue informazioni sono interessanti per la biografia del Fabbroni ma anche per un episodio poco noto della storia del monastero di Crespino. Al tempo della sua soppressione e riduzione a semplice parrocchia, alla fine del Seicento, gli antichi documenti dell’ archivio nello sgombero andarono persi. Alcuni pacchi furono poi trovati marciti nel cavo di un castagno.

 



Leggiamo che cosa scrisse Romoaldo Maria Magnani nel 1741:


Crespino anticamente castello sull'Alpi dell'Appennino diocesi di Faenza, cinque miglia distante da Marradi aveva un insigne monastero dell' Ordine Vallombrosano...


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... In cotale tenore di vita divenne sì perfetto e sì accetto al suo Signore, che fece anche molti miracoli ...



Una visita al monastero di San Benedetto in Alpe fa sempre piacere. Mi ricordo che a sedici anni durante un trekking con tre amici avevamo messo la tenda proprio lì e da allora dopo più di 50 anni non è cambiato niente. Questo è un posto dove il tempo si è fermato: il monastero è al Poggio, nella parte alta del paese e si raggiunge con una stradina antica pavimentata d’arenaria con cura.

 

Alla chiesa si accede dal retro, ma solo in certe occasioni, perché di solito non è officiata. L’esterno è antico, autentico, bello. L’interno invece fu rifatto nel Settecento e ha arredi e ornamenti di gesso e scagliola, come usava allora. Cerco il quadro che ritrae Santi Fabbroni, che a detta di Romoaldo Magnani dovrebbe essere in uno degli altari laterali:

 


… E tale fu il concetto della sua santità che appena morto furono fatte molte immagini di esso co’ splendori attorno al capo del beato: una delle quali assai antica si è conservata nella chiesa di San Benedetto supracitata la quale porta nella mano destra un Crocifisso, di cui fu sì esimio adoratore in sua vita, santo non tanto di nome che di fatti.

 

Però un quadro con queste caratteristiche non c’è: un dipinto del 1635 mostra un frate in adorazione con il crocifisso nella mano sinistra e un altro sarebbe perfetto ma è recente, del 1933.

 


La petite Promenade du poète e Prosa Fetida

A scuola di poesia 
da Dino Campana, 2° lezione


ricerca di Claudio Mercatali



Il Quaderno era una raccolta inedita di scritti di Dino Campana con l’abbozzo di poesie che in parte poi furono pubblicate nei Canti Orfici. Gli scritti andarono persi (un destino) forse bruciati dagli Indiani della Ottava Armata Inglese nell’ottobre 1944, quando occuparono tutte le case agibili di Marradi, che era sulla Linea Gotica. Essi per scaldarsi bruciavano tutto il possibile: le persiane, le porte, i mobili delle case vuote e le carte, le filze di documenti del Comune e dei privati.

Quella che fra un po’ leggerete è Prosa Fetida, una lunga poesia molto esplicita che in seguito il poeta ridusse in una forma meno schietta e la pubblicò nei Canti Orfici con il titolo La petite Promenade du poète, il settimo e ultimo dei Notturni. La versione definitiva dei Canti Orfici, è questa:

Me ne vado per le strade
Strette oscure e misteriose:
Vedo dietro le vetrate
Affacciarsi Gemme e Rose.
Dalle scale misteriose
C’è chi scende brancolando:
Dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando.
. . . . . . . . . . .
La stradina è solitaria:
Non c’è un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti:
E la notte mi par bella.
E cammino poveretto
Nella notte fantasiosa,
Pur mi sento nella bocca
La saliva disgustosa. Via dal tanfo
Via dal tanfo e per le strade
E cammina e via cammina,
Già le case son più rade.
Trovo l’erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane.


Nel linguaggio campaniano la fila dei puntini in mezzo a una poesia  indica lo stralcio di un contenuto. Che cosa eliminò il poeta prima di pubblicarla nei Canti Orfici? Vediamo:

Nel Quaderno la stessa poesia (XVIII inedito) descrive un’altra situazione: Giovan Pietro Malalana (Dino Campana) nel giorno dell' Epifania si ubriaca e va a puttane a Borgo S.Frediano, un quartiere popolare di Firenze che ai tempi del poeta era anche un po' malfamato. La prostituta sta mangiando una aringa e lo fa aspettare. Nell'attesa Giovan Pietro si abbiocca e poi durante i preliminari si addormenta. Allora la prostituta, nel vedere il suo sesso disprezzato, lo caccia via ...

Giovan Pietro Malalana
Tipo strano quanto mai
Nel gran dì della Befana
S’ebbe tanti e tanti guai
Che alla sera, stanco morto
E infangato come un cane
Volle bere come un porco
E abbrutirsi colle ciane
Se ne venne per le strade
Strette oscure e misteriose
Dove dietro le vetrate
Se ne stanno Gemme e Rose
Per le scale misteriose
Verticali al Paradiso
Dei soldati e delle spose
Ingannate dal marito.
Gemma e Rosa i fiori in testa
Se lo accolsero ridendo
E Matilde che alla lesta
Su da un piatto sta inghiottendo
Sollevò la bocca tinta
E gli disse in un sorriso:
Mangio ancora un pò d’aringa
Ed ho subito finito.
alaccorto ed ubriaco
i sdraiò con mala grazia
Sbadigliando a perdifiato
In sul muso della... Grazia
Che seccata di quell’uomo
Dalla barba già d’un mese
A squittire prese a buono
Nel suo gergo fredianese.
Il poeta se ne frega
E si sta come un Pascià
Tra le Urì di miglior lega
Del paradiso di Allà
E alle rose in carta rosa
E alle labbra di carmino
Di madonna l’ulcerosa
Ha già fatto un sonettino
Stanno zitte le figliole
A veder l’amor nascente
Anche Grazia – per la pace!
Biascia l’ultimo accidente.
Il poeta è addormentato!
Da quel pazzo che fu sempre
Nel più bello s’è scordato
Che l’amore è onnipotente...
Laa Nunziaaaca – nel vedere

Il suo disprezzato
Infuriata da vedere
S’è levata e l’ha scossato
Non si dorme sulle panche
O poeta capellone
Porta fuori le tue ciancie
E la sbornia sul groppone
E il decino t’un lo paghi?!...
Vàia vàia cappellone...
Se ne va il poeta stanco
Colla sbornia sul groppone
Per la scala misteriosa
Ridiscende brancolando
Dal di sopra han chiuso l’uscio
E lo stanno massacrando
Alla porta della strada
S’impunzona sospirando...
Dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando
Per la strada solitaria
Non un cane. Qualche stella
Nella notte sopra i tetti
E la notte gli par bella
E cammina il poveretto
Nella notte fantasiosa
E pur sente nella bocca
La saliva disgustosa
Sente il tanfo della casa
Ripugnante. Per le strade
Ei cammina e via cammina
Or le case son più rade

Trova l’erba e si distende                                         
Infangato come un cane
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane.